C’è una forma di sofferenza che non si vede. Non ha il volto che ci aspettiamo dalla depressione — non ferma le giornate, non impedisce di andare al lavoro, non allontana dagli impegni. Al contrario: chi ne soffre spesso è la persona più efficiente della stanza. Rispetta le scadenze, si prende cura degli altri, sorride nelle occasioni giuste. Eppure, dietro questa facciata di normalità, convive con una stanchezza che non passa mai, un senso di vuoto che nessun risultato riesce a colmare, e la sensazione di recitare una parte in un copione che non ha mai scelto fino in fondo.
È quella che oggi viene chiamata depressione ad alto funzionamento: non una categoria diagnostica a sé, ma un modo di descrivere una sofferenza depressiva che convive con un funzionamento sociale e lavorativo apparentemente intatto — a volte persino brillante.
Come si riconosce
Chi vive questa condizione racconta quasi sempre le stesse cose. Un’anedonia sottile, che non toglie del tutto il piacere ma lo attenua fino a renderlo irriconoscibile: le cose che prima entusiasmavano ora si fanno “per dovere”. Una fatica cronica, sproporzionata rispetto agli impegni reali, come se ogni gesto quotidiano richiedesse un surplus di energia nascosto agli altri. Difficoltà di concentrazione e piccoli vuoti di memoria, spesso attribuiti allo stress. E poi un pessimismo di fondo, silenzioso, che convive con un perfezionismo esigente: la sensazione di non poter permettersi di flettere, perché cedere significherebbe deludere un’aspettativa — propria o altrui — che si è fatta identità.
Ciò che rende questa forma di depressione particolarmente insidiosa è proprio il suo travestimento: agli occhi degli altri, e spesso anche ai propri, non “sembra” una vera depressione. E questo scarto — tra il vissuto interno e l’immagine che si continua a offrire al mondo — è spesso il punto più doloroso, perché si accompagna a un pensiero ricorrente: non ho nemmeno il diritto di stare male, visto che va tutto bene.
Uno sguardo psicoanalitico: la fatica di reggere un Sé che funziona
La psicoanalisi ha da tempo un nome per descrivere questo tipo di adattamento. Winnicott parlava di falso Sé: quella parte di noi che si costruisce molto presto, in risposta a un ambiente che — per motivi diversi — ha chiesto più adattamento che autenticità. Il falso Sé non è una menzogna: è un sistema di sopravvivenza, un modo intelligente di restare in relazione con l’altro quando esprimere il proprio vero sentire non sembrava percorribile. Il problema nasce quando questa organizzazione diventa l’unico modo di stare al mondo: si continua a funzionare, a compiacere, a produrre, ma il Sé autentico — con i suoi bisogni, i suoi limiti, la sua vulnerabilità — resta progressivamente isolato, silenzioso, sempre più difficile da raggiungere anche per sé stessi.
A questo si intreccia quanto Peter Fonagy e Massimo Ammaniti hanno insegnato sulla mentalizzazione: la capacità di riconoscere e dare senso ai propri stati emotivi. In chi vive una depressione ad alto funzionamento, questa capacità spesso non manca — al contrario, può essere molto sviluppata verso l’esterno, verso gli stati mentali altrui, che si intercettano e si accudiscono con grande competenza. Ciò che si è indebolito è lo sguardo rivolto verso l’interno: riconoscere che si sta male diventa più difficile che riconoscerlo negli altri. E talvolta, come mostrano le letture kernberghiane e la tradizione che va da Mitchell a Antonio Ferro, questo eccesso di funzionamento nasconde un’organizzazione più fragile, costruita attorno a un ideale di sé che non ammette cedimenti — un ideale che va compreso, non semplicemente smontato.
Perché è difficile chiedere aiuto
Proprio perché tutto “funziona”, chiedere aiuto può sembrare ingiustificato, quasi un lusso non dovuto. C’è spesso il timore di non essere credibili — “starai esagerando”, “in fondo hai tutto” — e questo timore, interiorizzato, diventa un ostacolo più forte di qualunque giudizio esterno. Eppure è proprio in questo scarto tra l’immagine che si mostra e ciò che si sente che si gioca la possibilità di un cambiamento reale.
Cosa può offrire un percorso psicoterapeutico
Un lavoro psicoterapeutico di orientamento psicoanalitico non punta a smontare in fretta le difese che hanno permesso di reggere fin qui — sarebbe inutile, oltre che rischioso. Punta piuttosto a costruire, con calma e nel tempo, uno spazio dove non sia necessario funzionare per essere accolti. Uno spazio in cui il vero Sé, messo da parte per adattarsi, possa gradualmente tornare a farsi sentire, riconoscere le proprie fatiche, e trovare un linguaggio per dirle — prima ancora di doverle risolvere.
Se in queste righe si è riconosciuto qualcosa di familiare — quella sensazione di reggere tutto pur sentendo, dentro, che qualcosa manca — può essere il momento di darsi uno spazio di ascolto. Un primo colloquio conoscitivo non è un impegno definitivo: è semplicemente un’occasione per iniziare a guardare, insieme, ciò che fino ad ora si è portato da soli.
Dott.ssa Ilaria Bellavia — Psicologa e psicoterapeuta psicoanalitica, Firenze. Per informazioni o per fissare un primo colloquio, è possibile contattarmi direttamente.
