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C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui una relazione si incrina non per quello che è successo, ma per come ciascuno ha interpretato quello che è successo.

Un silenzio letto come rifiuto. Un ritardo letto come disinteresse. Un tono di voce letto come rabbia, quando forse era solo stanchezza.

In psicologia questa capacità — o incapacità — di leggere correttamente la mente propria e quella altrui ha un nome preciso: mentalizzazione.

Che cos’è la mentalizzazione

La mentalizzazione è la capacità di comprendere il comportamento — proprio e degli altri — come espressione di stati mentali: pensieri, emozioni, desideri, intenzioni, credenze.

Non è un concetto astratto. È qualcosa che facciamo, con successi e fallimenti, decine di volte al giorno: quando cerchiamo di capire perché un collega ci ha risposto in modo brusco, quando proviamo a intuire cosa sta provando un figlio che si chiude in silenzio, quando ci chiediamo perché noi stessi abbiamo reagito in un certo modo a una frase che, a mente fredda, non meritava tutta quella intensità.

Il termine è stato sviluppato in ambito psicoanalitico soprattutto grazie al lavoro di Peter Fonagy e dei suoi collaboratori, ma affonda le radici in autori che hanno segnato profondamente la comprensione della vita psichica: Bion, con la sua idea della mente come capacità di “contenere” e trasformare le esperienze emotive grezze; Winnicott, con l’attenzione alla funzione di rispecchiamento che un genitore — o un terapeuta — offre a chi ha di fronte.

Perché è così importante

Mentalizzare bene non significa avere sempre ragione su cosa pensa o prova l’altro. Significa avere la flessibilità di tenere in mente che l’altro ha una mente diversa dalla nostra, che le nostre interpretazioni sono ipotesi e non certezze, e che possiamo sbagliarci — senza che questo minacci la relazione o la nostra stessa stabilità interna.

Quando questa capacità funziona bene, le relazioni reggono gli urti quotidiani: i fraintendimenti si chiariscono, i conflitti si attraversano senza rompere il legame, l’intimità resta possibile anche nel disaccordo.

Quando invece la mentalizzazione si inceppa — sotto stress, in situazioni di forte attivazione emotiva, o come tratto più stabile della personalità — il mondo relazionale si semplifica pericolosamente. Le intenzioni dell’altro diventano certezze anziché ipotesi. “Non mi ha risposto” diventa “non gli importa di me”, senza passaggi intermedi, senza dubbio, senza la possibilità di chiedere e verificare.

Come si manifesta la difficoltà a mentalizzare

Nella mia esperienza clinica, la fatica a mentalizzare non si presenta quasi mai come un’etichetta chiara. Si presenta come:

  • la sensazione ricorrente di essere fraintesi, o di fraintendere sistematicamente gli altri
  • relazioni che oscillano tra fusione totale e rottura improvvisa, senza vie di mezzo
  • difficoltà a distinguere “cosa provo io” da “cosa sento che l’altro mi sta facendo provare”
  • reazioni emotive che sembrano sproporzionate rispetto all’evento scatenante, e che lasciano una sensazione di disorientamento anche in chi le vive
  • fatica, nei genitori, a immaginare il figlio come persona con una mente propria, distinta dai propri bisogni e timori

Non sono segnali di una “mancanza” da correggere in fretta. Sono, quasi sempre, il risultato di storie relazionali in cui la propria mente non è stata sufficientemente vista, nominata, tenuta in mente da qualcun altro — spesso nei primi anni di vita, ma non solo.

Si può imparare (o reimparare) a mentalizzare?

Sì. È una delle notizie più incoraggianti che la ricerca clinica ci ha consegnato negli ultimi decenni: la mentalizzazione non è un tratto fisso, è una capacità che si sviluppa nella relazione e che nella relazione — anche quella terapeutica — può essere rinforzata.

Un buon percorso psicoterapeutico lavora proprio su questo, spesso senza nominarlo esplicitamente: nella stanza di terapia, il terapeuta prova a mettere in parole ciò che il paziente sente ma non riesce ancora a pensare; lo aiuta a fare un passo indietro rispetto alle proprie reazioni immediate; gli restituisce una versione di sé stesso — pensato, non giudicato — che diventa, col tempo, una capacità propria.

Non si tratta di imparare tecniche. Si tratta di fare, ripetutamente, l’esperienza di essere pensati da un’altra mente attenta, per poi poter pensare — e sentire — con più libertà anche fuori da quella stanza.

Un’ultima cosa

Se leggendo questo articolo ti sei riconosciuto in qualcuna di queste dinamiche — relazioni che si complicano più del previsto, difficoltà a capire cosa provi davvero, o a immaginare cosa provano davvero le persone a cui tieni — non significa che qualcosa in te non funzioni. Significa, semplicemente, che c’è uno spazio di lavoro possibile.

Se ti va di parlarne, sono qui.

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