da Dr.ssa Ilaria Bellavia
C’è un momento, per chi vive un attacco di panico, in cui il mondo si restringe. Il cuore accelera, il respiro si fa corto, le mani formicolano, una sensazione di irrealtà avvolge tutto. Per qualche minuto — che sembrano interminabili — la mente è certa: sta succedendo qualcosa di terribile. Un infarto, un soffocamento, la perdita del controllo, la “pazzia”.
E poi, lentamente, passa.
Ma resta una domanda che molti giovani adulti si portano dietro per settimane, mesi, a volte anni: “Perché è successo? E se succede di nuovo?”
L’ansia non è il problema: è il sintomo
Una delle cose che osservo più spesso, nel mio lavoro con ragazzi e ragazze tra i venti e i trentacinque anni, è quanto l’ansia venga vissuta come un’avversaria da combattere, da controllare, da eliminare. “Devo smettere di avere ansia” è una frase che sento spesso, pronunciata con la stessa urgenza con cui si parlerebbe di un’infezione da curare.
Ma l’ansia, e in particolare l’attacco di panico, raramente è il problema in sé. È piuttosto un segnale — spesso scomposto, spesso fuori contesto, ma comunque un segnale — che qualcosa, dentro, chiede attenzione.
In psicoanalisi guardiamo all’attacco di panico non come a un malfunzionamento da correggere, ma come a una comunicazione del corpo e della mente che ha trovato, in quel momento, l’unico canale possibile per esprimersi. Spesso si tratta di emozioni che non hanno avuto spazio per essere pensate, sentite, elaborate — e che il corpo finisce per “agire” attraverso il sintomo.
Perché capita proprio ora, in questa fase della vita
I venti e i trent’anni sono un’età di transizioni continue: si lascia la famiglia d’origine, si costruisce un’identità professionale, si negoziano nuove relazioni affettive, si affrontano scelte che sembrano definitive. È un periodo in cui il “chi sono” e il “chi voglio diventare” sono in costante ridefinizione.
Non è un caso che molti primi episodi di ansia significativa o di attacchi di panico si manifestino proprio in questi anni. Non perché ci sia qualcosa di “rotto”, ma perché lo psichismo è sotto pressione: deve reggere carichi emotivi nuovi, spesso senza che ci sia stato il tempo — o lo spazio — per elaborarli.
A volte l’attacco di panico arriva proprio quando, dall’esterno, “tutto va bene”: un nuovo lavoro, una relazione che funziona, un trasloco desiderato. È un paradosso solo apparente. I cambiamenti, anche quelli positivi, richiedono una riorganizzazione interna profonda — e a volte è proprio in quei momenti che le parti di noi più fragili, o più trascurate, chiedono di essere ascoltate.
Cosa significa, in pratica, lavorarci in terapia
Un percorso psicoanalitico non si concentra solo sulla gestione del sintomo — anche se imparare strategie per attraversare un momento di ansia acuta è importante e fa parte del lavoro. L’obiettivo più profondo è comprendere da dove viene quell’ansia: quali storie, quali relazioni, quali parti di sé non hanno ancora trovato parole.
Spesso, lavorando insieme, emergono fili che collegano l’ansia attuale a esperienze passate, a modi di relazionarsi imparati da piccoli, a paure che non erano mai state nominate perché non c’era — allora — chi potesse ascoltarle.
Con il tempo, l’ansia smette di essere un nemico imprevedibile e diventa qualcosa che si può conoscere, riconoscere, e infine attraversare con meno terrore. Non perché “scompaia” magicamente, ma perché chi la vive impara a starci dentro senza essere travolto — e spesso, proprio in quel momento, l’intensità si riduce naturalmente.
Non sei tu che “non riesci a gestirla”
Una delle convinzioni più dolorose con cui arrivano molte persone è quella di essere in qualche modo “difettose”: più fragili, meno capaci, meno forti degli altri. Non è così. L’ansia e il panico non sono indicatori di debolezza, ma di un sistema interno che sta cercando — a modo suo, e a volte in modo eccessivo — di proteggerti.
Capire questo è già un primo passo. Il secondo, spesso, è permettersi di chiedere aiuto — non come ultima risorsa quando “non si riesce più”, ma come un atto di cura verso una parte di sé che merita ascolto.
Se ti sei riconosciuto in queste parole e senti che potrebbe essere il momento di affrontare l’ansia in modo diverso, sono disponibile per un primo colloquio, in presenza a Firenze o online. Scrivimi per fissare un appuntamento.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Cos’è la Dissociazione: non una Patologia, ma una Risposta
La dissociazione non è, in origine, un disturbo. È un meccanismo di difesa primario, arcaico, potentissimo. Quando un’esperienza è troppo intensa, troppo dolorosa o troppo minacciosa per essere integrata nella continuità del sé, la mente la isola. La separa. La mette in un compartimento stagno dove non possa travolgere il resto del funzionamento psichico.
In questo senso, la dissociazione è un atto di intelligenza psichica. Il problema sorge quando questo meccanismo — nato per proteggere — diventa una modalità stabile di relazione con sé stessi e con il mondo. Quando la frammentazione, da risposta d’emergenza, diventa architettura del sé.
Ferenczi fu tra i primi psicoanalisti a cogliere con precisione questo meccanismo, descrivendo come il bambino traumatizzato — di fronte a un adulto che non può permettersi di perdere — impara a staccarsi emotivamente da ciò che gli accade, dissociando la parte sofferente dal sé funzionante che continua ad amare e a dipendere dal caregiver. Una scissione necessaria, ma costosa.
Il Trauma che Non Diventa Ricordo
Uno degli aspetti più caratteristici del trauma dissociativo è la sua particolare relazione con la memoria. Il trauma non viene ricordato come gli altri eventi: non si organizza in una narrazione sequenziale, con un prima e un dopo. Si deposita nel corpo, nelle reazioni automatiche, nei lampi sensoriali che irrompono senza preavviso — odori, suoni, sensazioni fisiche che trascinano il soggetto indietro nel tempo senza che lui capisca perché.
La teoria strutturale della dissociazione descrive questa scissione come una divisione tra una parte della personalità che continua a funzionare nella vita quotidiana — apparentemente adattata, produttiva, “normale” — e una o più parti emotive che rimangono fissate al momento traumatico, come in un eterno presente di terrore o dolore.
Nella stanza di terapia, questo si traduce spesso in pazienti che raccontano eventi gravissimi con un distacco sorprendente, quasi parlassero di qualcun altro. Oppure, al contrario, che vengono improvvisamente sopraffatti da un’emozione senza riuscire a collegarla a nulla di comprensibile. In entrambi i casi, il filo narrativo del sé è spezzato.
Come si Manifesta nella Clinica Contemporanea
Il trauma dissociativo raramente si presenta con un’etichetta diagnostica chiara. Più spesso si nasconde dietro sintomi apparentemente distanti tra loro: stati d’ansia inspiegabili, vuoti di memoria, sensazione cronica di irrealtà, difficoltà a riconoscere e nominare le proprie emozioni, relazioni oscillanti tra idealizzazione e crollo improvviso.
Molti pazienti arrivano in studio dopo anni di percorsi terapeutici centrati sui sintomi, senza che nessuno abbia mai esplorato l’esperienza traumatica sottostante. Descrivono una sensazione di essere composti da parti che non si parlano, di avere reazioni che non capiscono, di non riuscire a “stare dentro” sé stessi.
In questi casi, lavorare sull’interpretazione del sintomo non basta. È necessario creare prima di tutto uno spazio sicuro — quello che Winnicott chiamava holding — in cui le parti dissociate possano gradualmente avvicinarsi, riconoscersi, e cominciare a dialogare.
La Prospettiva Psicoanalitica: integrare ciò che è stato Scisso
La psicoanalisi offre al trattamento del trauma dissociativo qualcosa di specifico e insostituibile: il tempo. Il tempo necessario affinché ciò che è stato isolato possa essere gradualmente avvicinato, simbolizzato, inserito in una narrazione che lo contenga senza che sopraffaccia.
Ogden ha descritto il lavoro analitico con i pazienti traumatizzati come un processo di co-creazione: terapeuta e paziente costruiscono insieme uno spazio intersoggettivo in cui l’esperienza dissociata può essere finalmente pensata — non solo agita o evitata. È un lavoro lento, non lineare, che richiede una presenza del terapeuta che sia costante, regolata e autentica.
Il transfert in questi trattamenti è spesso intenso e paradossale: il paziente può avere bisogno di testare ripetutamente la solidità del legame terapeutico prima di permettersi di portare in seduta le parti più vulnerabili di sé. Ogni rottura e riparazione del legame diventa, in questo senso, un’esperienza riparativa in miniatura.
L’obiettivo non è cancellare il trauma — il passato non si riscrive — ma modificare il suo peso nel presente. Che le parti dissociate possano trovare un posto nella storia del soggetto: non come ferita aperta, ma come parte integrante di chi si è diventati.
Quando Chiedere Aiuto
Se ti riconosci in alcune di queste descrizioni — una sensazione cronica di non essere del tutto presente a te stesso, reazioni emotive che sembrano sproporzionate o inspiegabili, difficoltà a ricostruire periodi della tua vita, senso di estraneità dal tuo corpo o dalle tue emozioni — potrebbe valere la pena esplorare queste esperienze in uno spazio terapeutico dedicato.
La psicoterapia psicoanalitica non offre soluzioni rapide. Offre qualcosa di più duraturo: la possibilità di dare un senso a ciò che è accaduto, e di ritrovare una continuità con sé stessi che il trauma aveva interrotto.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
IL FENOMENO E LA SUA ATTUALITÀ
Viviamo in un’epoca paradossale: iperconnessi eppure profondi nella solitudine. Tra le patologie relazionali che il clinico incontra oggi con sempre maggiore frequenza, la dipendenza affettiva — nota anche come love addiction o dipendenza relazionale — occupa un posto centrale. Non si tratta di un’etichetta diagnostica formalmente riconosciuta nel DSM-5, ma di una configurazione psicopatologica ben definita, che si presenta con tratti clinici stabili e una significativa sofferenza soggettiva.
La persona dipendente affettivamente non vive la relazione come scelta, ma come necessità biologica. L’altro non è un partner: è l’ossigeno. L’assenza, reale o anche solo temuta, genera stati di angoscia acuta, comportamenti di controllo, vuoto interno insostenibile.
“Non riesco a stare sola, anche quando so che quella relazione mi fa stare male.” Questa frase, o una sua variante, è ciò che quasi ogni paziente con dipendenza affettiva porta in seduta al primo colloquio.
UNA LETTURA PSICOANALITICA
La psicoanalisi offre strumenti preziosi per comprendere in profondità questa fenomenologia. In una prospettiva oggettuale — riconducibile a Fairbairn, Winnicott e successivamente Bollas — la dipendenza affettiva può essere intesa come il risultato di un attaccamento precoce a un oggetto cattivo-eccitante: un caregiver che nella storia infantile del paziente è stato fonte simultanea di bisogno e frustrazione, di speranza e delusione.
Il soggetto apprende che il legame è insicuro, imprevedibile, ma irrinunciabile. Nella vita adulta riproduce questa matrice relazionale, scegliendo partner che riattivano quella stessa dinamica: disponibili quanto basta da alimentare la speranza, assenti quanto basta da mantenere il bisogno acceso.
Dal punto di vista strutturale, spesso si osserva una fragilità del senso di sé: l’identità del paziente non trova un centro stabile interno, ma dipende dal riconoscimento dell’altro. In termini kohutiani, siamo davanti a un sé fragile che ricerca nell’oggetto-sé una funzione di specchiamento e di regolazione che non è riuscito a interiorizzare. L’altro diventa letteralmente una protesi psichica.
IL QUADRO CLINICO
Sul piano sintomatologico, la dipendenza affettiva si presenta con alcune caratteristiche ricorrenti. Il paziente riporta un pensiero ossessivo-intrusivo centrato sull’altro, con difficoltà a distogliersi anche temporaneamente dalla relazione. La tolleranza alla separazione è bassa: anche brevi distanze fisiche o comunicative inducono stati di allarme, ricerca compulsiva di rassicurazioni, comportamenti di controllo (messaggi ripetuti, verifica dei social media, gelosia intensa).
Frequente è il fenomeno del ciclo idealizzazione-svalutazione: il partner oscilla tra l’imago salvifica e quella del persecutore, senza mai essere visto nella sua complessità reale. La rottura della relazione — anche quando è chiaramente disfunzionale o abusiva — viene vissuta come una perdita catastrofica, con risposte emotive sproporzionate rispetto all’accaduto. Molti pazienti riferiscono stati simil-astinenziali: insonnia, cali dell’umore, impossibilità di concentrarsi, perdita di senso.
LA DIMENSIONE TRANSGENERAZIONALE
Il lavoro clinico porta frequentemente a mettere a fuoco dinamiche transgenerazionali significative. Nelle storie di molti pazienti con dipendenza affettiva si trovano pattern familiari caratterizzati da attaccamenti ansiosi o disorganizzati, figure genitoriali emotivamente inaccessibili o imprevedibili, modelli relazionali in cui l’amore era condizionato alla performance o alla sottomissione.
Il transfert in seduta offre un’opportunità clinica straordinaria: il modo in cui il paziente si relaziona al terapeuta — le richieste di rassicurazione, le fantasie di esclusività, le reazioni alle pause e alle vacanze — diventa materiale vivo su cui lavorare, uno spazio in cui il vecchio script relazionale può essere osservato, compreso e gradualmente modificato.
IL PERCORSO TERAPEUTICO
La psicoterapia psicoanalitica si rivela particolarmente indicata per questo tipo di pazienti, poiché lavora sulla struttura profonda del problema piuttosto che sui sintomi superficiali. Non si tratta di insegnare tecniche di distacco o di gestione dell’ansia, ma di creare un’esperienza relazionale nuova: un legame sicuro, prevedibile, non intrusivo, dove il paziente possa gradualmente apprendere che l’altro può essere presente senza essere posseduto, e che la propria esistenza non dipende dalla sua approvazione.
Il processo è lungo e non lineare. Richiede al terapeuta la capacità di contenere l’intensità del transfert, di lavorare con le resistenze senza essere sedotto dalla dipendenza del paziente né spinto a un controtransfert di accudimento o di distanza difensiva. Ma quando il processo si attiva, è possibile osservare trasformazioni profonde: una progressiva differenziazione del sé, una maggiore tolleranza alla solitudine, la capacità di scegliere le relazioni piuttosto che subirle.
Sei in una relazione che ti svuota invece di nutrirti?
Se riconosci qualcosa di queste dinamiche nella tua storia, un percorso psicoterapeutico può aiutarti a capire le radici di questi schemi e a costruire relazioni più libere. Il primo colloquio è un momento di ascolto, senza impegno.