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Ferite Invisibili: L’Arte Clinica del Trauma e della Riparazione

Ferite Invisibili: L’Arte Clinica del Trauma e della Riparazione

Sentirsi frammentati, costantemente in allerta o, al contrario, emotivamente anestetizzati, sono le tracce silenziose che un trauma lascia nel corpo e nella mente. Spesso il trauma viene confuso esclusivamente con l’evento catastrofico, ma la realtà clinica ci insegna che si tratta di qualcosa di più profondo: è un’interruzione del legame con se stessi e con il mondo circostante. Tuttavia, il trauma non rappresenta una condanna definitiva. È, piuttosto, una frattura che può essere riabilitata attraverso un processo di cura meticoloso e attento, capace di trasformare la sofferenza in una nuova forma di consapevolezza.

Il trauma agisce come un’interruzione dell’idioma personale. Christopher Bollas ci ha offerto una prospettiva preziosa in tal senso, suggerendo che ognuno di noi possiede una grammatica interiore unica, un modo irripetibile di organizzare l’esperienza e di abitare la propria vita. Quando l’ambiente esterno fallisce nel suo compito di protezione o quando un evento travolge le nostre difese, questo idioma si spezza. Ci ritroviamo allora a vivere in un mondo che sembra estraneo, dove il senso del sé appare smarrito. La terapia diventa dunque il luogo in cui questo linguaggio interrotto può essere ripreso e tradotto, permettendo al paziente di recuperare il filo della propria storia individuale.

Perché questa riparazione avvenga, è necessario uno spazio che non sia solo fisico, ma soprattutto emotivo e simbolico. Donald Winnicott ha dedicato gran parte della sua opera al concetto di ambiente facilitante e alla funzione di holding, ovvero la capacità del terapeuta di sostenere e contenere le angosce del paziente. Nel mio studio, l’obiettivo primario è costruire una relazione proficua che funga da contenitore sicuro. In questo spazio, il paziente può permettersi di deporre le armi della sopravvivenza e ricominciare a esistere autenticamente. La riparazione non avviene attraverso spiegazioni intellettuali, ma attraverso l’esperienza viva di essere visti, ascoltati e accolti in modo incondizionato, rispettando rigorosamente i ritmi di apprendimento e di guarigione di ciascuno.

Tuttavia, il trauma non risiede solo nei pensieri, ma si annida nelle fibre stesse del nostro essere. Pat Ogden ci ricorda che il corpo ricorda ciò che la mente a volte cerca di dimenticare. La tensione nelle spalle, l’incapacità di respirare profondamente o il senso di distacco fisico sono manifestazioni di una memoria traumatica che la parola da sola fatica a raggiungere. Integrare l’approccio sensomotorio significa imparare a leggere i segnali del sistema nervoso, calmare le risposte di attacco o fuga e ritrovare un senso di padronanza fisica. Riparare significa dunque abitare di nuovo la propria pelle, sentendosi finalmente a casa nel proprio corpo.

Il percorso di cura che propongo non mira a un semplice ritorno al passato, ma a una vera e propria evoluzione. Spesso, durante la terapia, possono emergere intoppi o dinamiche relazionali complesse: io scelgo di valorizzare questi momenti, sfruttando l’errore o la difficoltà come una fondamentale risorsa di crescita. Ogni dinamica che emerge nell’incontro tra terapeuta e paziente è un tassello prezioso per comprendere come ci relazioniamo con il mondo esterno e con le figure significative della nostra vita.

Intraprendere una psicoterapia significa darsi la possibilità di integrare le parti ferite con quelle sane, costruendo una versione di sé più solida e consapevole. Se senti che il peso delle esperienze passate sta limitando la tua libertà presente, sappi che esiste la possibilità di rimettere insieme i pezzi in un modo nuovo. La guarigione è un processo che richiede tempo e dedizione, ma è anche il viaggio più importante che un essere umano possa intraprendere verso la propria libertà.

Se desideri approfondire come queste prospettive cliniche possano tradursi in un percorso personalizzato per te, ti invito a contattarmi. Insieme potremo valutare le tue necessità e iniziare a costruire quel ponte verso una rinnovata serenità.

Emerging Adulthood: L’identità tra Crisi e Progetto

Emerging Adulthood: L’identità tra Crisi e Progetto

Ti senti bloccato in una terra di mezzo? Non sei più un adolescente, ma l’idea di essere un adulto fatto e finito ti sembra un abito di tre taglie troppo grande? Se la risposta è sì, sappi che non sei solo: stai attraversando quella che la psicologia definisce Emerging Adulthood.

In questo articolo esploreremo perché questa fase della vita, che va dai 18 ai 29 anni, è diventata così complessa e come la psicoterapia psicoanalitica può aiutarti a trasformare l’ansia per il futuro in una solida base per il tuo Sé.

Una fase di sospensione necessaria

L’Emerging Adulthood non è un semplice ritardo nel prendersi responsabilità, ma un vero e proprio spazio psichico di esplorazione. Come suggerito da Jeffrey Arnett, si tratta di un periodo di instabilità e grandi possibilità, dove il senso del sentirsi nel mezzo domina l’esperienza quotidiana.

Tuttavia, questa libertà può trasformarsi in angoscia. In ambito psicoanalitico, possiamo leggere questo periodo attraverso la lente della seconda individuazione. Se l’adolescenza è il momento del distacco fisico e pulsionale dai genitori, i vent’anni sono il tempo della separazione psichica e della costruzione di una progettualità autentica.

Il contributo della psicoanalisi: abitare l’incertezza

Per comprendere profondamente cosa accade in questi anni, è utile richiamare il pensiero di alcuni grandi autori che hanno esplorato i temi dell’identità e della crescita.

Erik Erikson, parlando dello sviluppo del Sé, descriveva la necessità di una moratoria psicosociale: un periodo durante il quale il giovane adulto è libero da impegni eccessivi e può sperimentare ruoli diversi prima di trovare una propria collocazione nel mondo. Erikson sottolineava che senza questa sperimentazione, il rischio è la confusione dei ruoli, un senso di smarrimento che rende difficile fare scelte durature.

D’altra parte, Donald Winnicott ci insegna l’importanza di passare dal senso di onnipotenza alla capacità di stare nella realtà. Per l’emerging adult, questo significa accettare che la scelta di una strada comporta necessariamente la rinuncia a tutte le altre. Come scriveva Winnicott:

È nel giocare, e soltanto nel giocare, che l’individuo, fanciullo o adulto, è in grado di essere creativo e di usare l’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé.

La terapia diventa quindi lo spazio del gioco dove l’errore non è un fallimento definitivo, ma un esperimento necessario per la crescita lavorativa e personale.

Il peso delle aspettative e il Sé autentico

Oggi i ventenni vivono una pressione senza precedenti. Franco Fornari parlava della funzione dei codici affettivi: il passaggio dal codice materno (dell’accoglienza e della protezione) al codice paterno (della regola, del limite e del lancio nel mondo). Molti giovani adulti faticano a integrare questi codici, restando prigionieri di un ideale dell’Io troppo elevato, alimentato dal confronto costante con i successi altrui visibili sui social media.

Massimo Recalcati definisce spesso la nostra epoca come il tempo dell’evaporazione del padre, ovvero la mancanza di testimoni che mostrino come si possa desiderare qualcosa e lottare per realizzarlo. Senza questi punti di riferimento, la progettualità nel curricolo di vita si frammenta in mille direzioni inconcludenti.

Perché intraprendere una psicoterapia psicoanalitica?

Molti giovani adulti arrivano in studio sentendosi indietro o schiacciati da dinamiche relazionali che non riescono a decifrare. Il mio approccio si focalizza su alcuni pilastri fondamentali:

  • Sviluppare una relazione proficua: creare un’alleanza terapeutica che rispetti i tuoi ritmi di apprendimento e di maturazione, senza imporre tappe forzate.
  • Sfruttare gli errori per la crescita: decodificare il senso di un blocco universitario o lavorativo per trasformarlo in una nuova consapevolezza.
  • Osservare le dinamiche relazionali: utilizzare strumenti differenziati per analizzare come il rapporto con le famiglie e i pari influenzi la tua autonomia.
  • Sviluppare strategie metodologiche inclusive: accogliere ogni parte di te, anche quella che si sente inadeguata o spaventata dalla transizione digitale e sociale del mondo odierno.

Verso un’indipendenza che non fa paura

L’obiettivo della terapia non è formattarti per essere produttivo secondo gli standard della società, ma aiutarti a diventare l’autore della tua storia. È un percorso di aggiornamento continuo del proprio mondo interno, necessario per relazionarsi positivamente con gli altri e con se stessi.

Se senti che la confusione su chi vuoi diventare ti impedisce di agire, intraprendere un percorso terapeutico può essere l’investimento più importante della tua giovinezza.

La maturità non è l’estinzione della giovinezza, ma la sua integrazione in una struttura più vasta.


Contatta lo studio per un primo colloquio

Ricevo nel mio studio a Firenze e online. Insieme possiamo lavorare sulla tua progettualità e costruire basi solide per la tua vita adulta.

Doppia diagnosi: comprendere e trattare la complessità clinica

Doppia diagnosi: comprendere e trattare la complessità clinica


Nel panorama clinico contemporaneo, i disturbi con doppia diagnosi rappresentano una delle sfide più complesse per psicoterapeuti, psichiatri e servizi territoriali. Con il termine “doppia diagnosi” si indica la co-presenza di un disturbo psichiatrico e di un disturbo da uso di sostanze nello stesso individuo. È una condizione molto più diffusa di quanto si creda: secondo il rapporto SAMHSA del 2022, oltre il 50% delle persone con disturbo da uso di sostanze presenta almeno un disturbo psichiatrico concomitante.

Dal punto di vista psicoanalitico, la doppia diagnosi non è semplicemente la somma di due entità cliniche, ma è un intreccio profondo tra funzionamento psichico, difese, storia evolutiva e relazione con l’oggetto droga. Questo articolo propone una lettura integrata del fenomeno, combinando dati scientifici e cornice psicoanalitica.

La doppia diagnosi, pur non essendo definita esplicitamente nel DSM-5, è considerata all’interno della più ampia categoria delle comorbilità psichiatriche. I disturbi più frequentemente associati ai disturbi da uso di sostanze includono disturbi depressivi, ansia, disturbo bipolare, disturbi di personalità (in particolare borderline e antisociale), disturbi psicotici e PTSD. Le ricerche evidenziano una relazione bidirezionale: i disturbi mentali aumentano la vulnerabilità all’uso di sostanze e, allo stesso tempo, le sostanze possono aggravare o addirittura innescare sintomi psichiatrici. Come sottolinea Volkow (2020), la comorbilità è la norma, non l’eccezione.

La prospettiva psicoanalitica aiuta a comprendere la funzione che la sostanza assume nel mondo interno del soggetto. Secondo Khantzian (1997), nella cosiddetta ipotesi dell’automedicazione, l’individuo utilizza la sostanza per modulare sofferenze psichiche difficilmente mentalizzabili: la cocaina può contrastare vissuti depressivi, l’alcol agire come sedativo, l’eroina come oggetto fusivo rassicurante. In una lettura winnicottiana, la sostanza diventa una difesa contro il rischio di crollo psichico descritto nel concetto di “fear of breakdown” (Winnicott, 1963). Bion (1962) offrirebbe un’altra chiave di lettura: un deficit della funzione alfa impedisce la trasformazione delle emozioni in pensabilità; quando il soggetto non riesce a mentalizzare, le sostanze forniscono un sollievo immediato che sostituisce la capacità di pensare.

Il trattamento della doppia diagnosi è complesso per vari motivi. Innanzitutto, tra disturbo mentale e dipendenza si crea un circolo vizioso: il primo alimenta la seconda e la seconda aggrava il primo. Inoltre, questi pazienti presentano spesso elevata impulsività, acting out, instabilità relazionale e tratti borderline, elementi che rendono difficile stabilire un’alleanza terapeutica stabile (Gregory et al., 2016). Sul piano psichico più profondo, la doppia diagnosi riflette spesso una struttura dell’identità fragile, con scissione, difficoltà di integrazione del Sé e oscillazioni affettive marcate. Anche i servizi contribuiscono alla difficoltà di presa in carico: molte realtà operano ancora separando i percorsi per le dipendenze da quelli per la salute mentale, con esiti frammentati (Drake e Mueser, 2011).

Le evidenze scientifiche convergono nel sostenere che il trattamento più efficace è quello integrato, ovvero un intervento simultaneo e coordinato sulla salute mentale e sulla dipendenza. Secondo Drake e colleghi, i migliori risultati si ottengono quando psicoterapia, trattamento delle dipendenze, interventi psicosociali e farmacoterapia (quando necessaria) sono organizzati in modo coerente. La psicoterapia psicodinamica, sebbene meno studiata, ha mostrato efficacia: Luborsky et al. (2002) evidenziano come sia comparabile agli interventi evidence-based in diversi disturbi, incluse le dipendenze.

Gli interventi psicoanalitici più recenti (Levine e Reed, 2020) suggeriscono la centralità di un lavoro specifico sulla funzione che la sostanza svolge nella vita psichica del paziente: regolazione degli affetti, difese immature, traumi precoci, identità instabile, difficoltà nella mentalizzazione e nella costruzione di legami affettivi stabili. In questo quadro, la relazione terapeutica diventa il principale polo regolativo, offrendo al paziente un’esperienza emotiva diversa dalla sostanza: non un’abolizione dell’affetto, ma la possibilità di contenerlo e pensarci.

Nella pratica clinica, un intervento psicoanalitico efficace con pazienti a doppia diagnosi richiede alcuni elementi fondamentali. È cruciale costruire un’alleanza solida e tollerante, capace di reggere acting out e possibili ricadute. Le interpretazioni devono essere graduali e calibrate: una lettura troppo precoce del funzionamento inconscio rischia di aumentare la disorganizzazione interna. È necessario esplorare ciò che la sostanza rappresenta nel mondo interno del paziente, quali funzioni difensive assolve e come si inserisce nella sua storia affettiva. La relazione terapeutica, in questo contesto, diventa una forma di regolazione alternativa e più matura rispetto alla dipendenza. È inoltre indispensabile lavorare con cautela su traumi e deficit evolutivi, soprattutto in caso di attaccamenti disorganizzati o esperienze precoci di neglect.

La doppia diagnosi richiede dunque un trattamento integrato, articolato e umano. La psicoterapia psicoanalitica, quando ben inserita in un percorso coordinato, può offrire un luogo trasformativo in cui la sostanza perde progressivamente la sua funzione salvifica e il paziente può costruire nuove modalità di regolazione emotiva, ricucire parti scisse del Sé e dare significato alla propria sofferenza. In un contesto clinico spesso dominato da protocolli e procedure, la psicoanalisi ricorda che ogni paziente con doppia diagnosi è un mondo unico e che il cuore del lavoro terapeutico resta la relazione: lenta, complessa, talvolta faticosa, ma profondamente generativa.


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