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di Dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicologa e Psicoterapeuta Psicoanalitica

Ogni anno, a settembre, capita di sentirsi dire “hai l’ansia da rientro”. È un’espressione ormai entrata nel linguaggio comune, quasi banalizzata: si pensa a valigie da disfare, mail arretrate, la sveglia che torna a suonare presto. Ma chi lavora in una stanza di terapia sa che dietro questa “sindrome” leggera si nasconde spesso qualcosa di più profondo, che vale la pena di guardare da vicino.

Non è il calendario, è la rottura di un equilibrio

Da un punto di vista psicoanalitico, il rientro non è semplicemente un cambio di ritmo. È una transizione, e ogni transizione riattiva — in modo del tutto normale — vissuti legati alla separazione e al cambiamento. L’estate, con la sua sospensione dei doveri e delle strutture abituali, permette spesso un contatto più libero con parti di sé che durante l’anno restano in ombra: il desiderio, il corpo, il tempo non produttivo, relazioni vissute con meno filtri.

Tornare significa richiudere quello spazio. E per alcune persone questo richiudersi non è un semplice adattamento pratico, ma somiglia a un piccolo lutto: si perde qualcosa — una libertà, un ritmo, una versione di sé — prima ancora di riprendere qualcos’altro.

Quando il rientro diventa il sintomo di qualcos’altro

Molte persone arrivano in studio proprio in questo periodo, raccontando stanchezza, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, un vago senso di oppressione al pensiero della routine che riparte. Spesso la domanda che portano è pratica — “come faccio a essere più organizzato/a”, “come gestisco meglio lo stress” — ma nel lavoro clinico emerge quasi sempre qualcos’altro: il rientro diventa lo specchio in cui si riflette una fatica più antica, magari già presente da mesi, che l’estate aveva solo messo in pausa.

In chiave psicoanalitica, il sintomo del rientro può essere letto come un segnale: non un guasto da riparare in fretta, ma un messaggio da ascoltare. Cosa, esattamente, si fatica a riprendere? Un lavoro che non nutre più? Una relazione che si fatica a portare avanti? Un’immagine di sé costruita per rispondere alle aspettative altrui, più che ai propri bisogni reali?

Riprendere senza tornare uguali

Il compito, allora, non è “superare” l’ansia da rientro nel modo più veloce possibile, ma darle un significato. Un percorso di psicoterapia può offrire proprio questo: uno spazio per fermarsi, prima di ripartire in automatico, e chiedersi cosa di sé si vuole davvero riportare nella nuova stagione — e cosa, invece, meriterebbe di essere lasciato andare.

Settembre, in questo senso, non è solo l’inizio di un nuovo anno di impegni. Può essere un’occasione preziosa per iniziare un lavoro su di sé, in un momento in cui la motivazione al cambiamento è spesso più viva che in qualsiasi altro periodo dell’anno.


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