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Perché proviamo vergogna? cosa scatta in ogni essere umano?

Si tratta di una emozione inutile e sgradevole per alcuni, condizione da curare per altri, costruzione culturale secondo un approccio diffuso, quale funzione è giusto assegnarle? Secondo un gruppo di ricercatori di Santa Barbara, che ha appena pubblicato il suo studio su di una nota rivista scientifica Pnas, nessuna di quelle tradizionalmente riconosciute in letteratura è la risposta corretta.

La vergogna, spiegano Daniel Sznycer e colleghi, è una strategia di difesa, fa parte del nostro corredo biologico e ha avuto un ruolo nell’evoluzione dell’uomo. Perdere la stima dei membri del proprio gruppo poteva significare anche dire addio al loro soccorso e allora, prima di compiere ogni azione, diventava cruciale fare un calcolo costi-benefici. Vale la pena rubare quel cibo agli altri se rischio di essere emarginato dal mio gruppo e ritrovarmi solo davanti a una minaccia? È qui, hanno anticipato i ricercatori, che la vergogna esercita una funzione essenziale: ci aiuta a prevedere il giudizio negativo degli altri quando commettiamo una data azione.

“La vergogna funziona come il dolore, che serve a prevenire ulteriori danni al nostro organismo – spiega Sznycer – Nello stesso modo la funzione della vergogna è quella di difendere le nostre relazioni sociali, prevenendo rotture, o di spingerci a recuperare rapporti, quando li incriniamo”. 

Per testare la loro ipotesi, i ricercatori hanno sottoposto a un test quindici diversi gruppi sociali, provenienti da tutto il mondo e diversi per lingua, abitudini, ambiente e organizzazione economica. Se la vergogna è un meccanismo di difesa, basato su un sistema neurale, deve allora essere universale. Ed è proprio quello che lo studio ha riscontrato dalle isole Mauritius alla Mongolia, passando per l’Amazzonia: la valutazione negativa espressa dalla comunità rispetto alle azioni elencate dai ricercatori corrispondeva all’intensità della vergogna provata al pensiero di compierle.

“La vergogna non ha una buona reputazione – commenta Sznycer – ma uno sguardo attento indica che questa emozione è una raffinata specializzazione: aiuta a evitare scelte dannose e a trarre il meglio da una situazione negativa”.

Talvolta, capire a fondo i motivi di tale “scomodità”, l’apparire agli altri come persone sprovvedute, inclini a compiere gesti inconsueti, porta i soggetti ad identificarsi con aspetti puerili del sé. 

Perché e come si sviluppa un disturbo alimentare

FATTORI DI RISCHIO GENERALI

I fattori di rischio generali sono generalmente i seguenti:

  • Sesso femminile
  • Adolescenza e prima età adulta
  • Vivere in una società occidentale
  • Esposizione ai media che enfatizzano la magrezza
  • Identificazione con l’ideale di magrezza

Due studi, non a caso, hanno dimostrato che negli ultimi cinquant’anni le modelle, ad esempio, hanno progressivamente diminuito il loro peso corporeo medio, ovvero l’indice di massa corporea è passato da un valore medio leggermente sotto a 20 negli anni 50 a un valore medio di 18 nel 2001, la taglia corporea è, quindi, diminuita e tra il 1960 e il 1990 si è verificato un aumento significativo nella frequenza di immagini raffiguranti l’intero corpo delle modelle rispetto agli anni ’50 in cui veniva raffigurato solo il viso.

FATTORI DI RISCHIO INDIVIDUALI

In questo caso la ricerca ha evidenziato che le persone affette da disturbi dell’alimentazione riportano con maggiore frequenza alcune esperienze negative prima dellesordio della patologia rispetto alle persone sane:

  • Complicanze ostetriche/perinatali o problemi digestivi nella prima infanzia
  • Abusi sessuali
  • Esperienze di derisione per il peso e la forma del corpo
  • Lavori o attività ricreative che incoraggiano la magrezza
  • Obesità
  • Tratti di personalità perfezionistici
  • Difficoltà a tollerare le emozioni
  • Bassa autostima o depressione
  • Ansia e disturbi d’ansia

FATTORI DI RISCHIO FAMILIARI

La ricerca, in questa area, ha identificato numerose condizioni presenti nei familiari che sembrano aumentare il rischio di sviluppare un disturbo dell’alimentazione. I dati indicano, ad esempio, che familiari delle persone affette da obesità e/o da disturbo dell’alimentazione hanno un rischio di sviluppare il disturbo circa dieci volte maggiore rispetto a quelle non lo hanno mai sviluppato nel proprio arco di vita.

La nota psicoanalista Hilde Bruch, una delle maggiori esperte di disturbi alimentari, ha osservato che la preoccupazione per il cibo ed il peso, tipica dell’anoressia o bulimia, talvolta rappresenta una manifestazione di un disturbo più profondo della propria identità. Secondo questa prospettiva, la patologia spesso si manifesta in “brave bambine” che hanno passato la loro vita cercando di compiacere i genitori; l’anoressia rappresenterebbe in quest’ottica un tentativo estremo di trovare un’identità, finalizzata a sviluppare, attraverso la “disciplina sul corpo”, un senso di individualità e di sicurezza; sostanzialmente le giovani pazienti trasformano la loro angoscia in preoccupazione per il peso e per il cibo, in modo tale da non doversene più occupare, quasi a scotomizzare dalla propria mente il problema.

Recenti ricerche, altresì, evidenziano come tratti perfezionistici, ossessivi o ipercritici di personalità possono favorire lo sviluppo di un disturbo alimentare nei figli; infine anche la presenza di problematiche familiari, come uno stato di depressione o problemi di alcolismo in casa, possono avere un ruolo nella genesi del disturbo.

Crisi di rabbia nei bambini: quando sono normali?

Ci sono alcune categorie di genitori che mal tollerano le proteste dei propri figli, anche se queste ultime sono circoscritte a sporadici eventi.

Taluni altri, invece, pensano che sia del tutto inopportuno contrapporsi alle proteste dei figli perché questo rischierebbe di esacerbare ancor di più il conflitto e l’indisciplina.

Cosa dice però la letteratura ?

Secondo un importante studio che ha esaminato 279 bambini di età compresa tra 3 e 6 anni, si è riscontrato che gli scoppi di rabbia dei bambini differivano nelle modalità a seconda che i bambini osservati fossero sani o soffrissero di un disturbo depressivo (Temper Tantrums in Healthy Versus Depressed and Disruptive Preschoolers: Defining Tantrum Behaviors Associated with Clinical Problems). I ricercatori hanno identificato diversi pattern comportamentali che possono essere associati a disturbi dell’umore.

Secondo questi studiosi sarebbe quindi possibile identificare 5 segnali a cui prestare attenzione nel caso si avessero dei dubbi sul fatto che gli scoppi d’ira e i crolli emotivi del proprio figlio possano essere preoccupanti o meno.

In sintesi, fare attenzione a:

  1. Continui scoppi d’ira
  2. Crisi ripetute e immotivate
  3. Incapacità di porre fine alla crisi in autonomia
  4. Atteggiamenti autolesivi
  5. Rabbia cronica

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