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Il ruolo dell’idealizzazione all’interno di una relazione

Julian Myles/Unsplash

Nell’amore stabile, le persone cercano un attaccamento affidabile. Nei desideri al di fuori dell’amore stabile, le persone cercano aspetti non graditi di se stessi, qualcosa che manca o che non può essere fornito autonomamente. Quando trovano quell’aspetto mancante in un altro, ne rimangono affascinati. Cercano di dare un senso e di interiorizzare quell’esperienza non abituale.

La ragione per cui l’amore romantico è così accattivante è che la percezione dell’altro è basata sulla convinzione che egli/ella sia raro e unico. Questa particolarità è accompagnata da un’idealizzazione e dalla fantasia che questa persona svolga il ruolo di un rifugio dai problemi quotidiani. Con il tempo, questa fantasia viene sostituita da una percezione più realistica.

Molte relazioni non sopravvivono dopo questa transizione perché troppo spesso il bisogno dell’altro finisce col confondersi con quell’aspetto “idealizzato” e “proiettato” su quella persona. L’indisponibilità a rinunciare all’immagine fantastica degli altri rende difficile vederli con precisione; potrebbe accadere che la persona continui a forzare il proprio partner nei ruoli idealizzati che hanno creato appositamente per loro.

Il tuo rapporto con te stesso rispetto ai tuoi partner

Dopo ripetute delusioni e disillusioni, si è tentati di ripiegarsi su se stessi per trovare rifugio dalle sfide che si presentano facendo affidamento e fidandosi degli altri. Alcuni rinnegano il loro bisogno di connessione determinando che nessun altro ha il potenziale per amare ed essere in sintonia con i loro bisogni come loro.

Il problema con questo approccio è che la percezione degli altri è contingente alla situazione attuale, alle lotte, ai bisogni e alle convinzioni personali. A sua volta, ciò che si impara sugli altri attraverso le proprie relazioni cambia molto su come ogni persona vede se stesso. Per esempio, l’accesso agli aspetti non filtrati o percepiti come inaccettabili del tuo partner costringe la persona ad esaminare quegli stessi aspetti in se stesso/a.

Nel processo reciproco di apprendimento di se stesso attraverso le sue interazioni con gli altri e viceversa, si può supporre che non conosciamo mai veramente gli altri interamente. Il processo è pieno di interpretazioni soggettive e pregiudizi provvisori da tutte le parti.

Inoltre, la dipendenza dagli altri può sentirsi così minacciosa che le persone creano un’illusione di prevedibilità e certezza di conoscere i loro partner in termini più stabili e ordinari. Riempiono le lacune degli aspetti sconosciuti dei loro partner perché ciò soddisfa i loro bisogni, il che, a sua volta, riduce la capacità di vederli con precisione.

Partner basati sulla fantasia vs partner basati sulla realtà

Il successo nelle relazioni dipende dalla capacità di vedere gli altri con realismo. Questa capacità dipende dalla volontà di abbandonare il bisogno di chi si vuole che sia e di andare avanti nella realtà con il partner che si ha.

È cruciale che apprezziate il vostro partner per quello che realmente è, in quanto operate come una squadra che compensa le debolezze dell’altro e capitalizza i punti di forza dell’altro – specialmente quando si tratta di curare i bambini e gestire una casa (Mitchell, 2003). L’idealizzazione vi permette solo di continuare a vivere in una fantasia, a scapito della vostra capacità di dare priorità e di gestire le situazioni reali in modo sensato.

E’ essenziale comprendere quale meccanismo vi sia dietro la ricerca dell’altro che idealizziamo. È più facile cedere il controllo a qualcuno che potresti non rivedere più, piuttosto che a qualcuno che ha un ruolo stabile nella tua vita. Perciò, potreste cercare partner misteriosi o non disponibili perché la loro irraggiungibilità impedisce la possibilità di perderli. Questo è un metodo garantito per evitare la perdita. È molto più minaccioso fantasticare sulla persona con cui si ha una relazione nella realtà.

Questi ruoli semplificano e appiattiscono la persona reale che state forzando in uno stereotipo. Creano anche risentimento e il desiderio di essere liberati da questi ruoli restrittivi (Liebers & Straub, 2020).

Perfezionismo: impedimento o risorsa?

Il termine “perfezionismo” può avere due letture,

Da un lato, è definito come “un’aspirazione, talvolta eccessiva, a raggiungere la perfezione, nella propria vita o nel proprio lavoro”; dall’altro, è “una tendenza ossessiva, che impedisce all’individuo di realizzare qualcosa, per eccesso di narcisismo o autocritica”.

Il perfezionismo può essere quindi visto come un ostacolo o una risorsa, a seconda di come la persona ha imparato a convivere con questa caratteristica di personalità.

Vediamo quali possono essere i 10 tratti del cosiddetto perfezionista

  1. Precisione
    La precisione si può annoverare fra le caratteristiche positive del perfezionista. Egli, infatti, è meticoloso, accurato, attento ai dettagli e ciò gli permette di raggiungere risultati eccellenti.
    Attenzione però: chi è eccessivamente preciso rischia di perdere tempo, concentrandosi su particolari inutili.
     
  2. Determinazione
    Una persona che mira alla perfezione è anche molto determinata nel raggiungere dei propri obiettivi. È organizzata e tenace, orientata alla prestazione, vuole che i propri successi siano riconosciuti.
    Attenzione: può arrivare a dipendere eccessivamente dal risultato e dall’approvazione degli altri.
     
  3. Ambizione
    Il successo è la misura del suo impegno, per questo tende a voler superare sempre se stesso. L’ambizione è il carburante che gli consente di raggiungere mete elevate.
    Il rischio è quello di non accontentarsi, di non godersi ciò che raggiunge e di vivere una continua frustrazione.
     
  4. Responsabilità
    Determinazione, ambizione e precisione, fanno del perfezionista un individuo responsabile, di cui potersi fidare. Raggiungere l’obiettivo è per lui il compito fondamentale, sia nel lavoro che nella vita privata.
    Un difetto: tende a voler fare tutto da solo, perché non si fida degli altri o perché non li reputa alla sua altezza.
     
  5. Pignoleria
    La precisione diventa un limite quando si trasforma in pignoleria. Il rischio è quello di trasformare un compito in ossessione.
    Essere eccessivamente puntiglioso, può portare il perfezionista a non completare affatto un lavoro o a trascurare gli altri aspetti della propria vita.
     
  6. Eccellenza 
    Mirare all’eccellenza è motivante e sprona al continuo miglioramento. 
    Nella versione estrema, il perfezionista è ostinato a perseguire risultati eccellenti secondo standard irragionevoli. Non riconosce i propri limiti, è ansioso e rigido, teso a produrre una prestazione senza sbavature.
    Anche questo atteggiamento, se esasperato, può portare allo sviluppo di un’ossessione.
     
  7. Dipendenza
    Alla base del comportamento del perfezionista, c’è una forte dipendenza dall’approvazione altrui. Si preoccupa di essere riconosciuto per le sue doti e lodato, di soddisfare le loro aspettative.
    È spaventato dalla possibilità di commettere errori, che vede come macchie e non come possibilità per crescere.
     
  8. Controllo
    Il perfezionista non è abituato ad esprimere le proprie emozioni, ma solo a fornire prestazioni. Ha imparato ad essere apprezzato per quello che fa e non per quello che è.
    Per questo motivo, appare freddo e distaccato, cerca di contenere le emozioni perché le considera d’intralcio.
     
  9. Autocritica
    Il giudizio che il perfezionista ha di se stesso è sempre critico. Egli crede di non fare mai abbastanza, si punisce per gli errori invece di imparare da essi.
    Non si accetta ed è sempre insicuro, lo spettro del fallimento lo immobilizza. Allo stesso modo, anche nei confronti degli altri è molto giudicante.
     
  10. Insoddisfazione
    Se il perfezionista non impara ad apprezzare i propri successi, oltre che a raggiungerli, non sarà mai soddisfatto di sé.
    Spesso, infatti, si sente frustrato dal fatto che poteva fare ancora meglio. In questo modo, non riuscirà mai ad accettarsi e a sentirsi veramente realizzato.



Come diventare genitori consapevoli

La società contemporanea mette a dura prova genitori di giovani adolescenti. In realtà si impara a diventare genitori consapevoli, non lo si è per un dono naturale ma perchè ci si impegna nel quotidiano ad affrontare numerose diatrìbe.

La Psicologia contemporanea interviene là dove l’adulto ha perso ogni tipo di speranza e motivazione nei confronti della crescita del proprio figlio.

Dice Paola (una paziente con nome fittizio): ” Non trovo più la forza di giungere ad un compromesso, ha vinto lui (il figlio)! gli faccio fare quello che vuole, sono stufa di dover continuamente negoziare….”

La negoziazione è uno dei termini chiave che sento spesso riproporre da più parti. Sembra che si debba comunque trovare un punto intermedio per giungere ad un accordo e si è dunque perso ogni tipo di meccanismo regolatore delle esigenze del figlio.

Chi educa chi?

Si sono andate perdendo le coordinate basilari per l’accesso ad un percorso educativo, ovvero il genitore tende a fare l’amico,  il figlio (per fortuna) fa ancora il figlio ma su di un piano totalmente diverso rispetto a prima. Lo fa, facendosi carico di quelli che sono i “nuovi genitori”, coloro che per fragilità o immaturità non riescono a “tenere fermo” il loro ruolo di adulti/educatori, nonchè di persone coinvolte in un processo affettivo con i propri figli.

La psicologia clinica si basa dunque sulla comprensione profonda di queste difficoltà e del perchè, ai tempi moderni, si assista ad un meccanismo involutivo piuttosto che evolutivo del processo di attaccamento/accudimento, il quale non ha in realtà un termine.

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