C’è un momento, per chi vive un attacco di panico, in cui il mondo si restringe. Il cuore accelera, il respiro si fa corto, le mani formicolano, una sensazione di irrealtà avvolge tutto. Per qualche minuto — che sembrano interminabili — la mente è certa: sta succedendo qualcosa di terribile. Un infarto, un soffocamento, la perdita del controllo, la “pazzia”.
E poi, lentamente, passa.
Ma resta una domanda che molti giovani adulti si portano dietro per settimane, mesi, a volte anni: “Perché è successo? E se succede di nuovo?”
L’ansia non è il problema: è il sintomo
Una delle cose che osservo più spesso, nel mio lavoro con ragazzi e ragazze tra i venti e i trentacinque anni, è quanto l’ansia venga vissuta come un’avversaria da combattere, da controllare, da eliminare. “Devo smettere di avere ansia” è una frase che sento spesso, pronunciata con la stessa urgenza con cui si parlerebbe di un’infezione da curare.
Ma l’ansia, e in particolare l’attacco di panico, raramente è il problema in sé. È piuttosto un segnale — spesso scomposto, spesso fuori contesto, ma comunque un segnale — che qualcosa, dentro, chiede attenzione.
In psicoanalisi guardiamo all’attacco di panico non come a un malfunzionamento da correggere, ma come a una comunicazione del corpo e della mente che ha trovato, in quel momento, l’unico canale possibile per esprimersi. Spesso si tratta di emozioni che non hanno avuto spazio per essere pensate, sentite, elaborate — e che il corpo finisce per “agire” attraverso il sintomo.
Perché capita proprio ora, in questa fase della vita
I venti e i trent’anni sono un’età di transizioni continue: si lascia la famiglia d’origine, si costruisce un’identità professionale, si negoziano nuove relazioni affettive, si affrontano scelte che sembrano definitive. È un periodo in cui il “chi sono” e il “chi voglio diventare” sono in costante ridefinizione.
Non è un caso che molti primi episodi di ansia significativa o di attacchi di panico si manifestino proprio in questi anni. Non perché ci sia qualcosa di “rotto”, ma perché lo psichismo è sotto pressione: deve reggere carichi emotivi nuovi, spesso senza che ci sia stato il tempo — o lo spazio — per elaborarli.
A volte l’attacco di panico arriva proprio quando, dall’esterno, “tutto va bene”: un nuovo lavoro, una relazione che funziona, un trasloco desiderato. È un paradosso solo apparente. I cambiamenti, anche quelli positivi, richiedono una riorganizzazione interna profonda — e a volte è proprio in quei momenti che le parti di noi più fragili, o più trascurate, chiedono di essere ascoltate.
Cosa significa, in pratica, lavorarci in terapia
Un percorso psicoanalitico non si concentra solo sulla gestione del sintomo — anche se imparare strategie per attraversare un momento di ansia acuta è importante e fa parte del lavoro. L’obiettivo più profondo è comprendere da dove viene quell’ansia: quali storie, quali relazioni, quali parti di sé non hanno ancora trovato parole.
Spesso, lavorando insieme, emergono fili che collegano l’ansia attuale a esperienze passate, a modi di relazionarsi imparati da piccoli, a paure che non erano mai state nominate perché non c’era — allora — chi potesse ascoltarle.
Con il tempo, l’ansia smette di essere un nemico imprevedibile e diventa qualcosa che si può conoscere, riconoscere, e infine attraversare con meno terrore. Non perché “scompaia” magicamente, ma perché chi la vive impara a starci dentro senza essere travolto — e spesso, proprio in quel momento, l’intensità si riduce naturalmente.
Non sei tu che “non riesci a gestirla”
Una delle convinzioni più dolorose con cui arrivano molte persone è quella di essere in qualche modo “difettose”: più fragili, meno capaci, meno forti degli altri. Non è così. L’ansia e il panico non sono indicatori di debolezza, ma di un sistema interno che sta cercando — a modo suo, e a volte in modo eccessivo — di proteggerti.
Capire questo è già un primo passo. Il secondo, spesso, è permettersi di chiedere aiuto — non come ultima risorsa quando “non si riesce più”, ma come un atto di cura verso una parte di sé che merita ascolto.
Se ti sei riconosciuto in queste parole e senti che potrebbe essere il momento di affrontare l’ansia in modo diverso, sono disponibile per un primo colloquio, in presenza a Firenze o online. Scrivimi per fissare un appuntamento.
