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Cos’è la Dissociazione: non una Patologia, ma una Risposta

La dissociazione non è, in origine, un disturbo. È un meccanismo di difesa primario, arcaico, potentissimo. Quando un’esperienza è troppo intensa, troppo dolorosa o troppo minacciosa per essere integrata nella continuità del sé, la mente la isola. La separa. La mette in un compartimento stagno dove non possa travolgere il resto del funzionamento psichico.

In questo senso, la dissociazione è un atto di intelligenza psichica. Il problema sorge quando questo meccanismo — nato per proteggere — diventa una modalità stabile di relazione con sé stessi e con il mondo. Quando la frammentazione, da risposta d’emergenza, diventa architettura del sé.

Ferenczi fu tra i primi psicoanalisti a cogliere con precisione questo meccanismo, descrivendo come il bambino traumatizzato — di fronte a un adulto che non può permettersi di perdere — impara a staccarsi emotivamente da ciò che gli accade, dissociando la parte sofferente dal sé funzionante che continua ad amare e a dipendere dal caregiver. Una scissione necessaria, ma costosa.


Il Trauma che Non Diventa Ricordo

Uno degli aspetti più caratteristici del trauma dissociativo è la sua particolare relazione con la memoria. Il trauma non viene ricordato come gli altri eventi: non si organizza in una narrazione sequenziale, con un prima e un dopo. Si deposita nel corpo, nelle reazioni automatiche, nei lampi sensoriali che irrompono senza preavviso — odori, suoni, sensazioni fisiche che trascinano il soggetto indietro nel tempo senza che lui capisca perché.

La teoria strutturale della dissociazione descrive questa scissione come una divisione tra una parte della personalità che continua a funzionare nella vita quotidiana — apparentemente adattata, produttiva, “normale” — e una o più parti emotive che rimangono fissate al momento traumatico, come in un eterno presente di terrore o dolore.

Nella stanza di terapia, questo si traduce spesso in pazienti che raccontano eventi gravissimi con un distacco sorprendente, quasi parlassero di qualcun altro. Oppure, al contrario, che vengono improvvisamente sopraffatti da un’emozione senza riuscire a collegarla a nulla di comprensibile. In entrambi i casi, il filo narrativo del sé è spezzato.


Come si Manifesta nella Clinica Contemporanea

Il trauma dissociativo raramente si presenta con un’etichetta diagnostica chiara. Più spesso si nasconde dietro sintomi apparentemente distanti tra loro: stati d’ansia inspiegabili, vuoti di memoria, sensazione cronica di irrealtà, difficoltà a riconoscere e nominare le proprie emozioni, relazioni oscillanti tra idealizzazione e crollo improvviso.

Molti pazienti arrivano in studio dopo anni di percorsi terapeutici centrati sui sintomi, senza che nessuno abbia mai esplorato l’esperienza traumatica sottostante. Descrivono una sensazione di essere composti da parti che non si parlano, di avere reazioni che non capiscono, di non riuscire a “stare dentro” sé stessi.

In questi casi, lavorare sull’interpretazione del sintomo non basta. È necessario creare prima di tutto uno spazio sicuro — quello che Winnicott chiamava holding — in cui le parti dissociate possano gradualmente avvicinarsi, riconoscersi, e cominciare a dialogare.


La Prospettiva Psicoanalitica: integrare ciò che è stato Scisso

La psicoanalisi offre al trattamento del trauma dissociativo qualcosa di specifico e insostituibile: il tempo. Il tempo necessario affinché ciò che è stato isolato possa essere gradualmente avvicinato, simbolizzato, inserito in una narrazione che lo contenga senza che sopraffaccia.

Ogden ha descritto il lavoro analitico con i pazienti traumatizzati come un processo di co-creazione: terapeuta e paziente costruiscono insieme uno spazio intersoggettivo in cui l’esperienza dissociata può essere finalmente pensata — non solo agita o evitata. È un lavoro lento, non lineare, che richiede una presenza del terapeuta che sia costante, regolata e autentica.

Il transfert in questi trattamenti è spesso intenso e paradossale: il paziente può avere bisogno di testare ripetutamente la solidità del legame terapeutico prima di permettersi di portare in seduta le parti più vulnerabili di sé. Ogni rottura e riparazione del legame diventa, in questo senso, un’esperienza riparativa in miniatura.

L’obiettivo non è cancellare il trauma — il passato non si riscrive — ma modificare il suo peso nel presente. Che le parti dissociate possano trovare un posto nella storia del soggetto: non come ferita aperta, ma come parte integrante di chi si è diventati.


Quando Chiedere Aiuto

Se ti riconosci in alcune di queste descrizioni — una sensazione cronica di non essere del tutto presente a te stesso, reazioni emotive che sembrano sproporzionate o inspiegabili, difficoltà a ricostruire periodi della tua vita, senso di estraneità dal tuo corpo o dalle tue emozioni — potrebbe valere la pena esplorare queste esperienze in uno spazio terapeutico dedicato.

La psicoterapia psicoanalitica non offre soluzioni rapide. Offre qualcosa di più duraturo: la possibilità di dare un senso a ciò che è accaduto, e di ritrovare una continuità con sé stessi che il trauma aveva interrotto.

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