C’è un paradosso che negli ultimi anni entra sempre più spesso in seduta, soprattutto quando a parlarne sono i genitori: “Mio figlio ha centinaia di contatti, è sempre online, eppure sembra più solo di quanto lo fossi io alla sua età.” Non è un’impressione. È un fenomeno clinico che merita di essere pensato, non solo giudicato.
La connessione che non fa da ponte
In psicoanalisi parliamo da sempre di funzione di rêverie — la capacità di un adulto di accogliere e restituire senso agli stati emotivi grezzi di un bambino, trasformandoli in qualcosa di pensabile (Bion). È attraverso relazioni reali, imperfette, con tempi di attesa e frustrazione, che un adolescente impara a reggere le proprie emozioni.
Il mondo digitale offre invece una relazione senza attesa: una risposta immediata, un like, una notifica. È una forma di contatto, ma è un contatto che non richiede di reggere lo sguardo dell’altro, il silenzio, l’imbarazzo — tutto ciò che nelle relazioni reali costruisce la capacità di mentalizzare, cioè di immaginare cosa accade nella mente propria e altrui (Fonagy).
Il risultato, in molti ragazzi che incontro, non è l’assenza di legami, ma una moltiplicazione di legami superficiali che non riescono a fare da ponte verso un senso di sé stabile. Si sentono visti da tutti e capiti da nessuno.
Il corpo e l’immagine: quando lo specchio diventa pubblico
Per un adolescente, il corpo che cambia è già di per sé fonte di angoscia. Oggi quel corpo viene continuamente esposto, confrontato, misurato attraverso filtri e metriche — follower, visualizzazioni, commenti. Winnicott parlava di un “falso Sé” che si costruisce quando il bambino impara ad adattarsi alle aspettative dell’ambiente più che ad ascoltare i propri bisogni autentici. I social possono diventare un potentissimo acceleratore di questo processo: si costruisce un’immagine di sé pensata per piacere, mentre il Sé vero resta senza spazio, e spesso senza parole.
Cosa possiamo fare, come clinici e come adulti di riferimento
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di restituire ai ragazzi ciò che il digitale non può offrire:
- Uno spazio di ascolto senza fretta, dove il silenzio non sia un vuoto da riempire ma un tempo in cui pensare insieme.
- Una relazione che regge la frustrazione, invece di risolverla immediatamente.
- La possibilità di essere visti nella propria interezza, non solo nella versione filtrata che si mostra online.
Un percorso psicoterapeutico con un adolescente non è (solo) un luogo dove parlare dei sintomi — ansia, isolamento, cali di rendimento, difficoltà nel sonno — ma uno spazio dove può accadere, forse per la prima volta, un’esperienza di essere realmente incontrati.
Se sei un genitore preoccupato o un adolescente che sente il peso di questa solitudine “connessa”, puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo.
