Chi si rivolge per la prima volta a uno psicologo porta quasi sempre due cose insieme: una domanda esplicita — un sintomo, una crisi, una fatica che non si risolve da sola — e qualcosa che ancora non ha parole. Il lavoro dei primi incontri non è raccogliere solo la prima, ma dare tempo e spazio anche alla seconda.
Una fase di valutazione, non un’adesione immediata
Non propongo una terapia dal primo incontro. Prima c’è una fase di valutazione condivisa, articolata in tre colloqui, il cui scopo non è solo diagnostico in senso stretto: è costruire, insieme, una prima rappresentazione di cosa sta accadendo — e di cosa, dietro la richiesta che porti, sta effettivamente chiedendo di essere ascoltato.
I tre colloqui: ascoltare oltre il racconto
In questi incontri ricostruiamo la tua storia, il momento che stai attraversando, ciò che ti ha portato a chiedere aiuto ora e non prima, o non dopo. Ma un colloquio clinico non è un’intervista: quello che conta non è solo cosa racconti, ma come lo racconti — cosa torna, cosa viene evitato, dove il discorso si interrompe o cambia direzione. Sono tracce che dicono spesso più delle parole stesse, e che un solo incontro non basta a cogliere.
Per questo l’ascolto, in questa fase, resta volutamente sospeso: non cerco subito di incasellare ciò che porti in una categoria, perché una diagnosi affrettata rischia di chiudere prematuramente qualcosa che ha bisogno di tempo per mostrarsi nella sua forma reale. Quando è utile, questo lavoro di ascolto viene affiancato da strumenti più strutturati — colloqui clinici mirati, eventuali test — non come sostituti della relazione, ma come materiale che la arricchisce.
Spesso è proprio in questi tre incontri che la domanda iniziale si trasforma: il sintomo che ha spinto a chiedere aiuto — un’ansia, un blocco, una crisi relazionale — comincia a rivelare la funzione che ha nella tua vita psichica, non solo il disagio che produce.
La restituzione: pensare insieme, non solo riferire
Il quarto incontro è dedicato alla restituzione. Non è la lettura di un referto, ma un momento in cui condivido con te il pensiero che si è costruito a partire da quanto emerso — le difficoltà, i modi con cui hai imparato a difenderti da esse, le risorse che già usi senza saperlo. È un atto congiunto: la restituzione ha senso solo se diventa qualcosa che riconosci, non un’etichetta che ricevi.
L’eventuale proposta di un percorso
Solo dopo la restituzione, se ha senso clinico, ti propongo un possibile percorso — obiettivi, frequenza, caratteristiche del setting più indicato per la situazione specifica. Non esiste un formato unico: la proposta nasce da ciò che è emerso in quei tre incontri, e la decisione di proseguire — e come — si prende insieme, con spazio per le tue domande e le tue perplessità.
In alcuni casi la valutazione porta a un esito diverso: l’indicazione a rivolgersi altrove, verso una figura più adeguata alla richiesta. Anche questo fa parte di un lavoro clinico onesto.
Perché serve tempo, prima di decidere
Un solo colloquio racconta una versione di te costruita per l’urgenza del momento — spesso la più difensiva, quella con cui ci si presenta a un estraneo. Tre incontri permettono a qualcos’altro di emergere: la relazione stessa, nel tempo, comincia a funzionare come strumento conoscitivo, non solo come contesto in cui raccogliere informazioni. È per questo che la valutazione ha un valore in sé, indipendentemente da come si deciderà, alla fine, di proseguire.
Se vuoi prenotare il primo colloquio o hai domande prima di iniziare, puoi scrivermi.
