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Quando la mente si allontana da sé: capire il fenomeno dissociativo

Capita a molti di ritrovarsi a guidare e non ricordare gli ultimi minuti di tragitto. Oppure di vivere un momento importante come se lo si stesse guardando da fuori, distanti da se stessi. Sono esperienze comuni, spesso legate a stanchezza o distrazione, che nella maggior parte dei casi non destano preoccupazione. Ma quando questi stati diventano frequenti, intensi o interferiscono con la vita quotidiana, ci troviamo di fronte a ciò che in psicopatologia viene chiamato fenomeno dissociativo.

Che cos’è la dissociazione

La dissociazione è un meccanismo psichico attraverso cui alcuni contenuti mentali — percezioni, ricordi, emozioni, sensazioni corporee, persino il senso di identità — perdono la loro normale integrazione con il resto dell’esperienza cosciente. Invece di essere vissuti come parte di un flusso unitario, questi contenuti vengono in qualche modo “scollegati”, tenuti a distanza dalla consapevolezza.

Non si tratta di un fenomeno univoco, ma di uno spettro che va da episodi lievi e transitori, comuni nella popolazione generale, fino a quadri clinici strutturati che richiedono un intervento specialistico. Il DSM-5 e l’ICD-11 riconoscono diverse condizioni cliniche in cui la dissociazione è il tratto centrale: il disturbo dissociativo dell’identità, l’amnesia dissociativa, il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione. Ma manifestazioni dissociative compaiono anche in molti altri quadri: nel disturbo post-traumatico da stress, nei disturbi di personalità, negli attacchi di panico, e persino in momenti di forte stress in persone senza alcuna diagnosi.

Una lettura psicoanalitica

Per la psicoanalisi, la dissociazione non è semplicemente un sintomo da eliminare, ma un’operazione psichica con una funzione precisa: proteggere la mente da un’esperienza percepita come insopportabile. Pierre Janet, tra i primi a studiarla sistematicamente, la descriveva come una scissione della coscienza in presenza di eventi traumatici che il soggetto non riesce a integrare. Freud stesso, seppur privilegiando poi il concetto di rimozione, riconosceva nei primi studi sull’isteria come alcuni contenuti psichici potessero rimanere “non assimilati” al resto della personalità.

Gli sviluppi più recenti della teoria del trauma e della psicoanalisi relazionale — pensiamo ai lavori di Philip Bromberg o di Donnel Stern — hanno riportato la dissociazione al centro della clinica. In questa prospettiva, la mente non è un’unità monolitica ma un insieme di stati del sé che, in condizioni ottimali, dialogano tra loro. Quando un’esperienza è troppo dolorosa, troppo precoce o troppo priva di un contesto relazionale capace di accoglierla, quello stato mentale può restare isolato, non-parlato, dissociato dagli altri. Bromberg parla della necessità clinica di “stare nello spazio tra” gli stati dissociati, per permettere che tornino a comunicare tra loro senza che il paziente venga sopraffatto.

Il legame con il trauma

La dissociazione è oggi ampiamente riconosciuta come una delle risposte più profonde e sofisticate al trauma, in particolare al trauma relazionale precoce. Quando un bambino vive esperienze di paura, abbandono o violazione da parte di chi dovrebbe proteggerlo, e non ha altro modo per sopravvivere psichicamente a quell’esperienza, la mente può “congelare” quei vissuti, tenendoli fuori dalla narrazione cosciente di sé. Questo permette di continuare a funzionare, a volte con successo apparente, ma al costo di una frammentazione interna che si ripresenta più avanti nella vita: vuoti di memoria, sensazioni di irrealtà, difficoltà a sentire le proprie emozioni, oscillazioni tra stati del sé che sembrano appartenere a persone diverse.

Come si manifesta nella vita di tutti i giorni

Chi vive fenomeni dissociativi spesso fatica a riconoscerli come tali. Le espressioni più comuni includono: sensazione di irrealtà rispetto a sé o all’ambiente circostante (depersonalizzazione e derealizzazione), vuoti di memoria per periodi o eventi significativi, la sensazione di “non essere del tutto presenti” nella propria vita, oscillazioni marcate nel modo di sentirsi e di comportarsi a seconda del contesto, difficoltà a mettere in parole ciò che si prova. Spesso queste esperienze vengono vissute con vergogna o confusione, perché chi le attraversa fatica a spiegarle anche a se stesso, e questo può ritardare la richiesta di aiuto.

Perché rivolgersi a un percorso psicoanalitico

Un lavoro psicoterapeutico di orientamento psicoanalitico offre uno spazio in cui questi stati scissi possono, gradualmente, essere avvicinati, riconosciuti e messi in relazione tra loro, senza la fretta di eliminare un sintomo ma con l’obiettivo di comprenderne il senso e la storia. La relazione terapeutica stessa diventa spesso il luogo in cui questi stati dissociati si rendono visibili, permettendo un lavoro di integrazione che non passa solo dalla comprensione intellettuale, ma dall’esperienza viva di sentirsi accolti, anche nelle parti di sé più difficili da mostrare.

Riconoscere un fenomeno dissociativo non significa etichettarsi con una diagnosi, ma iniziare a dare un nome a esperienze che, per quanto disorientanti, hanno una loro logica e una loro storia.

Mentalizzazione: la capacità (spesso invisibile) che regge ogni relazione

Mentalizzazione: la capacità (spesso invisibile) che regge ogni relazione

C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui una relazione si incrina non per quello che è successo, ma per come ciascuno ha interpretato quello che è successo.

Un silenzio letto come rifiuto. Un ritardo letto come disinteresse. Un tono di voce letto come rabbia, quando forse era solo stanchezza.

In psicologia questa capacità — o incapacità — di leggere correttamente la mente propria e quella altrui ha un nome preciso: mentalizzazione.

Che cos’è la mentalizzazione

La mentalizzazione è la capacità di comprendere il comportamento — proprio e degli altri — come espressione di stati mentali: pensieri, emozioni, desideri, intenzioni, credenze.

Non è un concetto astratto. È qualcosa che facciamo, con successi e fallimenti, decine di volte al giorno: quando cerchiamo di capire perché un collega ci ha risposto in modo brusco, quando proviamo a intuire cosa sta provando un figlio che si chiude in silenzio, quando ci chiediamo perché noi stessi abbiamo reagito in un certo modo a una frase che, a mente fredda, non meritava tutta quella intensità.

Il termine è stato sviluppato in ambito psicoanalitico soprattutto grazie al lavoro di Peter Fonagy e dei suoi collaboratori, ma affonda le radici in autori che hanno segnato profondamente la comprensione della vita psichica: Bion, con la sua idea della mente come capacità di “contenere” e trasformare le esperienze emotive grezze; Winnicott, con l’attenzione alla funzione di rispecchiamento che un genitore — o un terapeuta — offre a chi ha di fronte.

Perché è così importante

Mentalizzare bene non significa avere sempre ragione su cosa pensa o prova l’altro. Significa avere la flessibilità di tenere in mente che l’altro ha una mente diversa dalla nostra, che le nostre interpretazioni sono ipotesi e non certezze, e che possiamo sbagliarci — senza che questo minacci la relazione o la nostra stessa stabilità interna.

Quando questa capacità funziona bene, le relazioni reggono gli urti quotidiani: i fraintendimenti si chiariscono, i conflitti si attraversano senza rompere il legame, l’intimità resta possibile anche nel disaccordo.

Quando invece la mentalizzazione si inceppa — sotto stress, in situazioni di forte attivazione emotiva, o come tratto più stabile della personalità — il mondo relazionale si semplifica pericolosamente. Le intenzioni dell’altro diventano certezze anziché ipotesi. “Non mi ha risposto” diventa “non gli importa di me”, senza passaggi intermedi, senza dubbio, senza la possibilità di chiedere e verificare.

Come si manifesta la difficoltà a mentalizzare

Nella mia esperienza clinica, la fatica a mentalizzare non si presenta quasi mai come un’etichetta chiara. Si presenta come:

  • la sensazione ricorrente di essere fraintesi, o di fraintendere sistematicamente gli altri
  • relazioni che oscillano tra fusione totale e rottura improvvisa, senza vie di mezzo
  • difficoltà a distinguere “cosa provo io” da “cosa sento che l’altro mi sta facendo provare”
  • reazioni emotive che sembrano sproporzionate rispetto all’evento scatenante, e che lasciano una sensazione di disorientamento anche in chi le vive
  • fatica, nei genitori, a immaginare il figlio come persona con una mente propria, distinta dai propri bisogni e timori

Non sono segnali di una “mancanza” da correggere in fretta. Sono, quasi sempre, il risultato di storie relazionali in cui la propria mente non è stata sufficientemente vista, nominata, tenuta in mente da qualcun altro — spesso nei primi anni di vita, ma non solo.

Si può imparare (o reimparare) a mentalizzare?

Sì. È una delle notizie più incoraggianti che la ricerca clinica ci ha consegnato negli ultimi decenni: la mentalizzazione non è un tratto fisso, è una capacità che si sviluppa nella relazione e che nella relazione — anche quella terapeutica — può essere rinforzata.

Un buon percorso psicoterapeutico lavora proprio su questo, spesso senza nominarlo esplicitamente: nella stanza di terapia, il terapeuta prova a mettere in parole ciò che il paziente sente ma non riesce ancora a pensare; lo aiuta a fare un passo indietro rispetto alle proprie reazioni immediate; gli restituisce una versione di sé stesso — pensato, non giudicato — che diventa, col tempo, una capacità propria.

Non si tratta di imparare tecniche. Si tratta di fare, ripetutamente, l’esperienza di essere pensati da un’altra mente attenta, per poi poter pensare — e sentire — con più libertà anche fuori da quella stanza.

Un’ultima cosa

Se leggendo questo articolo ti sei riconosciuto in qualcuna di queste dinamiche — relazioni che si complicano più del previsto, difficoltà a capire cosa provi davvero, o a immaginare cosa provano davvero le persone a cui tieni — non significa che qualcosa in te non funzioni. Significa, semplicemente, che c’è uno spazio di lavoro possibile.

Se ti va di parlarne, sono qui.

Il corpo parla quando le parole mancano: il disturbo da sintomi somatici e la Psicoterapia

Il corpo parla quando le parole mancano: il disturbo da sintomi somatici e la Psicoterapia

Hai mai sentito un dolore fisico per cui i medici non trovano spiegazioni? Mal di testa

ricorrenti, stanchezza cronica, dolori allo stomaco, tensioni muscolari che non passano mai?

Se ti è capitato, non sei solo/a. E soprattutto: non stai inventando nulla.

Esiste un disturbo, riconosciuto dalla psicologia e dalla medicina, che si chiama disturbo da

sintomi somatici — e riguarda moltissime persone che soffrono nel corpo, ma la cui

sofferenza ha radici profonde nella mente e nelle emozioni.

Che cos’è il disturbo da sintomi somatici?

Il disturbo da sintomi somatici (DSS) è una condizione in cui una persona sperimenta

sintomi fisici reali e disturbanti — dolori, affaticamento, difficoltà respiratorie, disturbi

gastrointestinali — che non possono essere spiegati completamente da una causa medica

organica, oppure che risultano sproporzionati rispetto alla patologia fisica eventualmente

presente.

La parola chiave è: questi sintomi non sono immaginati né simulati. Chi ne soffre prova un

disagio fisico autentico, spesso molto intenso, che influenza profondamente la qualità della

vita quotidiana.

Il disturbo da sintomi somatici si caratterizza tipicamente per la presenza di uno o più

sintomi fisici persistenti, pensieri e preoccupazioni eccessive legati ai sintomi stessi, e una

durata nel tempo che tende a prolungarsi nel corso dei mesi.

Il corpo come “linguaggio” dell’inconscio

La psicoanalisi ha da sempre prestato grande attenzione al rapporto tra corpo e psiche. Già

Sigmund Freud, nei suoi primissimi studi sui casi isterici condotti insieme a Josef Breuer,

osservò come certi sintomi fisici — paralisi, cecità, dolori inspiegabili — potessero essere

l’espressione di conflitti emotivi inconsci che non avevano trovato altre vie di uscita.

Freud coniò l’espressione “conversione” per descrivere il meccanismo attraverso cuiun’emozione non elaborata si trasforma in un sintomo corporeo. Il corpo, in sostanza, dice

quello che la mente non riesce ancora a esprimere con le parole.

Questa intuizione è stata poi sviluppata da molti autori nel corso del Novecento.

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, introdusse il concetto di psiche-soma:

per Winnicott, mente e corpo non sono entità separate, ma un’unità inscindibile che si forma

fin dai primissimi mesi di vita attraverso le cure ricevute. Quando questa unità viene

disturbata — da traumi, da cure inadeguate, da un ambiente emotivo imprevedibile — il

corpo può diventare il luogo in cui si deposita la sofferenza psichica.

Joyce McDougall, psicoanalista franco-neozelandese, ha dedicato gran parte del suo lavoro

a quelle che chiamava “teatri del corpo”: situazioni in cui il corpo mette in scena, attraverso

il sintomo, emozioni che non sono mai state riconosciute né nominate. McDougall parlava di

pazienti “iper-normali” — persone apparentemente funzionali, efficienti, prive di conflitti

evidenti — che improvvisamente si ammalavano nel corpo, come se le emozioni trovassero

l’unica via possibile proprio lì.

Pierre Marty, fondatore della Scuola Psicosomatica di Parigi, introdusse il concetto di

pensiero operatorio: un modo di pensare povero di rappresentazioni emotive, concreto,

centrato sui fatti, che caratterizza molte persone che sviluppano sintomi somatici. Chi pensa

in modo operatorio fatica a dare un nome alle proprie emozioni — condizione che oggi viene

chiamata alessitimia — e il corpo finisce per “parlare” al posto della mente.

Perché il disturbo da sintomi somatici è così comune oggi?

Viviamo in un’epoca che premia la produttività, la razionalità, la gestione efficiente delle

emozioni. “Stai bene?”, “Sì, sto bene” — è il dialogo automatico di milioni di persone,

indipendentemente da quello che si prova davvero.

In questo contesto, le emozioni difficili — tristezza, rabbia, paura, vergogna — spesso non

trovano spazio per essere sentite e vissute. Vengono messe da parte, ignorate, “gestite”. E il

corpo, prima o poi, presenta il conto.

Il disturbo da sintomi somatici colpisce persone di ogni età, sesso e background culturale. È

più frequente nelle donne, ma riguarda anche gli uomini. Può comparire in seguito a un

evento stressante (un lutto, una separazione, un cambiamento lavorativo), oppure installarsi

gradualmente, senza un momento preciso di inizio.

Come si cura il disturbo da sintomi somatici?La buona notizia è che il disturbo da sintomi somatici risponde bene alla psicoterapia — e in

particolare alla psicoterapia psicoanalitica.

Un percorso terapeutico non si concentra sul “convincere” la persona che i suoi sintomi

sono psicologici (operazione spesso vissuta come una svalutazione). Al contrario, si parte

proprio dai sintomi fisici come punto di accesso a una storia emotiva che merita di essere

ascoltata.

Lavorare in terapia significa dare parole alle emozioni che non ne hanno mai avute,

riconoscere i momenti in cui il corpo segnala qualcosa che la mente non ha ancora

elaborato, esplorare la propria storia relazionale e le modalità con cui si è imparato — o non

imparato — a stare con le emozioni difficili, e sviluppare una relazione con il proprio corpo

non più basata sulla paura o sull’estraneità, ma sulla curiosità e sull’ascolto.

Con il tempo, molte persone scoprono che i sintomi fisici si attenuano — non perché

scompaiano magicamente, ma perché trovano finalmente una forma alternativa di

espressione.

Quando chiedere aiuto

Se convivi da tempo con sintomi fisici per cui i medici non trovano spiegazioni, o che si

ripresentano ciclicamente in momenti di stress, potrebbe valere la pena parlarne con uno

psicologo o psicoterapeuta.

Non significa che “è tutto nella testa”. Significa che il tuo corpo sta cercando di dirti

qualcosa — e che forse è arrivato il momento di ascoltarlo insieme a qualcuno.

Sono la Dott.ssa Ilaria Bellavia, psicologa e psicoterapeuta a Firenze. Ricevo in studio e

online. Se ti sei riconosciuto/a in questo articolo e vuoi esplorare un percorso terapeutico,

puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo.

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