da Dr.ssa Ilaria Bellavia
C’è un paradosso che negli ultimi anni entra sempre più spesso in seduta, soprattutto quando a parlarne sono i genitori: “Mio figlio ha centinaia di contatti, è sempre online, eppure sembra più solo di quanto lo fossi io alla sua età.” Non è un’impressione. È un fenomeno clinico che merita di essere pensato, non solo giudicato.
La connessione che non fa da ponte
In psicoanalisi parliamo da sempre di funzione di rêverie — la capacità di un adulto di accogliere e restituire senso agli stati emotivi grezzi di un bambino, trasformandoli in qualcosa di pensabile (Bion). È attraverso relazioni reali, imperfette, con tempi di attesa e frustrazione, che un adolescente impara a reggere le proprie emozioni.
Il mondo digitale offre invece una relazione senza attesa: una risposta immediata, un like, una notifica. È una forma di contatto, ma è un contatto che non richiede di reggere lo sguardo dell’altro, il silenzio, l’imbarazzo — tutto ciò che nelle relazioni reali costruisce la capacità di mentalizzare, cioè di immaginare cosa accade nella mente propria e altrui (Fonagy).
Il risultato, in molti ragazzi che incontro, non è l’assenza di legami, ma una moltiplicazione di legami superficiali che non riescono a fare da ponte verso un senso di sé stabile. Si sentono visti da tutti e capiti da nessuno.
Il corpo e l’immagine: quando lo specchio diventa pubblico
Per un adolescente, il corpo che cambia è già di per sé fonte di angoscia. Oggi quel corpo viene continuamente esposto, confrontato, misurato attraverso filtri e metriche — follower, visualizzazioni, commenti. Winnicott parlava di un “falso Sé” che si costruisce quando il bambino impara ad adattarsi alle aspettative dell’ambiente più che ad ascoltare i propri bisogni autentici. I social possono diventare un potentissimo acceleratore di questo processo: si costruisce un’immagine di sé pensata per piacere, mentre il Sé vero resta senza spazio, e spesso senza parole.
Cosa possiamo fare, come clinici e come adulti di riferimento
Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di restituire ai ragazzi ciò che il digitale non può offrire:
- Uno spazio di ascolto senza fretta, dove il silenzio non sia un vuoto da riempire ma un tempo in cui pensare insieme.
- Una relazione che regge la frustrazione, invece di risolverla immediatamente.
- La possibilità di essere visti nella propria interezza, non solo nella versione filtrata che si mostra online.
Un percorso psicoterapeutico con un adolescente non è (solo) un luogo dove parlare dei sintomi — ansia, isolamento, cali di rendimento, difficoltà nel sonno — ma uno spazio dove può accadere, forse per la prima volta, un’esperienza di essere realmente incontrati.
Se sei un genitore preoccupato o un adolescente che sente il peso di questa solitudine “connessa”, puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
C’è una forma di sofferenza che non si vede. Non ha il volto che ci aspettiamo dalla depressione — non ferma le giornate, non impedisce di andare al lavoro, non allontana dagli impegni. Al contrario: chi ne soffre spesso è la persona più efficiente della stanza. Rispetta le scadenze, si prende cura degli altri, sorride nelle occasioni giuste. Eppure, dietro questa facciata di normalità, convive con una stanchezza che non passa mai, un senso di vuoto che nessun risultato riesce a colmare, e la sensazione di recitare una parte in un copione che non ha mai scelto fino in fondo.
È quella che oggi viene chiamata depressione ad alto funzionamento: non una categoria diagnostica a sé, ma un modo di descrivere una sofferenza depressiva che convive con un funzionamento sociale e lavorativo apparentemente intatto — a volte persino brillante.
Come si riconosce
Chi vive questa condizione racconta quasi sempre le stesse cose. Un’anedonia sottile, che non toglie del tutto il piacere ma lo attenua fino a renderlo irriconoscibile: le cose che prima entusiasmavano ora si fanno “per dovere”. Una fatica cronica, sproporzionata rispetto agli impegni reali, come se ogni gesto quotidiano richiedesse un surplus di energia nascosto agli altri. Difficoltà di concentrazione e piccoli vuoti di memoria, spesso attribuiti allo stress. E poi un pessimismo di fondo, silenzioso, che convive con un perfezionismo esigente: la sensazione di non poter permettersi di flettere, perché cedere significherebbe deludere un’aspettativa — propria o altrui — che si è fatta identità.
Ciò che rende questa forma di depressione particolarmente insidiosa è proprio il suo travestimento: agli occhi degli altri, e spesso anche ai propri, non “sembra” una vera depressione. E questo scarto — tra il vissuto interno e l’immagine che si continua a offrire al mondo — è spesso il punto più doloroso, perché si accompagna a un pensiero ricorrente: non ho nemmeno il diritto di stare male, visto che va tutto bene.
Uno sguardo psicoanalitico: la fatica di reggere un Sé che funziona
La psicoanalisi ha da tempo un nome per descrivere questo tipo di adattamento. Winnicott parlava di falso Sé: quella parte di noi che si costruisce molto presto, in risposta a un ambiente che — per motivi diversi — ha chiesto più adattamento che autenticità. Il falso Sé non è una menzogna: è un sistema di sopravvivenza, un modo intelligente di restare in relazione con l’altro quando esprimere il proprio vero sentire non sembrava percorribile. Il problema nasce quando questa organizzazione diventa l’unico modo di stare al mondo: si continua a funzionare, a compiacere, a produrre, ma il Sé autentico — con i suoi bisogni, i suoi limiti, la sua vulnerabilità — resta progressivamente isolato, silenzioso, sempre più difficile da raggiungere anche per sé stessi.
A questo si intreccia quanto Peter Fonagy e Massimo Ammaniti hanno insegnato sulla mentalizzazione: la capacità di riconoscere e dare senso ai propri stati emotivi. In chi vive una depressione ad alto funzionamento, questa capacità spesso non manca — al contrario, può essere molto sviluppata verso l’esterno, verso gli stati mentali altrui, che si intercettano e si accudiscono con grande competenza. Ciò che si è indebolito è lo sguardo rivolto verso l’interno: riconoscere che si sta male diventa più difficile che riconoscerlo negli altri. E talvolta, come mostrano le letture kernberghiane e la tradizione che va da Mitchell a Antonio Ferro, questo eccesso di funzionamento nasconde un’organizzazione più fragile, costruita attorno a un ideale di sé che non ammette cedimenti — un ideale che va compreso, non semplicemente smontato.
Perché è difficile chiedere aiuto
Proprio perché tutto “funziona”, chiedere aiuto può sembrare ingiustificato, quasi un lusso non dovuto. C’è spesso il timore di non essere credibili — “starai esagerando”, “in fondo hai tutto” — e questo timore, interiorizzato, diventa un ostacolo più forte di qualunque giudizio esterno. Eppure è proprio in questo scarto tra l’immagine che si mostra e ciò che si sente che si gioca la possibilità di un cambiamento reale.
Cosa può offrire un percorso psicoterapeutico
Un lavoro psicoterapeutico di orientamento psicoanalitico non punta a smontare in fretta le difese che hanno permesso di reggere fin qui — sarebbe inutile, oltre che rischioso. Punta piuttosto a costruire, con calma e nel tempo, uno spazio dove non sia necessario funzionare per essere accolti. Uno spazio in cui il vero Sé, messo da parte per adattarsi, possa gradualmente tornare a farsi sentire, riconoscere le proprie fatiche, e trovare un linguaggio per dirle — prima ancora di doverle risolvere.
Se in queste righe si è riconosciuto qualcosa di familiare — quella sensazione di reggere tutto pur sentendo, dentro, che qualcosa manca — può essere il momento di darsi uno spazio di ascolto. Un primo colloquio conoscitivo non è un impegno definitivo: è semplicemente un’occasione per iniziare a guardare, insieme, ciò che fino ad ora si è portato da soli.
Dott.ssa Ilaria Bellavia — Psicologa e psicoterapeuta psicoanalitica, Firenze. Per informazioni o per fissare un primo colloquio, è possibile contattarmi direttamente.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
di Dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicologa e Psicoterapeuta Psicoanalitica
Ogni anno, a settembre, capita di sentirsi dire “hai l’ansia da rientro”. È un’espressione ormai entrata nel linguaggio comune, quasi banalizzata: si pensa a valigie da disfare, mail arretrate, la sveglia che torna a suonare presto. Ma chi lavora in una stanza di terapia sa che dietro questa “sindrome” leggera si nasconde spesso qualcosa di più profondo, che vale la pena di guardare da vicino.
Non è il calendario, è la rottura di un equilibrio
Da un punto di vista psicoanalitico, il rientro non è semplicemente un cambio di ritmo. È una transizione, e ogni transizione riattiva — in modo del tutto normale — vissuti legati alla separazione e al cambiamento. L’estate, con la sua sospensione dei doveri e delle strutture abituali, permette spesso un contatto più libero con parti di sé che durante l’anno restano in ombra: il desiderio, il corpo, il tempo non produttivo, relazioni vissute con meno filtri.
Tornare significa richiudere quello spazio. E per alcune persone questo richiudersi non è un semplice adattamento pratico, ma somiglia a un piccolo lutto: si perde qualcosa — una libertà, un ritmo, una versione di sé — prima ancora di riprendere qualcos’altro.
Quando il rientro diventa il sintomo di qualcos’altro
Molte persone arrivano in studio proprio in questo periodo, raccontando stanchezza, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, un vago senso di oppressione al pensiero della routine che riparte. Spesso la domanda che portano è pratica — “come faccio a essere più organizzato/a”, “come gestisco meglio lo stress” — ma nel lavoro clinico emerge quasi sempre qualcos’altro: il rientro diventa lo specchio in cui si riflette una fatica più antica, magari già presente da mesi, che l’estate aveva solo messo in pausa.
In chiave psicoanalitica, il sintomo del rientro può essere letto come un segnale: non un guasto da riparare in fretta, ma un messaggio da ascoltare. Cosa, esattamente, si fatica a riprendere? Un lavoro che non nutre più? Una relazione che si fatica a portare avanti? Un’immagine di sé costruita per rispondere alle aspettative altrui, più che ai propri bisogni reali?
Riprendere senza tornare uguali
Il compito, allora, non è “superare” l’ansia da rientro nel modo più veloce possibile, ma darle un significato. Un percorso di psicoterapia può offrire proprio questo: uno spazio per fermarsi, prima di ripartire in automatico, e chiedersi cosa di sé si vuole davvero riportare nella nuova stagione — e cosa, invece, meriterebbe di essere lasciato andare.
Settembre, in questo senso, non è solo l’inizio di un nuovo anno di impegni. Può essere un’occasione preziosa per iniziare un lavoro su di sé, in un momento in cui la motivazione al cambiamento è spesso più viva che in qualsiasi altro periodo dell’anno.
Se questo articolo ha risuonato con qualcosa che stai vivendo, può essere il momento giusto per parlarne. Puoi richiedere un primo colloquio conoscitivo scrivendo [qui / contatti dello studio].