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Mindfullness: come e perche’ praticarla

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La Mindfulness, che prende origine da filosofie e pratiche orientali (buddhismo, yoga, meditazione), è una modalità di porre e mantenere l’attenzione a quello che accade in noi stessi momento per momento.

È una forma di contemplazione di ciò che viviamo, pensiamo e proviamo senza giudicarlo né rifiutarlo. Osserviamo in maniera intenzionale e consapevole la nostra esperienza nel qui ed ora.

Portando e mantenendo l’attenzione su di noi, diventeremo consapevoli di tutta una serie di aspetti (pensieri, emozioni, sensazioni) che in genere non notiamo.

Ad esempio, soffermandoci a osservare i nostri pensieri prenderemo coscienza di quanto questi si muovano velocemente nella nostra mente, e di come questa salti da una cosa all’altra.

Ci accorgeremo anche che più ci “invitiamo” a concentrarci su qualcosa e più tenderemo a distrarci.
Inoltre ci renderemo conto di quanto i pensieri influenzino il nostro stato d’animo (emozioni) e il nostro stato fisico (tensioni, dolori, sensazioni, ecc.) e viceversa.

La consapevolezza di noi è importante per conoscere e capire le nostre emozioni e i nostri pensieri, così che nel tempo riusciremo a gestirli senza esserne sopraffatti.
La pratica costante della Mindfulness porta diversi benefici psico-fisici: riduce lo stress e l’ansia, migliora la pressione sanguigna e il funzionamento del sistema immunitario, favorisce il rilassamento muscolare e mentale.

La Mindfulness viene messa in pratica attraverso esercizi che coinvolgono la mente e il corpo, ed hanno lo scopo di allenare la consapevolezza di se stessi.

Yoga e Meditazione

La Mindfulness si realizza tramite la Meditazione e/o con gli esercizi di Yoga. Grazie a queste pratiche la mente “si allena” all’attenzione consapevole. Nella Meditazione è centrale il respiro.
Prestare attenzione al respiro, tenendolo come punto di osservazione, ci permette di esplorare cosa si muove in noi senza perderci quando i nostri pensieri tendono a portarci lontano. Il respiro, quindi, è l’ancora che ci riporta a noi quando la nostra mente va al largo.

Come si pratica?

La Meditazione si può praticare sia da fermi (seduti) che in movimento (camminata). Nel primo caso si assume una posizione confortevole (su una sedia o per terra su un cuscino a gambe incrociate) e si resta concentrati sul respiro.

Si può osservare il passaggio dell’aria attraverso il naso e seguire il percorso che fa: naso, polmoni, pancia e ritorno. Per chi ha maggiori difficoltà a restare fermo per un po’, specie all’inizio della pratica, è possibile meditare camminando.

 

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Identita’ e concetto di sè.

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L’adolescenza (10-18 anni) e l’emerging adulthood (19-29) rappresentano due fasi del ciclo di vita in cui il compito di sviluppo fondamentale e’ rappresentato dalla ristrutturazione del proprio concetto di se’.

Non a caso, in questi periodi, le domande “Chi sono?”, “Cos’e’ che mi definisce?”, ecc…diventano il nodo centrale attorno a cui avviene lo sviluppo individuale.

Prima di esporre alcuni brevi cenni tratti dalla teoria piu’ aggiornata, proviamo a tracciare un profilo di un adolescente-tipo. Potra’ sorprenderci il fatto di trovarci di fronte ad un soggetto del tutto diverso da quello che siamo soliti pensare.

Vediamo insieme 3 punti basilari:

1. E’ errato affermare che l’adolescente ha rapporti burrascosi e conflittuali con i genitori

2. E’ errato pensare che l’adolescenza di per se’ e’ un periodo definibile “critico”

3. E’ errato interpretare ogni richiesta o comportamento dell’adolescente come indizio di una problematica in atto. Ed e’ quindi altamente sconsigliato che un genitori crei falsi allarmismi

Lo studioso Marcia (1966) ha invece individuato quattro stati dell’identita’:

  • acquisizione
  • chiusura
  • moratorium
  • diffusione

 

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Che cosa e’ e cosa accade in Psicoterapia

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Rispondere a questa domanda in modo chiaro è difficile.

Le relazioni interpersonali, anche quelle psicoterapeutiche, non seguono schemi prefissati. Inoltre, come per ogni altro percorso personale, non è facile descriverlo a parole. Naturalmente, se vi sentite malissimo già alla prima seduta è meglio cambiare, come già detto. A parte ciò, il paziente e il terapeuta dovrebbero sempre definire all’inizio della terapia un limite di tempo o numero di sedute entro il quale dovranno esserci stati dei miglioramenti. Il paziente deve avere il tempo di rendersi conto di come ci si sente in una seduta, e che questo tipo di conversazione è diverso da quelli che si possono avere tutti i giorni. È anche importante, durante questo periodo, non diventare ossessionati dal chiedersi se stia o meno funzionando, se ci piace davvero questo terapeuta, se è in grado di aiutarci e così via. Date tempo al tempo. Altrimenti sarebbe come andare in palestra due volte e poi controllare i muscoli per vedere se sono già aumentati.

Una seduta di terapia dovrebbe sempre essere interessante e anche un po’ intrigante. A volte potrà sembrare strana, frammentaria e inconcludente, oppure far venire voglia di smettere, ma il paziente dovrebbe sempre restare con la sensazione che qualcosa di nuovo e interessante sta succedendo. Dovreste essere curiosi su cos’è che vi sta facendo sentire, pensare e comportare proprio in quel modo e su come i vari aspetti ed eventi della vostra vita si collegano fra loro in modi che non avevate ancora considerato. Dovreste anche sentirvi come se le vostre sensazioni diventino man mano più “vere”, nel senso di più autentiche, più genuinamente integrate e personali.

Se entro le prime cinque sedute non sarete riusciti a percepire nulla di tutto ciò, dovete riportarlo al terapeuta. Potrebbe essere che la vostra resistenza alla terapia sia troppo grande in questo momento della vostra vita. Tuttavia, la parola “resistenza” è almeno in parte un commento sulle capacità del terapeuta. Potrebbe essere che la relazione che si è instaurata fra voi e il terapeuta non sia quella ottimale e che voi non vi sentiate a vostro agio con lui/lei. In ogni caso, parlatene. Se non vedete spiragli di soluzione a questo problema e le cose non dovessero cambiare in breve, cercate un altro terapeuta.

Ciò che più di ogni altra cosa deve interessarvi ottenere da una terapia è la cosiddetta esperienza emozionale correttiva. Questa definizione indica qualunque esperienza voi facciate attraverso le interpretazioni, le indicazioni e le prescrizioni che il vostro terapeuta vi darà, e che segnerà lo sblocco, il momento di rottura fra il vecchio modo di percepire il vostro problema e un modo del tutto nuovo. Questa esperienza non ha niente a che vedere con la razionalità e non si tratta di apprendimento. All’improvviso, senza sapere perché vi sentite meglio, più sani, più speranzosi, più decisi, più energici, tutto sembra essere più chiaro e i sintomi sono scomparsi. Questa è la magia che una buona psicoterapia ha da offrire. Naturalmente la terapia non terminerà subito dopo: è necessaria una successiva fase di consolidamento, per far sì che le situazioni che prima provocavano il problema perdano completamente la propria forza, che i nuovi schemi di reazione si assestino, si stabilizzino e diventino definitivi, per evitare ricadute.

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Cosa NON e’ la Psicoterapia

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Più di ogni altra professione, la psicoterapia è oggetto di una satira spietata e agguerrita. Pensate ai Film diretti e interpretati da Woody Allen nei quali la Psicoanalisi o comunque la cura attraverso l’uso delle parole assume carattere il piu’ delle volte cameratesco.

Come in ogni professione esistono anche terapeuti incompetenti e ciò può aver contribuito alla percezione distorta di ciò che il terapeuta fa.

Inoltre, per un principio cognitivo ben noto, gli esseri umani notano e ricordano molto di più ciò che va male rispetto a ciò che va bene.

Ben lo sanno imprenditori e commercianti, per i quali è faticosissimo farsi un nome e facilissimo perderlo a causa di una sola partita di merce avariata. E lo stesso vale per le professioni (Pologe, 2008).

Vediamo quindi, innanzitutto, di definire ciò che la psicoterapia non è.

1. Non è attenzione positiva e incondizionata, anche se a volte è anche questo. Non c’è niente di male nel dare conforto e sostegno ma ciò non è, di per sé, psicoterapia.

2. È necessario sentire che si può aver fiducia nel proprio terapeuta, ma non è necessario sentirsi in ogni momento a proprio agio durante le sedute. Infatti, se le domande e le osservazioni del vostro terapeuta non vi provocassero mai neanche il più piccolo disagio, potreste non arrivare mai da alcuna parte.

3. A volte la terapia può raggiungere punte molto alte d’intensità, mentre con altri pazienti o in altri momenti può presentarsi come un processo amorfo, vago e privo di meta.

4. In entrambi i casi, però, dovrebbero sempre essere percepibili i cambiamenti che ci si aspettano dal trattamento. Diversamente, la terapia non sta funzionando.

La psicoterapia non è dare consigli. Il mondo è pieno di consigli e consiglieri.

Parte di ciò che fa arrivare le persone in terapia è proprio l’essersi persi in tutti quei consigli, il non riuscire più a metterli in ordine e a dare il giusto peso a ciò che è importante e a ciò che non lo è.

L’ultima cosa di cui il paziente ha bisogno, quindi, è ancora un altro consiglio. L’obiettivo del trattamento è riscoprire la propria voce, le proprie priorità e il coraggio per agire su di esse.

Non c’è bisogno di dire a un paziente cosa fare del suo matrimonio, della sua carriera o delle sue ansie.

Se si riesce a fargli percepire il problema da una differente angolatura, saprà meglio di chiunque altro cosa è meglio per sé.

E la volta successiva che si troverà di fronte a situazioni simili, non si confonderà di nuovo così facilmente.

 

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Imparare dalla Medicina Narrativa

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Il bravo medico o il bravo psicologo è capace di stabilire relazioni proficue con i suoi pazienti. E’ capace di narrare e di ascoltare le narrazioni dell’altro. E attraverso questo scambio sa trovare la cura giusta per tutti coloro che a lui si affidano.

Se ci pensiamo bene sin dai tempi dei Sofisti il racconto, la narrazione hanno assunto un carattere preminente. Non solo, l’ascolto rappresentava un momento di estrema intensita’ sul piano psicologico, di condivisione e di riflessione.

Compiendo un’operazione di traslazione dall’Antica Grecia ai giorni nostri, potremmo dire che il Medico/Psicologo competente e preparato nel campo della Medicina Narrativa gioca un ruolo di rilievo nella presa in carico dei propri pazienti. Ha come si dice “una marcia in piu’ “.

Spesso l’errore piu’ comune e’ quello di intendere la “Psicologia Narrativa” come un ibrido tra letteratura e Psicologia. Tutto cio’ e’ fuorviante perche’ in realta’ l’approccio narrativo ha un fondamento scientifico basato su tutta una serie di dati di ricerca (predominanti in area medica) che attestano il carattere terapeutico di questo specifico modo intendere la cura di persone che vivono determianti stati di sofferenza.

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(Medicina Narrativa. Storie e parole nella relazione di cura. G. Bert)

Ricordare aiuta a superare i traumi?

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Molti soggetti sono inclini a pensare che certi vissuti del proprio passato vengano relegati nell’area del “non ricordo” solo per il fatto che sono di per se’ dolorosi e spiacevoli.

Nel pensiero comune si puo’ pensare che accada effettivamente un processo simile, meglio definito come processo di rimozione, ovvero: ‘quell’episodio mi ha fatto stare molto male e dunque faccio in modo di non ri-evocarlo piu’ alla memoria’.

In senso scientifico le cose non stanno proprio cosi’: sulla base di studi approfonditi e grazie al contributo delle Neuroscienze sappiamo che, per esempio, il ruolo dell’inconscio e’ stato declassato in fatto di importanza e di attendibilita’ (anche se la Psicoanalisi ancora oggi ne sottolinea il primato nella cura dei disturbi mentali).

La memoria, non come semplice traguardo rispetto a ricordi e vissuti del passato, ma in quanto ‘motore’ che spinge l’individuo a connettere emozioni e ricordi (siano essi procedurali, semantici) in vista di una proficua riuscita terapeutica.

Niente di piu’ difficile, anche perche’ in alcuni quadri psicopatologici (vedi il soggetto alessitimico) lavorare sulle  emozioni rappresenta un primo obiettivo da raggiungere propedeutico a qualsiasi altra forma di cura.

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