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Come sviluppare e sostenere l’autostima

Autostima significa “stima di sé”, ed è il concetto che abbiamo di noi stessi, l’insieme dei giudizi che abbiamo su di noi su aspetti come: il carattere, le capacità, l’aspetto fisico, i successi e gli insuccessi.

L’insieme di queste valutazioni determina appunto il nostro livello di autostima che può essere: più o meno alta, 
bassa, positiva, negativa.

Spesso queste valutazioni sono associate a un’idea di valore, perché noi tendiamo a giudicarci in termini quantitativi: 
“Quanto valgo?” – piuttosto che a sforzarsi di conoscerci, capirci, accettarci.

  • Chi ha un’autostima bassa tende a concentrarsi sui suoi difetti e a sminuire i propri pregi. Si sente insicuro e rischia di diventare “dipendente” dal giudizio degli altri. L’insicurezza può creare paure immotivate e la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni ne risentono in modo negativo.
  • Chi ha un’autostima esagerata al contrario si concentra sui suoi pregi, tende a sopravvalutare le proprie capacità e, a volte, può sentirsi troppo sicuro di sé o addirittura infallibile.

Come spesso accade la virtù sta in mezzo a questi due poli.

Chi ha un’autostima alta ha un buon giudizio su di sé e lo mantiene anche nelle situazioni sfavorevoli. Mostra una certa stabilità mentale ed emotiva. In genere non si fa condizionare dal giudizio degli altri, affronta le situazioni problematiche senza perdere la fiducia in se stesso.

  •  L’Autostima: avere fiducia in se stessi

L’errore che spesso si compie è pensare che la propria autostima debba andare di pari passo alle proprie capacità, invece dovrebbe esserci a prescindere da quello che siamo capaci di fare, fa parte del “volersi bene”. Dovrebbe quindi essere indipendente dalle capacità e dai risultati.
Le persone con una buona stima di sè, infatti, sono capaci di riconoscere i propri pregi ma anche i propri difetti e i propri limiti. Si accettano così come sono, hanno fiducia in se stessi e nel fatto che si può sempre migliorare.

L’insicurezza data dalla bassa autostima può spingere a fare cose contro il proprio desiderio: Lara sarebbe voluta andare con gli amici, ma non è andata. Sarebbe voluta diventare una scrittrice, ma ha rinunciato.

In altri casi l’insicurezza e la bassa stima di sè stessi portano a fare cose che non vorremmo fare, solo per piacere agli altri ed essere accettati.

Come ritrovare fiducia? Concentrarsi sui propri lati positivi e svilupparli, non farsi abbattere da ciò che non si sa fare, da quello che non si riesce ad essere, accettarsi per come si è, sapere di poter sempre migliorare, ci permette di vivere la vita in modo pieno. Quasi senza accorgercene cose che prima ci spaventavano, non ci toccano più, e ci sentiamo gratificati.

 

Il Lutto e la sua elaborazione

Per quanto inevitabile nessuno è pronto ad affrontare la perdita di una persona cara, perché quando sopraggiunge, spezza la continuità della vita, interrompe il suo fluire anche per chi resta. Questo può causare un trauma che, all’inizio, può sembrare impossibile da superare.

Improvvisamente ci si trova a fare i conti con il dolore, a cercare un senso a quello che è accaduto, a riorganizzare la propria vita.

Il dolore è tanto più forte quanto più siamo legati alla persona, dipende inoltre dalle circostanze in cui avviene, dalla propria concezione della morte, dalle nostre caratteristiche personali.

Le emozioni possono essere molto contrastanti: si può provare tristezza, solitudine e disperazione, apatia e assenza di emozioni o, al contrario, agitazione, rabbia e inquietudine, senso di smarrimento.
Si può perdere il sonno e l’appetito, avere crisi di pianto e desiderare di isolarsi.

Si sente la mancanza fisica e di tutto ciò che la persona rappresentava per noi: il legame, l’affetto, i progetti fatti insieme… tornare a vivere ogni giorno, normalmente, sembra impossibile.
Al singolo o alla famiglia che vive il lutto, infatti, è richiesto un grande e doloroso sforzo di adattamento.

Ogni persona reagisce a suo modo, ha bisogni e tempi differenti: c’è chi reagisce buttandosi nel lavoro o  su altri impegni per non pensare, chi invece non riesce a trovare l’energia per fare le piccole cose quotidiane e finisce col chiudersi in se stesso. Ciascuno però attraversa fasi psicologiche simili.
L’elaborazione del lutto è quel processo che porta ad una risoluzione dello stato di dolore e di malessere. Permette di tornare ad una situazione di “normalita’”.

Le fasi del Lutto

Inizialmente è normale vivere uno stato di shock, caratterizzato dal rifiuto della realtà.
All’incredulità spesso segue una fase di negazione e rabbia verso il destino, senso di ingiustizia: «Perché proprio a me?» oppure «Non può essere vero». Accettare un evento così doloroso, infatti, è estremamente difficile, soprattutto se avviene in modo improvviso e inaspettato.
Dopo lo shock e l’atteggiamento di rifiuto, ci si rende conto del fatto che quello che è accaduto non si può cambiare e si viene a patti con la realtà (fase del patteggiamento).

Questa consapevolezza può far sprofondare nell’angoscia e nel senso di impotenza. La rabbia poi comincia ad affievolirsi, lasciando il posto alla tristezza, al senso di vuoto. Possono comparire sintomi simili a quelli della depressione: profonda infelicità, mancanza di energie e voglia di fare, stanchezza, problemi del sonno (incubi), diminuzione dell’appetito, difficoltà a concentrarsi, a pensare, lavorare o studiare.
Questa fase, seppure estremamente dolorosa, è necessaria per arrivare all’accettazione del lutto, fase in cui il dolore e la rabbia diventano meno acuti, i ricordi della persona cara – prima laceranti – in qualche modo diventano consolatori e, piano piano, si ritrova il piacere nelle cose della vita.

Se per oltre sei mesi si continua a negare l’accaduto, si continuano a provare sensi di colpa, oppure ci si trova a cambiare improvvisamente umore, comportamento, l’ansia non passa, si hanno frequenti idee di morte, o i sintomi depressivi non riescono ad affievolirsi, è bene consultare uno specialista, che ci aiuti a superare questo drammatico momento.

 

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Stress: sintomi e gestione dello stress

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Stress è una parola molto usata ai nostri giorni, in genere con un significato negativo e non sempre corretto. Lo stress infatti è una reazione naturale e utile per adattarsi a una situazione nuova, improvvisa o difficile.

In Medicina per esempio è considerata una Sindrome di adattamento.
In pratica succede che – di fronte a una situazione particolare e inaspettata – vengano richiesti al corpo e alla mente degli sforzi per affrontare o gestire la situazione.

Lo stress mette sotto pressione l’organismo e la psiche per “attivarli”. Non tutti riescono pero’ ad adattarsi a standard cosi’ elevati.

Ogni persona reagisce in maniera diversa alle situazioni che si trova ad affrontare.

C’è chi attiva tutte le risorse per affrontarle, riesce a trovare qualcosa di positivo nelle avversità (Resilienza) e diventa “più forte”. C’è chi invece resta come “schiacciato” dagli eventi, fa fatica a riprendersi e corre il rischio di sviluppare uno stress cronico.
Questo può accadere anche a una persona che è sempre stata forte nella vita, e magari “crolla” per un evento di piccola entità rispetto ai problemi gravissimi che è riuscita a superare in passato.
La reazione allo stress è quindi soggettiva.
L’importante è imparare a gestirlo e comprendere che non è di per sé negativo.

Perche’ lo stress?

Gli agenti che possono interrompere l’equilibrio psichico delle persone sono definiti Stressor.
Fra quelli più sentiti dalle persone in maniera negativa secondo i sondaggi ci sono:

  • morte del partner/coniuge;
  • morte di un parente stretto;
  • separazione e divorzio;
  • incidenti; infortuni; traumi;
  • licenziamento dal lavoro;
  • calamità naturali (ad es. terremoto);
  • ritmo snervante e stile di vita logorante.

In generale quello che provoca stress è un cambiamento improvviso oppure radicale e – come dicevamo – non per forza negativo. Anche il matrimonio infatti rientra fra le cause principali dello stress, come anche un improvviso “salto” di carriera.

 Sintomi e gestione dello Stress
Ci sono varie strade da percorrere per fare in modo che lo stress serva ad affrontare una nuova condizione o una nuova sfida e per imparare a gestirlo.
Innanzitutto è importante ammettere a se stessi di essere stressati e cercare di capirne la causa: se è uno stress emotivo, sociale, lavorativo ecc. Spesso questo è già sufficiente a ridurne la portata.
Una volta acquisita questa consapevolezza, è importante riuscire a guardare la situazione da punti di vista diversi per non ingigantire il problema e in molti casi è utile agire: a volte infatti è più stressante l’idea di dover affrontare una cosa che non farlo veramente.

Sintomi piu’ frequenti:

  • dolori fisici, stanchezza;
  • emozioni spiacevoli (demoralizzazione);
  • alterazioni nel comportamento (irritabilità);
  • alterazioni del sonno (insonnia, incubi).

Affinché questa condizione non si trasformi in stress cronico è consigliabile cercare di porvi rimedio facendosi aiutare dagli specialisti.

Come combattere lo stress?

Esistono corsi e gruppi per imparare a gestire lo stress, in cui “si lavora” sulla propria Autostima, si sviluppa l’Assertività (capacità di saper dire di si quando si vuole una cosa e di no quando non la si vuole), la Creatività e tecniche di Problem solving.

Oppure, oltre ai Corsi e ai Gruppi, si può scegliere di fare un percorso individuale psicologico o terapeutico.
Essere seguiti da un esperto si rivela utile sia nel caso ci si trovi ad affrontare un grosso trauma – si è stati vittima o spettatori di un fatto grave, come una rapina, un incidente o un terremoto (Disturbo post-traumatico da Stress) – sia se si vive una situazione estremamente stressante a livello personale o lavorativo (Burnout o Stress Lavoro Correlato).

 

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Il Mobbing: brevi spunti per difendersi

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Con mobbing (dall’inglese “to mob” che in senso ampio significa assalire) si intende un insieme di comportamenti prepotenti, arroganti, minacciosi e offensivi messi in atto da qualcuno (mobber) nei confronti di qualcun altro (mobbed, vittima).

Lo scopo di questi comportamenti varia in base al contesto in cui si realizzano, ad esempio sul lavoro piuttosto che in famiglia o altrove. In genere intenzione del mobber è quella di ridurre la vittima in una condizione di isolamento, insicurezza e prostrazione psichica tali da indurla a lasciare volontariamente la situazione.

Il Mobber, che può essere un collega (o più di uno), un superiore ma anche un coniuge, mette quindi in atto tutta una serie di comportamenti che hanno un forte impatto psicologico sulla vittima, e nelle situazioni più gravi possono anche sfociare in violenza fisica.
Il mobbing si configura quindi come un vero e proprio “assalto verso l’altro”, e può prendere origine da svariati motivi: invidie, gelosie, ripicche, riassetti aziendali, alta conflittualità coniugale ecc.

Le conseguenze del mobbing possono essere molto pesanti. La persona “mobbizzata” si trova in una condizione di sofferenza che da un iniziale stato di tensione può evolvere in veri e propri disturbi psicologi e fisici: ansia, depressione, attacchi di panico, disturbo dell’adattamento, disturbo post traumatico da stress, ma anche ulcere, dermatiti, disturbi del sonno.

Il Mobbing sul lavoro/familiare

Il mobbing sul lavoro è una forma di violenza morale o psichica, attuata dal datore di lavoro, o comunque un superiore (mobbing dall’alto), da uno o più colleghi (mobbing orizzontale) o anche da colleghi di grado inferiore (mobbing dal basso) nei confronti di un dipendente/collega, affinché questo chieda il trasferimento o si dimetta.

Il Bossing è una forma particolare di mobbing dall’alto – il cosiddetto mobbing strategico – che si realizza a partire da uno specifico disegno aziendale volto a indurre la vittima alle dimissioni.
Ad esempio, scopo dell’azienda può essere quello di ridurre il personale, o di inserirne di nuovo magari più giovane, o più qualificato o meno costoso.

Rivolgersi a un Psicologo/Psicoterapeuta
L’esperienza di subire, o aver subito, qualunque forma di mobbing è molto dolorosa e pesante.

Se senti che questo “evento” condiziona pesantemente la tua vita, ti senti stressato, nervoso, triste, arrabbiato o sei partner di una vittima di mobbing e ti senti preoccupato, può essere utile rivolgersi ad un Professionista.

Consultando uno Psicologo o uno Psicoterapeuta potrai capire come poter fronteggiare questo disagio, come poter gestire e superare la sofferenza per recuperare fiducia e conquistare una nuova serenità.

 

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Stalking: le migliori strategie per identificarlo

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Per stalking (dall’inglese “to stalk” traducibile come “fare la posta”) si intende una serie di atteggiamenti e azioni di natura persecutoria.
Attraverso queste azioni lo stalker tormenta, in maniera assillante e continuativa, qualcuno (perseguitato o vittima) attraverso atti persecutori, al punto da indurlo in uno stato di agitazione, preoccupazione, paura per se stesso e per le persone a sé più vicine, come la famiglia o gli amici.

I comportamenti di stalking possono essere molteplici: appostamenti, pedinamenti, invio massiccio di lettere, e-mail, messaggi, telefonate, insistenti ricerche di contatto.

Essere vittima di stalking è un’esperienza altamente traumatica.
Quando si è al centro delle attenzioni persecutorie di qualcuno la nostra vita viene stravolta, non possiamo più fare quello che eravamo soliti fare, o comunque non con la stessa libertà.

La vittima è in uno stato di allerta e tensione costante, nel timore di vedersi sbucare di fronte il proprio persecutore da un momento all’altro, o di ricevere telefonate o minacce.

Ciò che viene inequivocabilmente lesa e offesa è la libertà della persona, la vittima non si sente più “padrona” della propria vita.
Non di rado le vittime di stalking sviluppano problemi di depressione, disturbi d’ansia, e disturbo post traumatico da stress.

Inoltre possono essere talmente spaventate da non riuscire più ad andare al lavoro o a instaurare o mantenere legami affettivi, di amicizia ma anche sentimentali.

Se pensi di essere vittima di una qualunque forma di stalking, la prima cosa che puoi fare per difenderti è non sottovalutare il problema.

Se credi che qualcuno ti abbia preso di mira e cominci ad avvertire una sorta di inquietudine, senti che la tua vita è “invasa” dalle attenzioni assillanti e non gradite di qualcuno, temi per la tua incolumità, ecco alcuni suggerimenti su come proteggerti:

  • segnala la situazione alle Forze dell’Ordine a te più vicine (Polizia di Stato o Carabinieri);
  • mettiti in contatto con le associazioni/centri anti-violenza o anti-stalking presenti nella tua città (telefono rosa, consultorio, ecc.);
  • spiega in modo chiaro, fermo e deciso al tuo persecutore/spasimante che non sei interessata/o a lui, non gradisci le sue attenzioni e non vuoi ricevere né mantenere alcun contatto;
  • non rispondere più alle sue comunicazioni ed evita di reagire alle sue provocazioni per quanto possano essere pesanti;
  • informa quante più persone (amici, famiglia, parenti, vicini, colleghi, compagni di palestra, ecc.) su cosa ti sta capitando e spiega loro come possono esserti di aiuto in caso di necessità (magari chi devono chiamare, o cosa possono fare);
  • tieni un diario su cui registrerai, il più fedelmente possibile, tutti i tentativi di contatto da parte del tuo persecutore, ti sarà utile in caso tu decida di denunciarlo;
  • evita di fare sempre gli stessi tragitti (modifica i tuoi percorsi e i tuoi orari);
  • non parcheggiare, o non passeggiare, in strade buie ed isolate;
  • tieni sempre un cellulare a portata di mano con un elenco chiamate rapide attivo.

 

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Memoria: alcune tecniche e alcuni suggerimenti

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Con il termine memoria si fa riferimento alla capacità del cervello di ricevere e immagazzinare informazioni, codificarle e riattivarle attraverso il ricordo quando serve.

Questa capacità è connessa con l’identità personale, ci ricorda chi siamo stati, le esperienze importanti, ciò che abbiamo fatto, sperimentato e vissuto.

Quindi fa parte della nostra persona, permea ogni gesto della nostra vita, permette di adattarci alle situazioni, sapere come comportarci, trovare soluzioni e risolvere problemi.

Tipi di memoria. In genere si sente parlare di memoria sensoriale, sviluppata cioè attraverso i sensi: tatto (tattile), vista (visiva, iconica, fotografica), gusto (gustativa), udito (ecoica) e olfatto (olfattiva);

Memoria a breve termine o primaria, per i ricordi delle esperienze più recenti; memoria a lungo termine o secondaria per i ricordi, anche molto vecchi, che sono immagazzinati in maniera stabile.

La memoria è coinvolta in tutti i processi mentali: percezione, attenzione, apprendimento, pensiero, un po’ come fosse il nostro hard disk.

Ma non bisogna affidarsi sempre alle tecnologie e altri strumenti per ricordare le cose o elaborare informazioni, perché il cervello è un muscolo e come tale può essere allenato (meglio, DEVE essere continuamente allenato).

 E’ realmente possibile migliorare la Memoria?

Esercitare la memoria ci aiuta nello studio, nel lavoro e nelle operazioni quotidiane in generale, ma ci aiuta anche a conservare una buona memoria nella vecchiaia e prevenire disturbi e malattie degenerative, come ad esempio l’Alzheimer o la Demenza Vascolare.

Il modo in cui utilizziamo la nostra memoria oggi, infatti, contribuisce alla nostra memoria di domani.

Poiché si tratta di un processo attivo e dinamico, dobbiamo essere motivati, concentrati e attenti per poter sviluppare tutto il suo potenziale. Di seguito alcune tecniche per migliorare la memoria.

Motivazione e concentrazione sono molto importanti perché la memoria lavora in modo selettivo ed è impossibile ricordare tutte le informazioni che arrivano dall’esterno. Quando dobbiamo ricordarci qualcosa dobbiamo quindi affrontarla fissando degli obiettivi che guideranno la nostra attenzione.

Associazioni mentali

Innanzitutto è importante mettere a punto il proprio metodo di studio o di apprendimento più congeniale. A questo punto è molto utile fare delle associazioni mentali fra ciò che si deve imparare e delle immagini o altri elementi che aiutino a ricordare le cose.

Ripetere, riscrivere, fare schemi. Un’altra tecnica di memorizzazione, sempre efficace, è la ripetizione.

Effetto Primacy

Infine si può sfruttare quello che viene definito Effetto Primacy ed Effetto Recency, per cui le persone tendono a ricordare le prime e le ultime cose che imparano – sentono, vedono o leggono – attingendo nel primo caso alla memoria a lungo termine, nel secondo nella memoria a breve termine.

 

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