da Dr.ssa Ilaria Bellavia

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V) definisce la fobia sociale come una vera e propria patologia diffusa nella popolazione generale.
Infatti, coloro che sono affetti da tale sintomatologia mostrano anche una notevole difficoltà di gestione delle emozioni che ne derivano, portando il più delle volte ad isolamento sociale, professionale e anche relazionale.
Quindi, il fobico sociale per ovviare al problema attua dei comportamenti che potrebbero essere, a sua detta, risolutivi come ad esempio usare sostanze o ritirarsi fino a negarsi la vita stessa (casi molto estremi).
Come possiamo pensare di autare un soggetto che soffre di questa condizione?
Innanzitutto la fobia sociale, come descritto nel DSM, non equivale alla sensazione di paura, timore e semplice timidezza, e’ qualcosa di piu. Le caratteristiche che la differenziano dal semplice timore sono la pervasivita’ e il forte accento invalidante nella vita del soggetto. Il fobico sociale difficilmente si lascia coinvolgere in attivita’ collettive in cui possa rendersi necessario esporsi.
Perche’ la psicoterapia puo’ essere di aiuto??
Ovviamente perche’ andare in psicoterapia rimanda ad un concetto fondamentale, quello di relazione. La relazione tra due soggetti assume rilevanza terapeutica nel momento in cui, uno dei due, e’ chiamato in causa dall’altro soggetto per “controbilanciare” una situazione di disagio, sofferenza e disadattamento in atto.
Nel concetto di co-costruzione di una relazione si racchiude il significato piu’ recondito dell’atto terapeutico. Due soggetti che condividono un percorso.
Il soggetto fobico trae quindi giovamento da una psicoterapia nel momento in cui si trova a poter co-costruire col terapeuta una relazione efficace e di cura.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Il tratto di introversione-estroversione è una dimensione centrale della personalità umana. Gli estroversi tendono ad essere socievoli e assertivi mentre gli introversi tendono ad essere più riservati, riflessivi e meno socievoli. Questi ultimi non sono necessariamente solitari, ma tendono comunque ad avere circoli di amici di dimensioni piuttosto ristrette e hanno meno probabilità di riuscire ad avere relazioni sociali con nuove persone. Essi in genere non hanno bisogno di cercare negli altri l’emozione perché di per sé sono propensi a fantasticare e riflettere.
I termini introversione e estroversione furono diffusi per la prima volta da Carl Gustav Jung. Praticamente tutti i tipi di personalità comprendono questi due concetti.
Tipi psicologici di Jung
Fu Carl Gustav Jung a creare i caratteri tipologici dell’introverso e dell’estroverso, nella sua famosa opera Tipi psicologici (Psychologische Typen, anno di pubblicazione 1921), incrociandoli con quelle che definiva come funzioni: sensazione, sentimento, intuizione, intelletto, da cui discendevano altrettanti tipi: sensoriale, sentimentale, intuitivo, logico-razionale. La sua fu la prima classificazione empirico-scientifica dei tipi psicologici. Egli prende lo spunto dalla concezione di Sigmund Freud di una libido intesa come forza motivazionale primaria e distingue una libido diretta verso l’oggetto, il mondo esterno, e una libido diretta verso il soggetto, quindi il mondo interno, l’interiorità. Da questa prima distinzione nasce la concezione degli atteggimenti estroverso e introverso, come variamente dosati all’interno della soggettività, e modulati a loro volta dalle altre quattro funzioni psicologiche.
Due, secondo Jung, sono i fondamentali principi che sono alla base del comportamento umano, due i sistemi che ne creano le motivazioni. Ad una superficiale osservazione il dividere l’umanità in due tipologie può sembrare un attacco alla individualità dell’uomo ma, al contrario, è ciò che dà un senso alla sua individualità.
La difficoltà nell’individuazione di una tipologia o di un’altra è dovuto da una parte dalla casualità ambientale e temporale e dalla volontà individuale. Introversione o estroversione classificano un modo di pensare e di conseguenza di reagire all’ambiente esterno, in base ad una tipologica visione del mondo esterno stesso. La differenza fondamentale delle due tipologie è l’attenzione particolare che una pone verso il soggetto e l’altra verso l’oggetto, una verso l’aperto, l’altra verso il chiuso: chi è attirato dall’aperto o dall’oggetto viene definito come estroverso, chi dal chiuso o dal soggetto viene definito introverso.
Introversione ed estroversione nei bambini
Se guardiamo ad esempio dei bambini, i meno corrotti dalla volontà individuale e dalla realtà ambientale, si possono notare le differenze in alcuni comportamenti tipici delle due tipologie. Il bambino introverso si porrà con attenzione, rispetto e profonda empatia nei confronti dei soggetti, i genitori, che per lui sono i grandi, gli importanti, gli incomprensibili, imprevedibili, ovvero l’aperto, e una sorta di sfida invece verso gli oggetti, un comportamento di curiosità iniziale ma anche di rapida noia. Per il bambino introverso qualsiasi comportamento dell’adulto nei suoi confronti è visto come giustificabile, il grande ha il potere di fare ciò che vuole, in poche parole parte con un atteggiamento di fiducia verso i soggetti e di sfiducia verso gli oggetti. Il bambino estroverso manifesterà attenzione agli oggetti e anche una forte affettività agli stessi, ma anche molta empatia verso gli esseri umani, che in taluni casi – dato il carattere indipendente – può indurre una sfida verso gli adulti di cui controllerà e verificherà i comportamenti.
Il bambino estroverso parte quindi con un atteggiamento di sfiducia verso i soggetti e di fiducia verso gli oggetti. Con lo sviluppo, nell’età adolescenziale, questi comportamenti tendono a sconvolgersi all’interno del gruppo familiare. L’estroverso tenderà a vedere il soggetto nemico fuori della famiglia, l’introverso comincerà a sottovalutare e persino ad odiare i soggetti familiari in quanto si accorge di averli sopravvalutati e rivolge la sua attenzione alla ricerca di soggetti all’esterno del nucleo familiare. Se con il bambino estroverso il genitore dovrà preoccuparsi di essere giusto, con il bambino introverso dovrà essere sincero, non dovrà mostrarsi più di quello che è.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Con il termine preadolescenza si intende un’età dell’ individuo inclusa tra gli 11 e i 14 anni. Questa si differenzia dall’adolescenza, il periodo successivo, che varia a seconda dei sessi ed è compresa tra i 15 e i 21 anni esclusi.
Caratteristiche preadolescenziali
Quest’età è differente dall’adolescenza vera e propria, poiché in teoria i cambiamenti fisici (dovuti agli ormoni risvegliati nel corpo) cominciano appena ad accennarsi. L’adolescenza è l’età in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, invece la preadolescenza è l’eta in bilico tra l’infanzia e l’adolescenza.
Il preadolescente è poco più di un bambino, caratterialmente pensa come un bambino, le caratteristiche che lo differenziano da esso fisicamente sono l’altezza un po’ più sviluppata dei suoi coetanei e un leggerissimo accenno del seno nelle femmine.
Patologie correlate
Molte sono le malattie che si manifestano in questa età, e alcune hanno la loro massima incidenza proprio in questo periodo come per la sindrome di Tourette, inoltre si mostrano molti casi di asma soprattutto se negli anni precedenti si sono avuti casi di rinite allergica.Viene considerata l’età (intorno agli 11 anni) in cui può manifestarsi adiposità generalizzata, che preannuncia nel preadolescente l’obesità.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Possiamo definire “normale” (dal suo significato etimologico) cio’ che è relativo a una norma. Durante la crescita gli individui acquisiscono, attraverso il processo di socializzazione, conoscenze, valori, regole di comportamento accettati e condivisi dalla società di appartenenza. La deviazione da questi modelli puo’ essere guardata con sospetto o con riprovazione, e puo’ avere come conseguenza l’esclusione del diverso. Occorre dunque essere cauti nel nell’utilizzare categorie come normalità e follia, perchè comportamenti diversi, non conformisti, originali possono essere considerati “non normali”, ma non possono essere etichettati come patologie.
Tuttavia, tutte le patologie psichiche esistono e vanno riconosciute per poter aiutare il soggetto che ne è affetto a ritrovare una modalità di adattamento alla realtà e a superare il profondo disagio che lo affligge.
Freud ha messo in luce come il funzionamento psichico dell’individuo sano non si differenzia fondamentalmente da quello dell’individuo nevrotico: in ogni individuo possiamo ritrovare gli stessi processi psichici, le stesse dinamiche inconsce, la rimozione, le difese. Le differenze non sono qualitative bensì quantitative.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia

L’alessitimia o alexitimia (dal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione: letteralmente «non avere le parole per le emozioni») in psicologia è un disturbo che consiste in un deficit della consapevolezza emotiva, palesato dall’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé.
Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all’inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate in pazienti cosiddetti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.[1]
Caratteristiche
L’alessitimia si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, e a distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche. I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni, e al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d’introspezione, e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media. I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di essa, preferiscono l’isolamento.
L’alessitimia è stata associata a uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.
Altro processo psichico frequente nei soggetti con tratti di personalità alessitimici è l’incapacità di mentalizzare e simbolizzare l’emozione. L’emozione viene vissuta per via somatica (direttamente sul corpo e senza elaborazione mentale), e non interpretata cognitivamente, né concettualizzata per immagini mentali o parole che la sintetizzino e contengano. L’emozione è, per il soggetto alessitimico, la mera percezione fisica, disregolata e presimbolica, dei correlati psicofisiologici dell’attivazione emotiva.
La diagnosi
Il test attualmente più diffuso e affidabile per la diagnosi dell’alessitimia è la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale), una scala psicometrica,[2][3] di autovalutazione a 20 domande (item), creata nel 1985 (come TAS-26, con 26 item) e revisionata poi nel 1992 (con riduzione a 20 item), per identificare la presenza delle tre caratteristiche ritenute alla base del disturbo:
- la difficoltà nell’identificare i sentimenti;
- la difficoltà nel descrivere i sentimenti altrui;
- il pensiero orientato quasi solo all’esterno, e raramente verso i propri stessi processi endopsichici.
Per la valutazione delle caratteristiche alessitimiche, esistono altri sistemi di misurazione: inaugurata da Ruesch tra il 1948 e il 1957, fu l’osservazione sui pazienti, da cui derivò che loro producevano solo fantasie primitive e stereotipate. Murray, nel 1935, utilizza il TAT. Si tratta di 31 tavole rappresentanti foto, immagini, quadri, dal significato ambiguo, di cui 11 tavole vengono utilizzate per tutti i soggetti, e 20 sono specifiche per categorie di genere sessuale ed età. Sulle tavole vi sono rappresentati uno o più personaggi immersi in situazioni di vita quotidiana, e l’immagine è strutturata in diversi gradi. La tecnica utilizzata è basata sulla proiezione la cui caratteristica è lo stimolo poco strutturato (v. Test psicologico proiettivo). Il test è individuale e il soggetto si trova seduto di spalle allo psicologo; in questo modo sono favorite le libere associazioni. Il soggetto deve costruire una storia intorno alla figura presentata, con un passato, un presente, un futuro, una conclusione e, infine, le considerazioni personali; ciò favorisce l’identificazione del soggetto con il personaggio principale, attribuendogli sentimenti e bisogni che fanno parte del suo vissuto, e sono espressione del suo mondo pulsionale (inconscio).
Il SAT9 (Objectively Scored Archetypal Test) è una tecnica proiettiva di disegno, utilizzata per valutare una caratteristica centrale dell’alessitimia: la funzione simbolica e la capacità del soggetto di creare delle fantasie. Consta di una lista di 9 oggetti o simboli (una spada, una cascata, un rifugio, un mostro, un qualcosa di ciclico, un personaggio, l’acqua, un animale, il fuoco) che vengono sottoposti all’individuo a cui viene chiesto di fare un disegno utilizzando questi 9 simboli e di scrivere una breve storia che spieghi il disegno. Con l’aumentare del grado di alessitimia, i disegni perderanno di originalità, nella forma e nel contenuto, poiché il soggetto risulta avere un deficit della funzione simbolica e incapace di difendersi dall’ansia provocata da certi simboli. È logico aspettarsi che i disegni creativi e le storie poetiche saranno create più facilmente da soggetti non alessitimici.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia

Con Psicoterapia Psicodinamica ci si riferisce a una forma di psicoterapia basata principalmente sulla concezione e sulle metodologie della Psicoanalisi e più in generale della Psicologia dinamica, ma che si sviluppa con incontri meno frequenti e con una durata considerevolmente ridotta rispetto al vero e proprio trattamento psicoanalitico. Il Setting nella Psicoterapia Psicodinamica è quindi in parte differente, e la tecnica utilizzata è più eclettica.
La frequenza tipica delle sedute è di una o due sedute per settimana, e la durata del trattamento può essere fissata a priori oppure mantenuta aperta per un periodo di valutazione iniziale. Sono stati elaborati differenti modelli di Psicoterapia dinamica breve, per il trattamento di sintomi focali, ma in genere l’indicazione per la Psicoterapia Psicodinamica prevede accanto al trattamento dei sintomi un intervento più ampio finalizzato allo sviluppo delle risorse personali. Pertanto la durata del trattamento, seppur limitata, è solitamente più ampia, meno focale e maggiormente espressiva.
L’essenza della Psicoterapia Psicodinamica consiste nell’esplorazione dei diversi aspetti del Sé che non sono completamente conosciuti, e delle influenze che ne derivano in special modo nelle relazioni attuali e negli eventuali sintomi psicopatologici. Inoltre, questi aspetti vengono conosciuti sulla base della loro implicita influenza nella relazione terapeutica. La tecnica psicodinamica contemporanea è in una certa misura differente da quella formulata da Sigmund Freud cento anni fa.
In letteratura è possibile individuare sette focus intorno a cui si sviluppa la psicoterapia psicodinamica:
1) Il focus sugli affetti e sull’espressione delle emozioni;
2) L’esplorazione dei tentativi di gestione dei pensieri e delle emozioni disturbanti (difese);
3) L’identificazione dei temi ricorrenti e dei pattern caratteristici;
4) La discussione dell’esperienza passata (dal punto di vista dello sviluppo);
5) Il focus sulle relazioni interpersonali;
6) Il focus sulla relazione terapeutica;
7) L’esplorazione delle fantasie e della vita immaginativa.