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Quando l’ansia ci ossessiona

 

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Molto spesso mi trovo davanti a persone con disturbi d’ansia talmente evidenti che non è necessario fare più di tre colloqui di valutazione per rendersene conto.

L’ansia diventa, per queste persone, una vera e propria ossessione. Molti di loro riferiscono: “l’ansia mi divora”. E in effetti è proprio così. Imparare a gestire l’ansia per certe persone è una sfida importante.

Se però ci addentriamo in quelli che sono i più conosciuti disturbi d’ansia, troviamo il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), il quale si caratterizza proprio per la presenza di pensieri ossessivi (ossessioni) e rituali rigidi (compulsioni). Questi ultimi altro non sono che tentativi della persona di ridurre l’angoscia. Il soggetti che soffre di un DOC vive una serie di preoccupazioni inconsce, inclusa quella di una imminente perdita di controllo.

Nella clinica si ricontrano, infatti, casi di persone che si sentono inconsciamente colpevoli di pensieri criminosi che possono perseguitarli sottoforma di immagini o idee persecutorie.

In linea di massima, la psicoterapia psicodinamica per questi soggetti è importante proprio perchè aiuta il soggetto a elaborare vissuti traumatici, di perdita che hanno scatenato una grave angoscia. Alcune ossessioni e compulsioni possono quindi andare incontro a remissione nella maggioranza dei casi.

La persona che soffre di Doc può cadere in preda di un terrore diffuso esplicitato da una sintomatologia che racchiude rituali ossessivi e un andamento compulsivo. La sintomatologia crea un impedimento non di poco conto al soggetto che vede la sua vita andare letteralmente in frantumi. I giovani adolescenti che soffrono di questo disturbo riferiscono di “voler convivere con quei rituali perchè fanno loro compagnia”. L’approccio psicodinamico che, talune volte, può essere affiancato da un supporto farmacologico, lavora proprio sulla rievocazione di ricordi e vissuti dolorosi per il soggetto (perdite, traumi, assenze..). Il processo è costantemente “in progress”, in quanto la terapia è tesa recuperare quelle funzioni dell’Io del paziente che sono state, col passare del tempo, annullate.

E’ un buon proposito, quindi, quello di rivolgersi ad un professionista o ad un centro clinico per la risoluzione del DOC.

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E’ possibile curare la depressione con la Psicoterapia?

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Il termine depressione deriva dal latino depressio –onis, der. di deprimĕre «deprimere», part. pass. depressus. Il fatto di deprimere ovvero di portare ad un livello più basso.

La Depressione può essere indentificata come endogena o reattiva, in base alle condizioni che scatenano un quadro di questo tipo.

Molte persone sono impaurite dal ricevere diagnosi di questo tipo. Non accettano, talvolta, di dover “contrastare” una esistenza a cui spesso sono abituati, caratterizzata da una illusoria percezione della realtà esterna. E’ come se non accettassero di doversi confrontare con quello che, fino a qual momento, è stato solo un vivere in modo estraniato ed estraniante.

La Psicoterapia cura la Depressione?

Ancora una volta mi sento di rispondere in modo affermativo. La maggior parte delle psicoterapie, di qualsiasi orientamento si tratti, rispondo bene alla cura della Depressione nella quasi totalità dei casi.

L’approccio psicodinamico ed in particolare alcune forme di terapie come la TDI sono indirizzate alla cura di quadri depressivi anche gravi e con una stabilità che si protrae nel tempo. In alcuni casi è consigliato procedere in parallelo con un collega psichiatra che valuti una cura farmacologica da affiancare alla psicoterapia. La depressione è un disturbo dell’umore che pervade la vita di molti soggetti. Alcune persone arrivano ad una diagnosi in tempi tardivi e ciò rallenta un percorso di cura e di presa in carico.

Programmare un intervento psicoterapico con soggetti con diagnosi di Depressione espone il clinico a numerose ipotesi, tante quante ne richiede la complessità di ogni singolo caso. Nella relazione terapeutica un must è rappresentato dal fatto di creare un habitat consono ad ogni singola situazione, sia essa orientata ad una risoluzione immediata della sofferenza del soggetto, sia nel caso di una situazione di cronicità conclamata. Appare evidente, quindi, la necessità di lavorare nell’ hinc et nunc del trattamento terapeutico su dinamiche transferali che rendano i contenuti della terapia comprensibili ed esplicitabili ad entrambi i protagonisti.

 

La dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicoterapeuta a Firenze e ad Arezzo, si occupa di Psicoterapia della Depressione a Firenze presso lo Studio di Psicoterapia in Via Vittorio Emanuele II, 85 o presso il Poliambulatorio specialistico Sapra di Arezzo.

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La separazione: genitori che formano nuove coppie

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Quando posso dire a mio figlio che ho un nuovo compagno?

Generalmente, molte persone mi chiedono aiuto proprio per affrontare fasi come questa: non è semplice comunicare al proprio figlio, in seguito ad una separazione, che stiamo formando o abbiamo appena formato una nuova coppia. La cosa migliore è non accelerare i tempi, non creare forzature ma, piuttosto, trovare naturalmente che le cose si dispieghino “da sole”, all’interno di una comunicazione attenta, sensibile ai bisogni dei figli.

Come posso gestire la gelosia di mio figlio verso il nuovo partner?

Attraverso il canale comunicativo/emozionale della gelosia, il figlio non fa altro che imprimere nel genitore una richiesta di  attenzione, di “voler essere visto”. Il tema della gelosia dei figli nei confronti dei genitori potremmo allinearla ad una forma di “attaccamento non appagato”, un pò come se vostro figlio vi dicesse: ” Ci sono anche io, sono qui per ricevere amore e tenerezza”.

La situazione, all’interno di coppie ri-costituite, si complica ulteriormente in quanto l’altro della coppia non è il genitore biologico. In questi casi, a maggior ragione, il processo di sensibilizzazione del genitore alla tematica dell’attaccamento dei propri figli, risulta cruciale e da non sottovalutare.

Se mio figlio si rifiuta di accettare la presenza del nuovo compagno in casa, cosa devo fare?

In questi casi è importante avviare un percorso di consulenza e di psicoterapia con un professionista che “guidi” dall’esterno questa fase. Evidentemente, alla base di questo rifiuto, ci sono conflitti e malesseri non elaborati da parte del figlio e/o della coppia genitore/figlio.

Come posso fare per aiutare i miei figli a trovare un posto nel nuovo nucleo familiare?

Compiuti una serie di step preliminari, la sensazione sarà quella di “aver scollinato una enorme montagna”. Ebbene, ora è giunto il momento di “ritagliare su misura del figlio” un posto all’interno del nuovo nucleo, tenendo conto dei bisogni di ciascun membro. Teoricamente le cose, in questo stadio, potrebbero risultare “in discesa”, in linea più pratica non sempre è così.

 

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Smettere di fumare

Il video ripropone quello che tutti sappiamo riguardo ai danni che il fumo provoca in molti soggetti, all’interno della popolazione mondiale. (https://it.notizie.yahoo.com/video/il-video-shock-per-smettere-115003064.html)
Ciò non basta però a dissuadere gran parte di loro dal fare a meno di fumare quotidianamente.
La nicotina, sostanza che induce dipendenza, ha un alto potere attrattivo su soggetti che fumano con una certa continuità.

L’intervento del professionista

Alcuni punti-chiave vi aiuteranno a comprendere perchè è utile rivolgersi ad un professionista esperto in tematiche di dipendenza da sostanze e perchè è bene riporre in tale intervento il massimo della fiducia.

  1. Aspetti motivazionali (perchè fuma, quali vantaggi ne trae, quali sensazioni fisiche, olfattive, gustative sono per lei importanti)
  2. La fisiologia del “fumatore” ( cosa sente il suo organismo nella fase pre, peri e post fumo? descriva come si sente)
  3. La Psicologia del fumatore (che persona è? che storia di vita passata ha? che familiarità c’è nella sua famiglia in fatto di dipendenza da nicotina?)
  4. Costi e benefici (utilizziamo una sorta di bilancia sulla quale porre costi e benefici di chi si dichiara “fumatore incallito”)
  5. Punto fondamentale: la terapia attraverso tecniche specifiche di ri-cognizione delle cause che creano la dipendenza da nicotina. Questo è il punto più importante che potete raggiungere solo se vi rivolgerete ad un professionista esperto in questa area.

Come è bene operare in questi casi

In riferimento alla mia esperienza all’interno di comunità per il recupero di soggetti con dipendenza da sostanze, tendo a strutturare l’intervento secondo un protocollo, ormai abbondantemente sperimentato, che si sviluppa secondo determinati parametri .

L’importante è, invece, informarvi sul fatto che il percorso di presa in carico terapeutica ha una riuscita che si aggira intorno all’80% dei casi su una casistica piuttosto ampia.

 

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DSM 5: le nuove frontiere della conoscenza psichica

Il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM) è ed è stato, sin dalla sua nascita, considerato come un valido strumento di diagnosi della malattia mentale.

Anche gli Psicologi, oltre agli Psichiatri, hanno teso a riferirsi, spesse volte, ad un inquadramento diagnostico oggettivabile e standardizzato con l’ausilio di tale strumento.

Attualmente la versione numero V, della quale potete avere maggiori informazioni su www.raffaellocortina.it/dsm-5, evidenzia chiari cambiamenti rispetto alle versioni precedenti. In particolare vengono proposti nuovi modelli e nuove scale di valutazione. Si suggeriscono consigli sulla fase della diagnosi e sulla pianificazione di un trattamento evidence-based. E’ stato eliminato il sistema multiassiale, nonchè rivisto l’approccio basato sul ciclo di vita e le correlazioni con i fattori culturali e di genere.

 

Cosa sono le esperienze traumatiche precoci?

Come Psicologi e Psicoterapeuti ci troviamo spesso a valutare la frequenza e l’ intensità rispetto ad episodi traumatici accaduti in età evolutiva. Molteplici test sono di aiuto nel diagnosticare tali quadri patologici, come ad esempio il Test di Cohen (che valuta, nelle sottoscale, la trascuratezza, il rifiuto, l’inversione di ruolo, l’abuso fisico, la violenza domestica assistita da parte della figura paterna, ecc….). Il fattore “trauma” determina un vissuto di angoscia e di dolore che influisce sui MOI (Modelli operativi interni) del soggetto, determinando uno stile di attaccamento, il più delle volte, di tipo Disorganizzato.

Cosa intendiamo per esperienze traumatiche precoci?

Il più delle volte le persone ricercano aiuto nel tentativo di trovare una soluzione efficace ai loro problemi. Ciò senza porsi, quasi mai, quale può essere o quali possono esseri i fattori o le esperienze sottostanti a tale malessere.

Nell’arco di vita di ogni persona si intersecano una serie di vissuti più o meno consci all’individuo che hanno contribuito a strutturare uno stile di vita, una tipologia del carattere, una modalità (spesso egodistonica) di affrontare relazioni ed esperienze della propria di vita di soggetti adulti.

Il fattore relativo alla precocità con la quale certe esperienze si verificano, non è da sottovalutare. E’ bene premettere che l’individuo comincia a ricordare episodi della propria vita ad un’età che oscilla tra i tre e i quattro anni. Prima di allora è difficile che si possano avere ricordi nitidi e netti.

Il vissuto di ogni soggetto è, quantunque veritiero, soggetto a rielaborazioni proprie che possono talvolta distorcerne la trama, il significato.

Perchè è fondamentale porre in atto una rielaborazione delle proprie esperienze di vita?

Da studi effettuati in doppio cieco si è visto come le esperienze traumatiche precoci in età infantile siano da considerarsi fattori di rischio per lo strutturarsi di gravi patologie in età adulta.

Il concetto di prevenzione primaria ri-capitola ciò che ci auspicheremmo da una presa in carico precoce di persone con vissuti dolorosi e traumatici, proprio perchè prima si interviene, più alta è la percentuale di riuscita in favore di una non patologizzazione in età adulta.

Sebbene, in Italia, e in altri paesi europei, ciò sia ormai del tutto assodato, in una percentuale di casi questi protocolli non vengono messi in opera.

L’intervento dello Psicoterapeuta talvolta è tardivo e, in quei casi, il lavoro risulta più complesso e variegato.

Poniamo, quindi attenzione, ai soggetti in età evolutiva affinchè si possa intervenire per tempo e con strumenti affidabili.

 

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