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Negli ultimi anni la diagnosi di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) in età adulta è diventata sempre più frequente, e con essa è cresciuta anche la consapevolezza che questo funzionamento non riguardi solo l’infanzia. Molti adulti arrivano in studio dopo aver ricevuto — o sospettato — questa diagnosi, spesso con un misto di sollievo (“finalmente ho una spiegazione”) e disorientamento (“e adesso cosa faccio?”).

L’ADHD ha una solida base neurobiologica, su cui la letteratura è ormai concorde: disregolazione dei circuiti dopaminergici e noradrenergici, alterazioni nelle funzioni esecutive frontali, componente ereditaria significativa. Ridurlo esclusivamente a questo, però, rischia di lasciare fuori una parte importante dell’esperienza soggettiva della persona — quella che la psicoanalisi può aiutare a leggere, non in alternativa al dato neurobiologico, ma in dialogo con esso.

Cosa significa avere ADHD da adulti

Nell’adulto, l’iperattività motoria tipica del bambino si trasforma spesso in un’irrequietezza interna: pensieri che corrono, difficoltà a portare a termine i compiti, procrastinazione seguita da scatti di iperfocus, una sensazione cronica di essere “in ritardo su se stessi”. A questo si accompagna frequentemente una storia di autostima fragile, costruita su anni di rimproveri (“sei disattento”, “potresti fare di più se ti impegnassi”), che lasciano un segno ben oltre il sintomo cognitivo.

È qui che il lavoro clinico psicoanalitico trova il suo spazio: non tanto nel trattare il deficit attentivo in sé — per cui esistono approcci specifici, anche farmacologici, spesso complementari alla psicoterapia — quanto nel comprendere cosa è successo, nel corso dello sviluppo, a partire da quella difficoltà di autoregolazione.

Una lettura psicoanalitica: la funzione regolativa che non si è potuta interiorizzare

Bion ci ha insegnato che la mente del bambino, da sola, non è in grado di reggere l’intensità delle proprie sensazioni ed emozioni grezze (gli “elementi beta”). Ha bisogno di un adulto che le accolga, le pensi, e le restituisca in una forma tollerabile — la funzione di rêverie. È attraverso questo scambio ripetuto che il bambino interiorizza progressivamente una capacità propria di autoregolazione, quello che Bion chiama “apparato per pensare i pensieri”.

In molti adulti con ADHD, l’ipotesi clinica è che questa funzione regolativa esterna sia stata, per ragioni diverse — un caregiver a sua volta disregolato, un ambiente imprevedibile, un temperamento del bambino particolarmente intenso e difficile da contenere — parzialmente disponibile o insufficiente rispetto al bisogno reale del bambino. Non si tratta necessariamente di trascuratezza grave: spesso sono micro-fallimenti ripetuti, un adulto presente ma sopraffatto, che non riesce a fare da specchio regolatore per un bambino che chiede più di quanto l’ambiente possa offrire.

Il risultato è una mente che fatica a costruire una pausa interna tra lo stimolo e la risposta — quello spazio che Winnicott collegava alla capacità di “essere soli in presenza di un altro”, il prerequisito per tollerare noia, attesa, frustrazione senza doverle scaricare immediatamente nell’azione.

Iperattività come difesa, non solo come sintomo

Un contributo utile viene anche dal pensiero post-bioniano, in particolare da Antonio Ferro: il “fare” continuo, il bisogno di stimoli, il movimento — fisico o mentale — possono funzionare come una difesa contro il contatto con stati interni non elaborati: noia insopportabile, vuoto, angoscia diffusa. Fermarsi, in questi casi, non è riposante: è pericoloso, perché espone a un mondo interno che non ha ancora un contenitore sufficiente.

Questo spiega perché molti adulti con ADHD raccontano una relazione ambivalente con il silenzio e l’inattività: cercata quando manca, temuta quando arriva. E spiega anche perché interventi puramente comportamentali (“organizzati meglio”, “fai una lista”) spesso non bastano da soli: non toccano la funzione difensiva sottostante.

L’impatto sull’identità e sull’autostima

Un ulteriore livello riguarda la costruzione dell’immagine di sé. Crescere venendo costantemente corretti, giudicati “svogliati” o “poco affidabili” — quando in realtà la difficoltà non era di volontà ma di regolazione neurocognitiva — lascia spesso un nucleo di vergogna cronica. Molti adulti con ADHD sviluppano, in risposta, un funzionamento che oscilla tra iper-compensazione (perfezionismo, iper-produttività, bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore) e ritiro, con episodi di scoraggiamento profondo dopo ogni fallimento vissuto come conferma di un’inadeguatezza di fondo.

Kernberg e la tradizione relazionale (Mitchell) ci ricordano quanto il senso di sé si costruisca nello sguardo dell’altro: quando quello sguardo è stato prevalentemente critico o esasperato, la persona interiorizza un giudice interno severo, spesso più duro di qualunque insegnante o genitore reale sia mai stato.

Cosa può offrire un percorso psicoterapeutico integrato

Un lavoro efficace con l’ADHD adulto, nella mia esperienza clinica, tiene insieme più livelli, senza scegliere tra “è biologico” o “è psicologico”:

  • Riconoscere il dato neurobiologico senza colpevolizzazione, eventualmente in collaborazione con una valutazione neuropsichiatrica e, se indicato, un supporto farmacologico.
  • Costruire nello spazio terapeutico una funzione di contenimento che il paziente possa progressivamente interiorizzare — la relazione stessa come esperienza correttiva di regolazione condivisa.
  • Lavorare sul nucleo di vergogna e sull’autostima, distinguendo ciò che appartiene al funzionamento neurocognitivo da ciò che è stato costruito da anni di feedback ambientale svalutante.
  • Dare senso, non solo gestire i sintomi: comprendere perché l’iperattività o la distrazione compaiono in certi momenti e non in altri, cosa difendono, cosa comunicano.

Conclusione

L’ADHD adulto non è “solo” un problema di attenzione, né va compreso unicamente come un dato neurologico da correggere con strategie compensative. È un’esperienza che ha attraversato l’intero sviluppo della persona, intrecciandosi con la storia dei suoi legami, con il modo in cui è stata guardata e contenuta — o non contenuta — nei momenti di maggiore vulnerabilità. Tenere insieme questi piani, senza ridurre l’uno all’altro, è la strada che permette non solo di gestire meglio i sintomi, ma di costruire un rapporto più pacificato con la propria mente.


Se riconosci in questa descrizione parte della tua esperienza, o hai ricevuto una diagnosi di ADHD e desideri comprenderne il significato oltre l’etichetta, puoi scrivermi per un primo colloquio conoscitivo.

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