In studio arrivano sempre più spesso adulti che, sulla carta, “hanno tutto”: un lavoro che funziona, una vita sociale attiva, obiettivi raggiunti uno dopo l’altro. E che però raccontano una sensazione persistente di vuoto, di stanchezza che non passa con il riposo, di non sentirsi mai davvero all’altezza — nemmeno quando i risultati dicono il contrario.
La cultura della performance continua
Viviamo in un tempo in cui il valore di una persona sembra misurarsi sulla sua produttività: essere sempre disponibili, sempre aggiornati, sempre in miglioramento. Non esiste più un vero “fuori orario”: la mente resta connessa a mail, messaggi, aspettative, anche quando il corpo è a riposo.
Kernberg ha descritto come certe organizzazioni di personalità si strutturino attorno a un Sé grandioso che ha bisogno di conferme costanti dall’esterno per reggersi. Non parliamo solo di narcisismo patologico: è una dinamica che, in forma più lieve, la cultura contemporanea alimenta in tutti noi, proponendo il successo come unica prova della propria esistenza legittima.
Quando il fare sostituisce l’essere
Un’espressione che sento spesso è: “Se mi fermo, crollo.” È una frase che, in chiave psicoanalitica, dice molto: il fare diventa una difesa contro il contatto con emozioni più profonde — spesso un vuoto, una tristezza, un senso di insufficienza che risale a legami affettivi precoci mai del tutto elaborati.
Stephen Mitchell, nella tradizione relazionale, ci ricorda che il Sé si costruisce sempre in relazione: non siamo macchine che producono risultati, ma persone che hanno bisogno di essere riconosciute per ciò che sono, non solo per ciò che fanno. Quando questo riconoscimento è mancato, la performance diventa un tentativo — sempre insufficiente — di guadagnarselo.
L’esaurimento digitale come sintomo culturale
A questo si aggiunge un affaticamento specifico del nostro tempo: l’esposizione continua a stimoli, notifiche, richieste che non lasciano mai davvero spazio al pensiero. La mente ha bisogno di momenti vuoti, di noia persino, per potersi ritrovare. Quando questo spazio viene eroso sistematicamente, non stupisce che emergano ansia, difficoltà di concentrazione, somatizzazioni, o un senso di estraneità rispetto alla propria stessa vita.
Cosa può offrire un percorso psicoterapeutico
Non una ricetta per “performare meglio”, ma uno spazio protetto in cui:
- rallentare senza sentirsi in colpa;
- riconoscere il bisogno di riconoscimento, senza doverlo continuamente conquistare;
- ricostruire un contatto con parti di sé messe da parte perché “improduttive” — la tristezza, il dubbio, il bisogno di dipendere da qualcuno.
Fermarsi a pensare, in un mondo che chiede di correre, non è un lusso: è spesso il primo passo per ritrovare un senso di sé che non dipenda dal prossimo risultato da raggiungere.
Se ti riconosci in questa sensazione di vuoto nonostante “tutto vada bene”, possiamo parlarne insieme in un primo colloquio.
