Personalmente mi allontano dalle diagnosi, a favore dell’esplorazione di complesse dinamiche interne per dare un senso alle storie di casi che ho in carico. In diversi casi, vediamo come le stesse presentazioni esterne (sulle quali verrebbe fatta una diagnosi) risultino, da sottili ma significative differenze, in ciò che disturba i rispettivi pazienti nel loro mondo interno. Il mio approccio è influenzato da alcuni dei dibattiti chiave che circondano gli attuali approcci alla diagnosi nel campo della salute mentale.
Il dizionario Merriam-Webster fornisce due possibili definizioni della parola “diagnosi”:
l’arte o l’atto di identificare una malattia dai suoi segni e sintomi
un’indagine o un’analisi della causa o della natura di una condizione, situazione o problema
Nella prima definizione, l’attenzione si concentra esclusivamente sull’identificazione, mentre nella seconda si esplora le cause sottostanti. La sottile differenza tra queste due definizioni è interessante quando si tratta della diagnosi di malattia mentale, dove c’è stato uno spostamento verso la prima. Sempre più spesso il disagio psicologico viene definito e categorizzato in termini di sintomi visibili e comportamenti esterni. Significati e sentimenti interni non quantificabili ricevono poca attenzione in un modello di questo tipo, anche se spesso sono la chiave per capire veramente la causa o la natura di ciò che ci affligge.
Accanto a questo, c’è stata una crescente tendenza a patologizzare ciò che in passato sarebbe rientrato nel regno del “normale”. Nel 1952 c’erano 106 diagnosi nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM). Nell’edizione 2013 (DSM-5) il numero di potenziali diagnosi è più che raddoppiato. Allen Frances, professore emerito di psichiatria ed ex cattedratico della Duke University, ha criticato questa nuova edizione per quella che egli definisce “iperinflazione diagnostica”. Egli si oppone all’inclusione di nuove diagnosi, come il Disturbo dirompente Disregolazione dell’Umore (i capricci, in termini profani), il Disturbo Neurocognitivo Minore (il quotidiano dimenticare che viene con la vecchiaia), e l’inclusione del dolore sotto il Disturbo Depressivo Maggiore. Egli sottolinea inoltre che i cambiamenti delle categorie diagnostiche negli ultimi vent’anni hanno portato a triplicare la diagnosi del Disturbo da Deficit di Attenzione, a un aumento di venti volte del Disturbo Autistico e a un aumento di quaranta volte del Disturbo Bipolare Infantile. Sempre più spesso, i diversi modi di essere nel mondo hanno maturato un’etichetta diagnostica e, spesso, un rimedio farmacologico associato. Di conseguenza, la ricerca suggerisce che il cinquanta per cento di noi si qualificherà per un disturbo DSM a un certo punto della nostra vita, di solito a partire dall’infanzia o dall’adolescenza.
Naturalmente, il DSM non solo ha maturato categorie diagnostiche nel tempo, ma ne ha anche scartate alcune. Un esempio è stato la rimozione della categoria “omosessualità” dal DSM-II nel 1973. Mentre questo è stato certamente da applaudire, la sua inclusione e poi rimozione evidenzia che quello che è considerato un disturbo mentale è variabile nel tempo e nella cultura. Le scuole di pensiero dominanti in psicologia e psichiatria, e lo spirito del tempo, influenzano fortemente ciò che costituisce una diagnosi. Così le diagnosi non rappresentano fatti immutabili.
Questo non significa che non ci sia alcun valore nell’avere un sistema diagnostico. Tuttavia, come sottolinea il dottor Allen, deve essere considerato come una guida piuttosto che una bibbia. E le persone, in tutta la loro complessità, non possono essere semplicemente ridotte a un termine diagnostico. Concentrarsi troppo servilmente su una diagnosi, in particolare quando si basa solo sui sintomi comportamentali, porta a un indebolimento e a un restringimento della comprensione psicologica. Rappresenta un allontanamento da un profondo impegno con la complessità della psiche umana individuale e patologizza la follia ordinaria che tutti noi abbiamo come esseri umani.
Una professione spesso ammantata di mistero e diffidenza. Ma chi è davvero lo psicologo? Cosa fa, quanto guadagna? E in cosa è diverso da uno psichiatra?
Da qualche tempo state pensando di rivolgervi a uno psicologo. Quando ne avete cercato uno online però vi siete sentiti scoraggiati di fronte alla mole di informazioni, offerte e annunci che avete trovato. Non solo, probabilmente avete avuto anche qualche difficoltà a capire la differenza tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra e quale approccio scegliere tra psicoanalisi, terapia cognitivo-comportamentale e tutti gli altri… Infine è probabile che vi siate posti una domanda ancora più difficile: come riconoscere un bravo psicoterapeuta?
“La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”.
In pratica, lo psicologo non può condurre una vera e propria psicoterapia, ma può proporre un percorso di consulenza più limitato, oppure eseguire diagnosi mediante test specifici su cui ha una competenza verificata.
Il documento del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi specifica anche i requisiti di accesso per diventare psicologo:
“Per esercitare la professione di psicologo è necessario aver conseguito l’abilitazione in psicologia mediante l’esame di Stato ed essere iscritto nell’apposito albo professionale. Sono ammessi all’esame di Stato i laureati in psicologia che siano in possesso di adeguata documentazione attestante l’effettuazione di un tirocinio pratico”.
Ma qual è la differenza tra psicologo e psicoterapeuta? E cosa fa invece lo psichiatra?
La differenza tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra
Lo psicoterapeuta è uno psicologo che ha frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia (di 4 o 5 anni) e ha ottenuto il diploma di psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria che si occupa della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali. In quanto medico, lo psichiatra può prescrivere farmaci.
Quanto costa uno psicologo
Dipende: ogni psicologo applica un tariffario diverso in un range che varia da 35 a 120€ a seduta.
Quanto guadagnano gli psicologi
Nel 2015 l’ENPAP (la cassa previdenziale degli psicologi) stimava il reddito medio annuo di uno psicologo intorno ai 13500€, ovvero poco più di 1100€ al mese. Per gli psicoterapeuti il dato è leggermente più alto: 16900€ annui (1400€ al mese). Queste però sono medie statistiche che hanno una valenza limitata: come abbiamo visto, ognuno applica tariffari diversi e ottiene di più o di meno dal proprio lavoro in base a molti fattori diversi. In genere, inoltre, dice l’ENPAP, gli psicologi hanno più di un lavoro e spesso esercitano sia in pubblico che in privato, cosa che potrebbe rendere meno attendibili i dati.
Lo psicologo gratis
Se inserite la parola “psicologo” su Google Trends, lo strumento di Google che permette di conoscere la frequenza di parole e frasi sul web, noterete che i termini e le domande più spesso associate sono:
quanto costa uno psicologo;
psicologo gratis;
psicologo online gratis.
In altre parole, moltissime persone si rivolgono a Google non solo per sapere di che cosa si occupa di preciso lo psicologo, ma anche per trovare un professionista che fornisca consulenze gratuite. Ma è possibile andare da uno psicologo gratis? Beh sì, il Servizio Sanitario Nazionale, su presentazione della ricetta prescritta da un medico di base, permette di ricevere consulenze psicologiche gratuitamente o pagando solo il ticket, all’interno dei Centri Psico-Sociali (CPS) di zona. I CPS però hanno diversi limiti, tra cui lunghe liste d’attesa, numero di colloqui prestabilito (in genere da 8 a 16) e poche possibilità di scegliere lo specialista giusto.
Come scegliere lo psicologo giusto
Negli ultimi dieci anni la professione di psicologo ha attratto sempre più persone. Secondo gli ultimi dati del CNOP, oggi ci sono più di centomila psicologi, distribuiti in modo disomogeneo nelle varie regioni italiane (nel Lazio la densità è di 1,68 ogni mille abitanti, in Calabria 0,40). Come si sceglie quello giusto? Per iniziare a restringere il cerchio è necessario:
Capire cosa si sta cercando. Lo psicologo non può fare psicoterapia, ma principalmente counseling, diagnosi, riabilitazione e prevenzione. Se volete iniziare un percorso di psicoterapia dovete cercare uno psicoterapeuta. Attenti al titolo, dunque.
Definire una fascia di prezzo. La decisione di non spendere più di un certo budget per la psicoterapia aiuta a ridurre la platea di possibili psicoterapeuti tra cui scegliere.
Chiedere al professionista. Prima di scegliere uno psicologo o uno psicoterapeuta, potete chiedere a quel professionista come funziona il percorso di cura e risolvere tutti i vostri dubbi.
Leggere La Finestra sulla Mente. Qualche tempo fa ho scritto un articolo su come riconoscere un bravo psicoterapeuta. Molte persone lo hanno letto e continuano a leggerlo per orientarsi.
Ma la terapia a distanza funziona davvero? «Non avevo mai fatto terapia a distanza prima perché non l’avevo mai considerata un’opzione», ha raccontato al Post una paziente in terapia da alcuni anni: «Il passaggio però è andato liscio: forse perché conoscevo già la terapeuta, non ero affatto diffidente e anzi mi sembrava un ottimo strumento per avere un sostegno a cui altrimenti avrei dovuto rinunciare. Personalmente continuo a preferire le sedute di persona, ma penso che d’ora in poi alternerò le due modalità perché la comodità della videochiamata è impagabile».
Anche molti terapeuti inizialmente erano scettici. Tradizionalmente, infatti, nelle scuole di psicoterapia viene data molta importanza al setting, cioè alla cornice e alle norme che regolano il rapporto tra terapeuta e paziente: la stanza in cui si svolge la terapia, per esempio, o la disposizione delle poltrone su cui ci si siede, l’orario e il giorno della seduta sono tutte cose che andrebbero mantenute il più possibile invariate. Considerato questo, molti professionisti si chiedevano se spostare le sedute da una stanza allo schermo di un computer potesse avere effetti negativi. In realtà, dopo averla provata per qualche mese, anche i più critici hanno rivalutato la psicoterapia online e molti hanno già detto che proporranno ai pazienti di mantenerla.
Negli ultimi anni molti studi hanno dimostrato che la terapia online può essere una valida alternativa a quella di persona nella maggioranza dei casi, e che le due sono paragonabili sia sul piano della soddisfazione del paziente che negli effetti a lungo termine. «Secondo la nostra esperienza, la maggior parte dei pazienti può essere seguita a distanza dall’inizio alla fine: diciamo un buon 85 per cento», ha spiegato Stefano Porcelli: «Per gli altri invece è opportuno almeno un primo contatto di persona e magari un’alternanza tra sedute in studio e sedute online, nel caso in cui il paziente abbia problemi logistici».
I vantaggi della psicoterapia online A prescindere dalla pandemia, la psicoterapia a distanza ha una serie di indiscutibili vantaggi. Per persone che dopo aver iniziato una terapia di persona decidono di trasferirsi in un’altra città o in un altro paese, il passaggio a quella online è una buona soluzione per non interrompere una relazione terapeutica che funziona e dover ricominciare tutto da capo con un nuovo professionista. Per alcuni pazienti, la terapia con videochiamata è l’unica opzione possibile: per esempio per chi vive in zone particolarmente isolate, per chi ha problemi di mobilità a causa di disabilità fisiche, malattie croniche o disagi psicologici (come la paura degli spazi aperti o forme di fobia sociale). O semplicemente in quei casi in cui non ci sono tanti psicoterapeuti disponibili nelle vicinanze, soprattutto a costi accessibili.
L’American Psychological Association ha notato che per i pazienti più giovani, abituati fin da piccoli a una comunicazione mediata da chat e chiamate, la terapia online possa risultare più rassicurante di un incontro di persona. È quello che pensa anche uno dei pazienti del Santagostino intervistati a riguardo: «non avendo un confronto diretto, forse ti puoi sfogare meglio: per me parlare in faccia a una persona è più difficile che farlo a distanza».
Per il terapeuta, un vantaggio può essere quello di vedere l’ambiente dove il paziente vive, di continuare a seguire persone anche dopo che si sono trasferite, o che fanno fatica a trovare il tempo di continuare il percorso. E naturalmente chi lavora a distanza non ha necessariamente bisogno di uno studio, può risparmiare sull’affitto e abbassare il prezzo della terapia.
Cosa può andare storto? Ovviamente, la terapia a distanza ha anche i suoi limiti: se è vero che elimina tutte le difficoltà logistiche, c’è sempre il rischio di un malfunzionamento dei mezzi tecnici o di una connessione non adeguata. «Inizialmente poteva capitare che l’applicazione che usavamo avesse dei problemi», ha raccontato Porcelli, «poi però abbiamo notato una serie di sviluppi tecnici che in poco tempo hanno cambiato completamente la nostra esperienza: probabilmente perché durante il lockdown le aziende dei software per le videochiamate hanno fatto grossi investimenti e miglioramenti».
Un altro aspetto che può essere critico è quello della privacy del paziente: chi vive con altre persone in casa può fare fatica a trovare un luogo isolato e silenzioso dove dedicarsi alla seduta. Durante il lockdown, hanno raccontato alcuni psicoterapeuti del Santagostino, capitava di fare sedute con pazienti chiusi in macchina o seduti sulla panchina di un parco. Dopo il lockdown comunque non è più successo e quasi sempre i pazienti riescono a trovare una stanza dove fare terapia indisturbati.
«È capitato che qualche seduta venisse fatta al telefono, soprattutto in caso di problemi con la connessione, ma in generale non è una cosa che facciamo o consigliamo», ha continuato Porcelli: «In terapia la cosa più importante sono le parole, ma il terapeuta osserva anche alcuni elementi come la mimica e l’emotività del paziente, che senza video si perdono completamente. Anche il passaggio dal vivo al video fa perdere alcuni elementi della terapia, ma molti meno. Come terapeuti abbiamo tutti dovuto adattarci: abbiamo dovuto rinunciare per esempio a vedere come il paziente si muove nello spazio, e abbiamo dovuto spostare tutta l’attenzione sulle espressioni del viso».