da Dr.ssa Ilaria Bellavia

La psicologia giuridica studia sotto il profilo psicologico (gli aspetti intellettivi, caratterologici ed attitudinali della psiche umana) la persona in rapporto alla posizione giuridica ed al ruolo rivestito nella famiglia, nella scuola, nel mondo del lavoro e delle professioni e nella società. La psicologia giuridica studia quindi principalmente il vissuto personale (profilo psicologico) delle persone coinvolte in procedimenti giudiziari, al fine di raccogliere dati comportamentali e sottoporli al vaglio dell’autorità giudiziaria incaricata del processo civile o penale.
L’ambito concerne lo studio di:
- fattori della personalità (intelligenza, carattere, attitudini, bisogni, tendenze, motivazioni, stimoli, socializzazione);
- condizioni della personalità (fragilità psichica, deficit intellettivo, stress psicosomatico, affaticamento mentale, morbilità psichica, pericolosità sociale);
- aspetti psicologici conseguenti a separazione, divorzio, adozione nazionale e internazionale, affido etero-familiare del minore, maltrattamento di minori e abuso sessuale, violenza di gruppo, turbamento mentale e psicofisico della vittima, pedofilia e sette;
- minori a rischio di devianza, principali fattori delle “carriere criminali”, bullismo, “branco”, dipendenze e sfruttamento;
- aspetti psicologici della responsabilità penale dei minori e degli adulti;
- comportamento del “testimone”, effetti dello stato di reclusione;
- valutazione/misurazione del danno psichico;
- osservazione e descrizione psicologica del comportamento deviato e della colpa;
- consulenza tecnica e perizia psicologica, in ambito civile e penale, per il Tribunale.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia

L’autolesionismo o auto-danno intenzionale (il termine tecnico è “Repetitive Self-Harm Syndrome“, sindrome da autolesionismo ripetuto) viene definito come l’intenzionale, diretto ferimento di un tessuto del corpo ma spesso fatto senza intenzioni suicide. L’atto più comune con cui si presenta l’autolesionismo è il taglio superficiale alla pelle ma esso comprende anche il bruciarsi, infliggersi graffi, colpire una o più parti del corpo, tirarsi i capelli (tricotillomania) e l’ingerire sostanze tossiche o oggetti. Di solito però i comportamenti associati all’abuso di sostanze e disturbi alimentari non sono considerati veri e propri atti di autolesionismo poiché il danno ai tessuti che ne risulta sono collaterali e non volontari.Tuttavia possono esserci dei comportamenti non direttamente collegati con l’autolesionismo. ma che risultano tali poiché hanno l’intenzione di causare danni diretti ai tessuti.
Il suicidio, come già detto prima, non è il fine dell’autolesionismo ma il rapporto tra suicidio e autolesionismo è piuttosto complesso poiché, talvolta, un comportamento autolesionista può essere pericoloso per la vita.[5] Vi è comunque un aumento del rischio di suicidio negli individui che praticano l’autolesionismo; infatti se ne trovano segni evidenti nel 40-60% dei suicidi.Bisogna però tenere presente che collegare l’autolesionista con un potenziale suicida è nella maggior parte dei casi inesatto.
Durante l’infanzia l’autolesionismo è piuttosto raro anche se dal 1980 i casi sono aumentati.Esso è anche indicato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR) come un sintomo del disturbo di personalità borderline. Inoltre esso si manifesta anche in soggetti che soffrono di depressione, sono omossessuali, disturbi d’ansia, abuso di sostanze, disturbo post traumatico da stress, schizofrenia e disturbi alimentari. L’autolesionismo è più comune durante l’adolescenza o la tarda adolescenza; di solito appare tra i 12 e 24 anni. Ma esso si può verificare a qualunque età, anche in soggetti anziani; in questo caso però l’autolesionismo è molto più pericoloso. Il fenomeno non riguarda solo gli esseri umani ma anche animali come uccelli e scimmie.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia

Gli attacchi di panico – classificati ed inserito come “panic attack/s (PA/s)” o “panic disorder (PD)” nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) – sono una classe di disturbi d’ansia, a loro volta i più comuni disturbi psichiatrici, che costituiscono un fenomeno sintomatologico complesso e piuttosto diffuso (si calcola che 10 milioni di italiani abbiano subito uno o più attacchi di panico).
Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un’incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Tuttavia, spesso non vengono riconosciuti e di conseguenza non vengono curati. La maggior parte delle persone guarisce senza terapia specifica, mentre una rilevante minoranza sviluppa invece un disturbo da recidiva di attacchi di panico.
L’attacco di panico comporta l’insorgenza improvvisa di almeno 4 dei 13 sintomi sotto elencati :
- Tremori fini o a grandi scosse
- Dolore o fastidio al petto
- Sudorazione
- Sensazione di soffocamento
- Respiro corto o sensazione di asfissia
- Sensazioni di sbandamento, di instabilità, di svenimento
- Palpitazioni o tachicardia
- Paura di morire
- Sensazioni di torpore o di formicolio
- Paura di impazzire o di perdere il controllo
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazioni di irrealtà, di stranezza, di distacco dall’ambiente
- Vampate o brividi
da Dr.ssa Ilaria Bellavia

L’anoressia (dal greco ἀνορεξία anorexía, comp. di an- priv. e órexis ‘appetito’) è la mancanza o riduzione dell’appetito. Si tratta di un sintomo che accompagna numerose e distinte malattie, ed è dovuto a diverse cause.
Comunemente il termine è spesso usato come sinonimo di anoressia nervosa, ma in realtà esistono molteplici possibili cause di una diminuzione dell’appetito, alcune delle quali potrebbero risultare innocue, mentre altre sono indice di una grave condizione clinica o comportano un rischio significativo.
La bulimia (da greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.
La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

da Dr.ssa Ilaria Bellavia

L’attuale paradigma psicoanalitico vede un crescente sviluppo dell’indirizzo intersoggettivo a discapito del modello classico della mente e della situazione analitica tradizionale. La relazione analitica ruota attorno al coinvolgimento intersoggettivo di analista e paziente.
All’interno del modello relazionale intersoggettivo che fa da parametro al procedere della relazione psicoanalitica, non vige alcuna divisione di ruoli quali quelli di: maschile-femminile, attivo-passivo, conoscente-conosciuto, tra chi interpreta e chi è interpretato, tra chi dà e chi riceve, in una parola tra soggetto e oggetto. Questo è possibile grazie al fatto che i due della relazione psicoanalitica facendo leva sulla loro capacità riflessiva prendono distanza via via sempre più da sé stessi e dalla situazione contingente nella quale sono entrambi calati e si progettano nel tempo nella libertà.
In questa maniera eros e logos cessano la loro contrapposizione secolare e anzi si fanno alleati uno dell’altro. Infatti gli “equivoci” che si danno all’interno della relazione costituita dalla coppia analista-analizzato e che nel gergo proprio di questa disciplina prendono il nome di transfert e di controtransfert, in ultima analisi vengono a coincidere con la stessa modalità relazionale interdipendente la cui critica radicale non è stata ancora condotta sino in fondo, prova ne sia che nel modello relazionale intersoggettivo non si danno più “equivoci” non avendo più i due partner della relazione intersoggettiva altra aspettativa che quella del dirsi dell’altro nella libertà.
E invece sono proprio questi equivoci ciò che costituiscono l’inconscio quali sintomi dell’interdipendenza stessa. Ciò si spiega abbastanza facilmente se si pone attenzione al fatto che mentre il modello intersoggettivo è quello di una relazione in cui l’unica aspettativa che l’uno ha verso l’altro è solo quella che l’altro ci sia ma in libertà. Non è così nell’interdipendenza, ed è proprio questa diversa aspettativa che fonda e struttura l’inconscio e tutti i sintomi dell’inconscio: transfert e controtransfert.
Il principio di intersoggettività fa del metodo psicoanalitico, quale metodo di trasformazione delle realtà relazionali, quanto di più seriamente critico vi possa essere dell’ordine relazionale strutturato sulla divisione dei ruoli.