da Dr.ssa Ilaria Bellavia
C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui una relazione si incrina non per quello che è successo, ma per come ciascuno ha interpretato quello che è successo.
Un silenzio letto come rifiuto. Un ritardo letto come disinteresse. Un tono di voce letto come rabbia, quando forse era solo stanchezza.
In psicologia questa capacità — o incapacità — di leggere correttamente la mente propria e quella altrui ha un nome preciso: mentalizzazione.
Che cos’è la mentalizzazione
La mentalizzazione è la capacità di comprendere il comportamento — proprio e degli altri — come espressione di stati mentali: pensieri, emozioni, desideri, intenzioni, credenze.
Non è un concetto astratto. È qualcosa che facciamo, con successi e fallimenti, decine di volte al giorno: quando cerchiamo di capire perché un collega ci ha risposto in modo brusco, quando proviamo a intuire cosa sta provando un figlio che si chiude in silenzio, quando ci chiediamo perché noi stessi abbiamo reagito in un certo modo a una frase che, a mente fredda, non meritava tutta quella intensità.
Il termine è stato sviluppato in ambito psicoanalitico soprattutto grazie al lavoro di Peter Fonagy e dei suoi collaboratori, ma affonda le radici in autori che hanno segnato profondamente la comprensione della vita psichica: Bion, con la sua idea della mente come capacità di “contenere” e trasformare le esperienze emotive grezze; Winnicott, con l’attenzione alla funzione di rispecchiamento che un genitore — o un terapeuta — offre a chi ha di fronte.
Perché è così importante
Mentalizzare bene non significa avere sempre ragione su cosa pensa o prova l’altro. Significa avere la flessibilità di tenere in mente che l’altro ha una mente diversa dalla nostra, che le nostre interpretazioni sono ipotesi e non certezze, e che possiamo sbagliarci — senza che questo minacci la relazione o la nostra stessa stabilità interna.
Quando questa capacità funziona bene, le relazioni reggono gli urti quotidiani: i fraintendimenti si chiariscono, i conflitti si attraversano senza rompere il legame, l’intimità resta possibile anche nel disaccordo.
Quando invece la mentalizzazione si inceppa — sotto stress, in situazioni di forte attivazione emotiva, o come tratto più stabile della personalità — il mondo relazionale si semplifica pericolosamente. Le intenzioni dell’altro diventano certezze anziché ipotesi. “Non mi ha risposto” diventa “non gli importa di me”, senza passaggi intermedi, senza dubbio, senza la possibilità di chiedere e verificare.
Come si manifesta la difficoltà a mentalizzare
Nella mia esperienza clinica, la fatica a mentalizzare non si presenta quasi mai come un’etichetta chiara. Si presenta come:
- la sensazione ricorrente di essere fraintesi, o di fraintendere sistematicamente gli altri
- relazioni che oscillano tra fusione totale e rottura improvvisa, senza vie di mezzo
- difficoltà a distinguere “cosa provo io” da “cosa sento che l’altro mi sta facendo provare”
- reazioni emotive che sembrano sproporzionate rispetto all’evento scatenante, e che lasciano una sensazione di disorientamento anche in chi le vive
- fatica, nei genitori, a immaginare il figlio come persona con una mente propria, distinta dai propri bisogni e timori
Non sono segnali di una “mancanza” da correggere in fretta. Sono, quasi sempre, il risultato di storie relazionali in cui la propria mente non è stata sufficientemente vista, nominata, tenuta in mente da qualcun altro — spesso nei primi anni di vita, ma non solo.
Si può imparare (o reimparare) a mentalizzare?
Sì. È una delle notizie più incoraggianti che la ricerca clinica ci ha consegnato negli ultimi decenni: la mentalizzazione non è un tratto fisso, è una capacità che si sviluppa nella relazione e che nella relazione — anche quella terapeutica — può essere rinforzata.
Un buon percorso psicoterapeutico lavora proprio su questo, spesso senza nominarlo esplicitamente: nella stanza di terapia, il terapeuta prova a mettere in parole ciò che il paziente sente ma non riesce ancora a pensare; lo aiuta a fare un passo indietro rispetto alle proprie reazioni immediate; gli restituisce una versione di sé stesso — pensato, non giudicato — che diventa, col tempo, una capacità propria.
Non si tratta di imparare tecniche. Si tratta di fare, ripetutamente, l’esperienza di essere pensati da un’altra mente attenta, per poi poter pensare — e sentire — con più libertà anche fuori da quella stanza.
Un’ultima cosa
Se leggendo questo articolo ti sei riconosciuto in qualcuna di queste dinamiche — relazioni che si complicano più del previsto, difficoltà a capire cosa provi davvero, o a immaginare cosa provano davvero le persone a cui tieni — non significa che qualcosa in te non funzioni. Significa, semplicemente, che c’è uno spazio di lavoro possibile.
Se ti va di parlarne, sono qui.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Hai mai sentito un dolore fisico per cui i medici non trovano spiegazioni? Mal di testa
ricorrenti, stanchezza cronica, dolori allo stomaco, tensioni muscolari che non passano mai?
Se ti è capitato, non sei solo/a. E soprattutto: non stai inventando nulla.
Esiste un disturbo, riconosciuto dalla psicologia e dalla medicina, che si chiama disturbo da
sintomi somatici — e riguarda moltissime persone che soffrono nel corpo, ma la cui
sofferenza ha radici profonde nella mente e nelle emozioni.
Che cos’è il disturbo da sintomi somatici?
Il disturbo da sintomi somatici (DSS) è una condizione in cui una persona sperimenta
sintomi fisici reali e disturbanti — dolori, affaticamento, difficoltà respiratorie, disturbi
gastrointestinali — che non possono essere spiegati completamente da una causa medica
organica, oppure che risultano sproporzionati rispetto alla patologia fisica eventualmente
presente.
La parola chiave è: questi sintomi non sono immaginati né simulati. Chi ne soffre prova un
disagio fisico autentico, spesso molto intenso, che influenza profondamente la qualità della
vita quotidiana.
Il disturbo da sintomi somatici si caratterizza tipicamente per la presenza di uno o più
sintomi fisici persistenti, pensieri e preoccupazioni eccessive legati ai sintomi stessi, e una
durata nel tempo che tende a prolungarsi nel corso dei mesi.
Il corpo come “linguaggio” dell’inconscio
La psicoanalisi ha da sempre prestato grande attenzione al rapporto tra corpo e psiche. Già
Sigmund Freud, nei suoi primissimi studi sui casi isterici condotti insieme a Josef Breuer,
osservò come certi sintomi fisici — paralisi, cecità, dolori inspiegabili — potessero essere
l’espressione di conflitti emotivi inconsci che non avevano trovato altre vie di uscita.
Freud coniò l’espressione “conversione” per descrivere il meccanismo attraverso cuiun’emozione non elaborata si trasforma in un sintomo corporeo. Il corpo, in sostanza, dice
quello che la mente non riesce ancora a esprimere con le parole.
Questa intuizione è stata poi sviluppata da molti autori nel corso del Novecento.
Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, introdusse il concetto di psiche-soma:
per Winnicott, mente e corpo non sono entità separate, ma un’unità inscindibile che si forma
fin dai primissimi mesi di vita attraverso le cure ricevute. Quando questa unità viene
disturbata — da traumi, da cure inadeguate, da un ambiente emotivo imprevedibile — il
corpo può diventare il luogo in cui si deposita la sofferenza psichica.
Joyce McDougall, psicoanalista franco-neozelandese, ha dedicato gran parte del suo lavoro
a quelle che chiamava “teatri del corpo”: situazioni in cui il corpo mette in scena, attraverso
il sintomo, emozioni che non sono mai state riconosciute né nominate. McDougall parlava di
pazienti “iper-normali” — persone apparentemente funzionali, efficienti, prive di conflitti
evidenti — che improvvisamente si ammalavano nel corpo, come se le emozioni trovassero
l’unica via possibile proprio lì.
Pierre Marty, fondatore della Scuola Psicosomatica di Parigi, introdusse il concetto di
pensiero operatorio: un modo di pensare povero di rappresentazioni emotive, concreto,
centrato sui fatti, che caratterizza molte persone che sviluppano sintomi somatici. Chi pensa
in modo operatorio fatica a dare un nome alle proprie emozioni — condizione che oggi viene
chiamata alessitimia — e il corpo finisce per “parlare” al posto della mente.
Perché il disturbo da sintomi somatici è così comune oggi?
Viviamo in un’epoca che premia la produttività, la razionalità, la gestione efficiente delle
emozioni. “Stai bene?”, “Sì, sto bene” — è il dialogo automatico di milioni di persone,
indipendentemente da quello che si prova davvero.
In questo contesto, le emozioni difficili — tristezza, rabbia, paura, vergogna — spesso non
trovano spazio per essere sentite e vissute. Vengono messe da parte, ignorate, “gestite”. E il
corpo, prima o poi, presenta il conto.
Il disturbo da sintomi somatici colpisce persone di ogni età, sesso e background culturale. È
più frequente nelle donne, ma riguarda anche gli uomini. Può comparire in seguito a un
evento stressante (un lutto, una separazione, un cambiamento lavorativo), oppure installarsi
gradualmente, senza un momento preciso di inizio.
Come si cura il disturbo da sintomi somatici?La buona notizia è che il disturbo da sintomi somatici risponde bene alla psicoterapia — e in
particolare alla psicoterapia psicoanalitica.
Un percorso terapeutico non si concentra sul “convincere” la persona che i suoi sintomi
sono psicologici (operazione spesso vissuta come una svalutazione). Al contrario, si parte
proprio dai sintomi fisici come punto di accesso a una storia emotiva che merita di essere
ascoltata.
Lavorare in terapia significa dare parole alle emozioni che non ne hanno mai avute,
riconoscere i momenti in cui il corpo segnala qualcosa che la mente non ha ancora
elaborato, esplorare la propria storia relazionale e le modalità con cui si è imparato — o non
imparato — a stare con le emozioni difficili, e sviluppare una relazione con il proprio corpo
non più basata sulla paura o sull’estraneità, ma sulla curiosità e sull’ascolto.
Con il tempo, molte persone scoprono che i sintomi fisici si attenuano — non perché
scompaiano magicamente, ma perché trovano finalmente una forma alternativa di
espressione.
Quando chiedere aiuto
Se convivi da tempo con sintomi fisici per cui i medici non trovano spiegazioni, o che si
ripresentano ciclicamente in momenti di stress, potrebbe valere la pena parlarne con uno
psicologo o psicoterapeuta.
Non significa che “è tutto nella testa”. Significa che il tuo corpo sta cercando di dirti
qualcosa — e che forse è arrivato il momento di ascoltarlo insieme a qualcuno.
Sono la Dott.ssa Ilaria Bellavia, psicologa e psicoterapeuta a Firenze. Ricevo in studio e
online. Se ti sei riconosciuto/a in questo articolo e vuoi esplorare un percorso terapeutico,
puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
C’è un momento, per chi vive un attacco di panico, in cui il mondo si restringe. Il cuore accelera, il respiro si fa corto, le mani formicolano, una sensazione di irrealtà avvolge tutto. Per qualche minuto — che sembrano interminabili — la mente è certa: sta succedendo qualcosa di terribile. Un infarto, un soffocamento, la perdita del controllo, la “pazzia”.
E poi, lentamente, passa.
Ma resta una domanda che molti giovani adulti si portano dietro per settimane, mesi, a volte anni: “Perché è successo? E se succede di nuovo?”
L’ansia non è il problema: è il sintomo
Una delle cose che osservo più spesso, nel mio lavoro con ragazzi e ragazze tra i venti e i trentacinque anni, è quanto l’ansia venga vissuta come un’avversaria da combattere, da controllare, da eliminare. “Devo smettere di avere ansia” è una frase che sento spesso, pronunciata con la stessa urgenza con cui si parlerebbe di un’infezione da curare.
Ma l’ansia, e in particolare l’attacco di panico, raramente è il problema in sé. È piuttosto un segnale — spesso scomposto, spesso fuori contesto, ma comunque un segnale — che qualcosa, dentro, chiede attenzione.
In psicoanalisi guardiamo all’attacco di panico non come a un malfunzionamento da correggere, ma come a una comunicazione del corpo e della mente che ha trovato, in quel momento, l’unico canale possibile per esprimersi. Spesso si tratta di emozioni che non hanno avuto spazio per essere pensate, sentite, elaborate — e che il corpo finisce per “agire” attraverso il sintomo.
Perché capita proprio ora, in questa fase della vita
I venti e i trent’anni sono un’età di transizioni continue: si lascia la famiglia d’origine, si costruisce un’identità professionale, si negoziano nuove relazioni affettive, si affrontano scelte che sembrano definitive. È un periodo in cui il “chi sono” e il “chi voglio diventare” sono in costante ridefinizione.
Non è un caso che molti primi episodi di ansia significativa o di attacchi di panico si manifestino proprio in questi anni. Non perché ci sia qualcosa di “rotto”, ma perché lo psichismo è sotto pressione: deve reggere carichi emotivi nuovi, spesso senza che ci sia stato il tempo — o lo spazio — per elaborarli.
A volte l’attacco di panico arriva proprio quando, dall’esterno, “tutto va bene”: un nuovo lavoro, una relazione che funziona, un trasloco desiderato. È un paradosso solo apparente. I cambiamenti, anche quelli positivi, richiedono una riorganizzazione interna profonda — e a volte è proprio in quei momenti che le parti di noi più fragili, o più trascurate, chiedono di essere ascoltate.
Cosa significa, in pratica, lavorarci in terapia
Un percorso psicoanalitico non si concentra solo sulla gestione del sintomo — anche se imparare strategie per attraversare un momento di ansia acuta è importante e fa parte del lavoro. L’obiettivo più profondo è comprendere da dove viene quell’ansia: quali storie, quali relazioni, quali parti di sé non hanno ancora trovato parole.
Spesso, lavorando insieme, emergono fili che collegano l’ansia attuale a esperienze passate, a modi di relazionarsi imparati da piccoli, a paure che non erano mai state nominate perché non c’era — allora — chi potesse ascoltarle.
Con il tempo, l’ansia smette di essere un nemico imprevedibile e diventa qualcosa che si può conoscere, riconoscere, e infine attraversare con meno terrore. Non perché “scompaia” magicamente, ma perché chi la vive impara a starci dentro senza essere travolto — e spesso, proprio in quel momento, l’intensità si riduce naturalmente.
Non sei tu che “non riesci a gestirla”
Una delle convinzioni più dolorose con cui arrivano molte persone è quella di essere in qualche modo “difettose”: più fragili, meno capaci, meno forti degli altri. Non è così. L’ansia e il panico non sono indicatori di debolezza, ma di un sistema interno che sta cercando — a modo suo, e a volte in modo eccessivo — di proteggerti.
Capire questo è già un primo passo. Il secondo, spesso, è permettersi di chiedere aiuto — non come ultima risorsa quando “non si riesce più”, ma come un atto di cura verso una parte di sé che merita ascolto.
Se ti sei riconosciuto in queste parole e senti che potrebbe essere il momento di affrontare l’ansia in modo diverso, sono disponibile per un primo colloquio, in presenza a Firenze o online. Scrivimi per fissare un appuntamento.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Cos’è la Dissociazione: non una Patologia, ma una Risposta
La dissociazione non è, in origine, un disturbo. È un meccanismo di difesa primario, arcaico, potentissimo. Quando un’esperienza è troppo intensa, troppo dolorosa o troppo minacciosa per essere integrata nella continuità del sé, la mente la isola. La separa. La mette in un compartimento stagno dove non possa travolgere il resto del funzionamento psichico.
In questo senso, la dissociazione è un atto di intelligenza psichica. Il problema sorge quando questo meccanismo — nato per proteggere — diventa una modalità stabile di relazione con sé stessi e con il mondo. Quando la frammentazione, da risposta d’emergenza, diventa architettura del sé.
Ferenczi fu tra i primi psicoanalisti a cogliere con precisione questo meccanismo, descrivendo come il bambino traumatizzato — di fronte a un adulto che non può permettersi di perdere — impara a staccarsi emotivamente da ciò che gli accade, dissociando la parte sofferente dal sé funzionante che continua ad amare e a dipendere dal caregiver. Una scissione necessaria, ma costosa.
Il Trauma che Non Diventa Ricordo
Uno degli aspetti più caratteristici del trauma dissociativo è la sua particolare relazione con la memoria. Il trauma non viene ricordato come gli altri eventi: non si organizza in una narrazione sequenziale, con un prima e un dopo. Si deposita nel corpo, nelle reazioni automatiche, nei lampi sensoriali che irrompono senza preavviso — odori, suoni, sensazioni fisiche che trascinano il soggetto indietro nel tempo senza che lui capisca perché.
La teoria strutturale della dissociazione descrive questa scissione come una divisione tra una parte della personalità che continua a funzionare nella vita quotidiana — apparentemente adattata, produttiva, “normale” — e una o più parti emotive che rimangono fissate al momento traumatico, come in un eterno presente di terrore o dolore.
Nella stanza di terapia, questo si traduce spesso in pazienti che raccontano eventi gravissimi con un distacco sorprendente, quasi parlassero di qualcun altro. Oppure, al contrario, che vengono improvvisamente sopraffatti da un’emozione senza riuscire a collegarla a nulla di comprensibile. In entrambi i casi, il filo narrativo del sé è spezzato.
Come si Manifesta nella Clinica Contemporanea
Il trauma dissociativo raramente si presenta con un’etichetta diagnostica chiara. Più spesso si nasconde dietro sintomi apparentemente distanti tra loro: stati d’ansia inspiegabili, vuoti di memoria, sensazione cronica di irrealtà, difficoltà a riconoscere e nominare le proprie emozioni, relazioni oscillanti tra idealizzazione e crollo improvviso.
Molti pazienti arrivano in studio dopo anni di percorsi terapeutici centrati sui sintomi, senza che nessuno abbia mai esplorato l’esperienza traumatica sottostante. Descrivono una sensazione di essere composti da parti che non si parlano, di avere reazioni che non capiscono, di non riuscire a “stare dentro” sé stessi.
In questi casi, lavorare sull’interpretazione del sintomo non basta. È necessario creare prima di tutto uno spazio sicuro — quello che Winnicott chiamava holding — in cui le parti dissociate possano gradualmente avvicinarsi, riconoscersi, e cominciare a dialogare.
La Prospettiva Psicoanalitica: integrare ciò che è stato Scisso
La psicoanalisi offre al trattamento del trauma dissociativo qualcosa di specifico e insostituibile: il tempo. Il tempo necessario affinché ciò che è stato isolato possa essere gradualmente avvicinato, simbolizzato, inserito in una narrazione che lo contenga senza che sopraffaccia.
Ogden ha descritto il lavoro analitico con i pazienti traumatizzati come un processo di co-creazione: terapeuta e paziente costruiscono insieme uno spazio intersoggettivo in cui l’esperienza dissociata può essere finalmente pensata — non solo agita o evitata. È un lavoro lento, non lineare, che richiede una presenza del terapeuta che sia costante, regolata e autentica.
Il transfert in questi trattamenti è spesso intenso e paradossale: il paziente può avere bisogno di testare ripetutamente la solidità del legame terapeutico prima di permettersi di portare in seduta le parti più vulnerabili di sé. Ogni rottura e riparazione del legame diventa, in questo senso, un’esperienza riparativa in miniatura.
L’obiettivo non è cancellare il trauma — il passato non si riscrive — ma modificare il suo peso nel presente. Che le parti dissociate possano trovare un posto nella storia del soggetto: non come ferita aperta, ma come parte integrante di chi si è diventati.
Quando Chiedere Aiuto
Se ti riconosci in alcune di queste descrizioni — una sensazione cronica di non essere del tutto presente a te stesso, reazioni emotive che sembrano sproporzionate o inspiegabili, difficoltà a ricostruire periodi della tua vita, senso di estraneità dal tuo corpo o dalle tue emozioni — potrebbe valere la pena esplorare queste esperienze in uno spazio terapeutico dedicato.
La psicoterapia psicoanalitica non offre soluzioni rapide. Offre qualcosa di più duraturo: la possibilità di dare un senso a ciò che è accaduto, e di ritrovare una continuità con sé stessi che il trauma aveva interrotto.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
IL FENOMENO E LA SUA ATTUALITÀ
Viviamo in un’epoca paradossale: iperconnessi eppure profondi nella solitudine. Tra le patologie relazionali che il clinico incontra oggi con sempre maggiore frequenza, la dipendenza affettiva — nota anche come love addiction o dipendenza relazionale — occupa un posto centrale. Non si tratta di un’etichetta diagnostica formalmente riconosciuta nel DSM-5, ma di una configurazione psicopatologica ben definita, che si presenta con tratti clinici stabili e una significativa sofferenza soggettiva.
La persona dipendente affettivamente non vive la relazione come scelta, ma come necessità biologica. L’altro non è un partner: è l’ossigeno. L’assenza, reale o anche solo temuta, genera stati di angoscia acuta, comportamenti di controllo, vuoto interno insostenibile.
“Non riesco a stare sola, anche quando so che quella relazione mi fa stare male.” Questa frase, o una sua variante, è ciò che quasi ogni paziente con dipendenza affettiva porta in seduta al primo colloquio.
UNA LETTURA PSICOANALITICA
La psicoanalisi offre strumenti preziosi per comprendere in profondità questa fenomenologia. In una prospettiva oggettuale — riconducibile a Fairbairn, Winnicott e successivamente Bollas — la dipendenza affettiva può essere intesa come il risultato di un attaccamento precoce a un oggetto cattivo-eccitante: un caregiver che nella storia infantile del paziente è stato fonte simultanea di bisogno e frustrazione, di speranza e delusione.
Il soggetto apprende che il legame è insicuro, imprevedibile, ma irrinunciabile. Nella vita adulta riproduce questa matrice relazionale, scegliendo partner che riattivano quella stessa dinamica: disponibili quanto basta da alimentare la speranza, assenti quanto basta da mantenere il bisogno acceso.
Dal punto di vista strutturale, spesso si osserva una fragilità del senso di sé: l’identità del paziente non trova un centro stabile interno, ma dipende dal riconoscimento dell’altro. In termini kohutiani, siamo davanti a un sé fragile che ricerca nell’oggetto-sé una funzione di specchiamento e di regolazione che non è riuscito a interiorizzare. L’altro diventa letteralmente una protesi psichica.
IL QUADRO CLINICO
Sul piano sintomatologico, la dipendenza affettiva si presenta con alcune caratteristiche ricorrenti. Il paziente riporta un pensiero ossessivo-intrusivo centrato sull’altro, con difficoltà a distogliersi anche temporaneamente dalla relazione. La tolleranza alla separazione è bassa: anche brevi distanze fisiche o comunicative inducono stati di allarme, ricerca compulsiva di rassicurazioni, comportamenti di controllo (messaggi ripetuti, verifica dei social media, gelosia intensa).
Frequente è il fenomeno del ciclo idealizzazione-svalutazione: il partner oscilla tra l’imago salvifica e quella del persecutore, senza mai essere visto nella sua complessità reale. La rottura della relazione — anche quando è chiaramente disfunzionale o abusiva — viene vissuta come una perdita catastrofica, con risposte emotive sproporzionate rispetto all’accaduto. Molti pazienti riferiscono stati simil-astinenziali: insonnia, cali dell’umore, impossibilità di concentrarsi, perdita di senso.
LA DIMENSIONE TRANSGENERAZIONALE
Il lavoro clinico porta frequentemente a mettere a fuoco dinamiche transgenerazionali significative. Nelle storie di molti pazienti con dipendenza affettiva si trovano pattern familiari caratterizzati da attaccamenti ansiosi o disorganizzati, figure genitoriali emotivamente inaccessibili o imprevedibili, modelli relazionali in cui l’amore era condizionato alla performance o alla sottomissione.
Il transfert in seduta offre un’opportunità clinica straordinaria: il modo in cui il paziente si relaziona al terapeuta — le richieste di rassicurazione, le fantasie di esclusività, le reazioni alle pause e alle vacanze — diventa materiale vivo su cui lavorare, uno spazio in cui il vecchio script relazionale può essere osservato, compreso e gradualmente modificato.
IL PERCORSO TERAPEUTICO
La psicoterapia psicoanalitica si rivela particolarmente indicata per questo tipo di pazienti, poiché lavora sulla struttura profonda del problema piuttosto che sui sintomi superficiali. Non si tratta di insegnare tecniche di distacco o di gestione dell’ansia, ma di creare un’esperienza relazionale nuova: un legame sicuro, prevedibile, non intrusivo, dove il paziente possa gradualmente apprendere che l’altro può essere presente senza essere posseduto, e che la propria esistenza non dipende dalla sua approvazione.
Il processo è lungo e non lineare. Richiede al terapeuta la capacità di contenere l’intensità del transfert, di lavorare con le resistenze senza essere sedotto dalla dipendenza del paziente né spinto a un controtransfert di accudimento o di distanza difensiva. Ma quando il processo si attiva, è possibile osservare trasformazioni profonde: una progressiva differenziazione del sé, una maggiore tolleranza alla solitudine, la capacità di scegliere le relazioni piuttosto che subirle.
Sei in una relazione che ti svuota invece di nutrirti?
Se riconosci qualcosa di queste dinamiche nella tua storia, un percorso psicoterapeutico può aiutarti a capire le radici di questi schemi e a costruire relazioni più libere. Il primo colloquio è un momento di ascolto, senza impegno.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Viviamo in un’epoca in cui essere sempre efficienti, presenti, produttivi e performanti sembra diventato un ideale irrinunciabile. Molte persone riescono a lavorare, studiare, mantenere relazioni sociali e apparire perfettamente “funzionanti”, pur vivendo internamente uno stato costante di tensione, paura e affaticamento emotivo.
È quella che oggi viene spesso definita “ansia ad alto funzionamento”: una forma di sofferenza psicologica molto diffusa soprattutto tra giovani adulti, professionisti, studenti universitari e persone altamente responsabili.
Chi ne soffre raramente appare fragile agli occhi degli altri. Al contrario, viene spesso descritto come una persona affidabile, precisa, brillante, disponibile. Tuttavia, dietro questa immagine di controllo, può nascondersi un mondo interno dominato dall’angoscia, dal perfezionismo e dalla paura di non essere abbastanza.
Quando l’ansia non si vede
L’ansia ad alto funzionamento non coincide necessariamente con gli attacchi di panico evidenti o con il blocco totale della persona. Spesso si manifesta in modo più sottile e silenzioso:
- bisogno costante di controllo;
- difficoltà a rilassarsi;
- iperattività mentale;
- paura del giudizio;
- perfezionismo esasperato;
- senso cronico di inadeguatezza;
- insonnia o sonno non ristoratore;
- irritabilità;
- difficoltà a “staccare” mentalmente;
- continua autocritica.
Molte persone arrivano in terapia dicendo:
“Funziono, ma sto male.”
Oppure:
“Non riesco mai a sentirmi davvero tranquillo.”
Questa forma di sofferenza può durare anni prima di essere riconosciuta, proprio perché il soggetto continua apparentemente a svolgere bene le proprie attività quotidiane.
Le radici profonde dell’ansia
Dal punto di vista psicoanalitico, l’ansia non è semplicemente un sintomo da eliminare. È un segnale che parla della vita emotiva profonda della persona.
Spesso dietro l’ansia cronica troviamo storie caratterizzate da:
- ambienti familiari molto esigenti;
- amore percepito come condizionato ai risultati;
- esperienze precoci di svalutazione o critica;
- difficoltà nel sentirsi autenticamente riconosciuti;
- paura dell’abbandono;
- difficoltà nella costruzione di un senso stabile di sé.
Sigmund Freud descriveva l’ansia come il segnale di un conflitto interno che l’individuo fatica a elaborare consciamente.
Successivamente, autori come Donald Winnicott hanno approfondito il tema del “falso Sé”: una struttura psicologica in cui la persona impara ad adattarsi alle aspettative esterne perdendo progressivamente il contatto con i propri bisogni autentici.
Molti pazienti con ansia ad alto funzionamento vivono proprio questa condizione: mostrano al mondo una versione efficiente e controllata di sé, mentre internamente si sentono fragili, soli o costantemente sotto pressione.
Il perfezionismo come difesa
Uno degli aspetti più frequenti è il perfezionismo patologico.
Dietro il bisogno di fare tutto perfettamente non vi è soltanto ambizione, ma spesso una paura profonda:
la paura di deludere, di non meritare amore, di essere rifiutati o svalutati.
Per questo motivo il successo non porta mai un vero sollievo.
Ogni obiettivo raggiunto viene rapidamente sostituito da una nuova richiesta interna ancora più elevata.
La persona vive così in uno stato permanente di tensione psichica, come se dovesse continuamente dimostrare qualcosa.
Relazioni affettive e paura della vulnerabilità
L’ansia ad alto funzionamento si riflette anche nelle relazioni sentimentali.
Molte persone faticano a lasciarsi andare emotivamente, temono di dipendere dall’altro o di mostrare fragilità. Possono diventare ipercontrollanti, eccessivamente disponibili oppure alternare vicinanza e distanza emotiva.
In alcuni casi emerge un bisogno costante di conferme, accompagnato però dalla paura di essere davvero conosciuti nel proprio mondo più autentico.
La sofferenza aumenta soprattutto nei momenti di silenzio, rifiuto, distanza o incertezza relazionale.
Il corpo come luogo dell’ansia
Quando le emozioni non trovano uno spazio psichico per essere pensate ed elaborate, spesso è il corpo a parlare.
Non è raro che l’ansia si esprima attraverso:
- tachicardia;
- tensioni muscolari;
- gastrite;
- colon irritabile;
- cefalee;
- stanchezza cronica;
- vertigini;
- fame nervosa;
- difficoltà respiratorie.
Il corpo diventa così il luogo in cui si manifesta un disagio emotivo non pienamente riconosciuto.
La terapia psicoanalitica: comprendere, non soltanto controllare
Oggi esistono molte strategie per gestire rapidamente l’ansia. Alcune possono essere utili nel breve periodo. Tuttavia, quando il malessere si ripete nel tempo, è importante comprenderne il significato profondo.
La psicoterapia psicoanalitica non si limita a ridurre il sintomo, ma aiuta la persona a comprendere le proprie dinamiche inconsce, i conflitti interiori e le modalità relazionali che alimentano la sofferenza.
Nel percorso terapeutico, il paziente può gradualmente:
- riconoscere i propri bisogni autentici;
- ridurre il senso di colpa e l’autocritica;
- comprendere le origini profonde dell’ansia;
- sviluppare relazioni più autentiche;
- imparare a tollerare la vulnerabilità;
- costruire un senso di sé più stabile e meno dipendente dalla performance.
La terapia diventa così uno spazio in cui non è necessario “funzionare perfettamente”, ma in cui è possibile iniziare a conoscersi davvero.
Chiedere aiuto non significa essere deboli
Molte persone arrivano in terapia soltanto quando il corpo o la mente non riescono più a sostenere il peso della tensione accumulata per anni.
Eppure chiedere aiuto non rappresenta un fallimento.
Al contrario, può essere il primo passo verso una vita meno dominata dalla paura, dal controllo e dalla necessità continua di dimostrare il proprio valore.
Dietro l’ansia, spesso, non vi è soltanto fragilità.
Vi è una storia emotiva che merita di essere ascoltata, compresa e trasformata.