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Ipomania



L’ipomania è uno stato di umore accresciuto o irritabile e un’energia o un’attività insolitamente aumentata che è simile ma meno intensa della mania. Un episodio ipomaniacale è un periodo di tempo distinto in cui questi marcati cambiamenti dall’umore e dall’energia di base di una persona sono evidenti.

Cos’è l’ipomania?

Un episodio ipomaniacale è definito dal DSM-5 come della durata di quattro o più giorni consecutivi, per la maggior parte della giornata, e che coinvolge molti altri sintomi oltre a cambiamenti di umore e attività. Tra questi sintomi ci sono un picco di autostima o grandiosità, una minore inclinazione al sonno, una maggiore loquacità e un maggiore coinvolgimento in attività potenzialmente pericolose come spese eccessive o comportamenti sessuali rischiosi.

A differenza di un episodio maniacale, tuttavia, un episodio ipomaniacale non interrompe necessariamente in modo significativo il lavoro o la vita sociale di una persona e non comporta deliri psicotici o allucinazioni.

L’ipomania è una caratteristica di alcuni disturbi dell’umore, vale a dire il disturbo bipolare e il disturbo ciclotimico, e coloro che manifestano sintomi di ipomania spesso attraversano anche periodi separati di depressione.


Quali sono i segni dell’ipomania?

I segni di ipomania includono:

• Improvvisa fiducia e assertività

• Aumento dell’energia

• Più tempo dedicato ad attività e/o attività irrealistiche

• Ridotto bisogno di dormire

• Pensieri di corsa

• Distraibilità e irritabilità

• Loquacità

• Ipersessualità


Cosa scatena l’ipomania?

Ci sono diverse cause e fattori di rischio per l’ipomania. Le persone possono essere geneticamente predisposte alla condizione. Droghe e alcol possono mettere le persone a rischio, così come lo stress, le transizioni di vita, i cambiamenti nei modelli di sonno, i cambiamenti di stagione, alcuni farmaci da prescrizione (antidepressivi, steroidi) e alcune condizioni mediche (malattia della tiroide, convulsioni, sclerosi multipla).

Aspetti positivi e negativi dell’ipomania

Per qualcuno che sperimenta un tratto di ipomania, un’esplosione di energia, una scarica di idee o un interesse a raggiungere gli obiettivi può sommarsi a un’esperienza generalmente positiva. Potrebbe esserci una linea sfocata tra un periodo funzionale di produttività ipomaniacale e uno stato più grave che indica che è giustificata l’assistenza professionale.

L’ipomania può, tuttavia, comportare aspetti negativi (inclusa l’irritabilità) e può aumentare la possibilità di danni derivanti da comportamenti di assunzione di rischio. Può anche coincidere con i sintomi depressivi.

Anche se non tutti coloro che sperimentano sintomi ipomaniaci hanno un disturbo dell’umore, la loro presenza è importante per qualsiasi considerazione più ampia della storia di salute mentale di una persona. Un episodio ipomaniacale è la chiave per la definizione psichiatrica di disturbo bipolare di tipo II, che comporta anche depressione maggiore ed è associato ad un alto rischio di suicidio.

Qualcuno con ipomania può essere pienamente funzionale?

L’ipomania può essere positiva quando i sintomi si fondono per produrre un individuo estremamente orientato agli obiettivi e focalizzato. Le persone funzionali in uno stato ipomaniacale sono in grado di mantenere i loro obiettivi razionali e concisi e possono pianificare intorno a loro di conseguenza. Freud credeva, ad esempio, che le persone fossero pienamente funzionali quando mantengono la capacità di fare tre cose: lavoro, gioco e amore. L’ipomania diventa un problema, tuttavia, se emergono comportamenti rischiosi o se l’episodio progredisce in mania o depressione.

Come possono le persone con disturbo bipolare controllare l’ipomania?

Alcune persone con disturbo bipolare sviluppano la capacità di comprendere e controllare l’ipomania, impedendo che diventi un episodio maniacale. Coloro che controllano l’ipomania spiegano di fare affidamento su alcune strategie chiave: imparare a valutare il loro stato attraverso intensità, consapevolezza, funzionalità e comfort, riconoscere il loro stato e separare i loro sentimenti dalle loro reazioni e fare un inventario dei comportamenti che influenzano negativamente gli altri.

Dolore cronico

Il dolore cronico sotto forma di mal di testa, problemi articolari o fibromialgia in piena regola può avere un impatto radicale sulla propria vita. Per molte persone, non c’è fine in vista del dolore; può persino far deragliare il lavoro e le relazioni. Circa 100 milioni di persone nel mondo soffrono di qualche forma di dolore cronico. Può essere influenzato da molti fattori, tra cui l’emozione e la memoria.

Cause e sintomi del dolore cronico

Quando si verifica una lesione, i sensori del dolore si accendono, inviando messaggi tramite un segnale elettrico al cervello. Il dolore normale, come in un mal di testa minore, può essere alleviato da poche aspirine o dal passare del tempo. Ma il dolore cronico è qualcosa di diverso; il cervello continua a ricevere segnali di dolore molto tempo dopo la lesione originale o l’inizio del dolore.

Quali sono i sintomi del dolore cronico?

Il dolore da una condizione cronica può variare da un dolore sordo all’agonia palpitante. Altri sintomi possono includere stanchezza, stanchezza diurna, scarso sonno o sbalzi d’umore. A volte il dolore è abbastanza grave da interferire con il funzionamento e il godimento quotidiani. Il dolore cronico può anche portare a problemi cognitivi e, in alcuni casi, depressione.

Quanto dura il dolore cronico?

Generalmente, qualsiasi dolore che duri tre mesi o più è considerato cronico. Per coloro che sono fortunati, finirà entro mesi, ma per altri, il dolore cronico può andare avanti a tempo indeterminato.

Come gestire il dolore cronico

Il dolore era tradizionalmente trattato principalmente come un problema fisico. Ai pazienti sono stati somministrati farmaci, terapia fisica o, in casi estremi, interventi chirurgici. Mentre questi metodi hanno aiutato alcune persone, altri hanno avuto conseguenze negative da moderate a gravi, tra cui complicazioni chirurgiche e dipendenza da farmaci antidolorifici e oppioidi.

Oggi, gli esperti capiscono che il dolore può essere affrontato anche a livello psicologico e sociale. Sebbene il dolore di ogni individuo sia diverso e possa rispondere a interventi diversi, ci sono alcune strategie che possono aiutare a gestire i sintomi del dolore cronico.

Il dolore è tutto nella testa di una persona?

Storicamente, il dolore era considerato una sensazione fisica avvertita da qualche parte nel corpo. La ricerca ha dimostrato che il dolore attiva alcune delle stesse aree del cervello che gestiscono le emozioni, come il sistema limbico. Ciò significa che il dolore può essere causato o esacerbato da fattori biologici, psicologici o sociali, il che apre più strade per un trattamento efficace.

Quali sono i principali trattamenti per il dolore cronico?

Le pratiche di respirazione e meditazione possono aiutare a ridurre i sintomi dello stress che possono esacerbare il dolore. Per gestire ulteriormente il dolore, potrebbe essere meglio non fumare e limitare l’alcol. Praticare una buona igiene del sonno, fare esercizio fisico adeguato e mangiare in modo sano può anche avere effetti benefici, così come sperimentare la capacità di accettare se stessi e di non essere giudicanti nei propri riguardi. La psicoterapia aiuta a gestire questo processo e a ridurre il sovraccarico dovuto a stress cronico.

Quando l’ansia eccede e sfocia in attacco di panico

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Gli attacchi di panico, secondo il DSM-5, il manuale diagnostico dei disturbi mentali più diffuso, sono eventi di improvvisa paura o disagio intensi che raggiungono il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano quattro o più sintomi. I 13 sintomi dell’attacco di panico sono:

Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia.
Sudorazione.
Tremori fini o grandi scosse.
Dispnea o sensazione di soffocamento.
Sensazione di asfissia.
Dolore o fastidio al petto.
Nausea o disturbi addominali.
Sensazione di vertigine, instabilità, “testa leggera” o svenimento.
Brividi o vampate di calore.
Parestesie (sensazioni di torpore o formicolio)
Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da se stessi).
Paura di perdere il controllo o di “impazzire”.
Paura di morire.

Il disturbo di panico è qualcosa di diverso dai singoli attacchi, e implica una preoccupazione persistente per l’insorgenza di altri attacchi o per le loro conseguenze (ad es. perdere il controllo o avere un attacco cardiaco, o impazzire) e un’alterazione disadattiva del comportamento correlata agli attacchi (ad es. evitamento di situazioni non familiari).

Attacchi di panico: perché si verificano?


Gli attacchi di panico si manifestano spesso dopo eventi stressanti o lutti di figure significative. Di fronte a situazioni difficili, dunque, è possibile che il nostro sistema difensivo vada in crisi e si inneschi un allarme molto rumoroso che non riusciamo a spegnere. Ci sono poi alcune teorie che aiutano a spiegare l’origine dell’ansia e del panico.

L’ansia, secondo le teorie psicoanalitiche, si attiva come risposta alle sollecitazioni da parte della realtà esterna e dei desideri interni. Inoltre ricerche hanno evidenziato tra i pazienti con attacchi di panico, la comune percezione che i genitori durante l’infanzia fossero minacciosi, critici, esigenti e controllanti. L’ansia quindi nasce dalla paura inconscia di rimanere intrappolati in una situazione di disagio oppure di perdere l’amore delle figure di accudimento.

Le teorie cognitive sostengono invece che le persone che sperimentano una forte ansia di fronte ai problemi abbiano alcune convinzioni irrazionali, ovvero idee rigide che provocano emozioni negative e comportamenti poco adattivi. I pensieri irrazionali riguardano ad esempio giudizi negativi verso se stessi e gli altri o verso le situazioni complicate, che vengono vissute in modo terribile e catastrofico. Un esempio di convinzione irrazionale e catastrofica è “queste cose non devono succedere. Non sarò mai in grado di affrontarle”. Questi atteggiamenti mentali porterebbero a sperimentare un disagio eccessivo di fronte a situazioni che, anche se problematiche, hanno comunque una soluzione.

Infine, Jerome Kagan, professore emerito e ricercatore di Psicologia presso la Harvard University, ha rilevato nei pazienti con disturbo di panico una vulnerabilità neurofisiologica predisponente all’ansia, che ha definito inibizione comportamentale a ciò che non è noto. In altre parole, secondo Kagan i bambini (e poi gli adulti) con questa tendenza sarebbero predisposti a provare ansia nelle situazioni che non conoscono.

Come gestire un attacco di panico


Se ti capita un attacco di panico, puoi provare a gestirlo in questo modo:

Cerca di isolarti da ulteriori stimoli, in una condizione di tranquillità da stimoli esterni;
Respira lentamente, buttando fuori l’aria con la bocca in modo controllato (puoi fare l’esercizio del respiro lento);
Prova a distendere i muscoli, camminando lentamente;
Tenta di rallentare il flusso dei pensieri, ad esempio concentrandoti su una cosa sola o contando con calma, cercando di visualizzare i numeri che conti un secondo alla volta.
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Per vivere in modo diverso gli attacchi di panico è necessario trasformare l’ansia in una risorsa: ma in che modo?

Un attacco di panico capita a tutti, non è una cosa da deboli e non sei una persona meno valida se sperimenti un attacco d’ansia;
Accetta la paura. Anche se ti sembra di impazzire e di morire, l’attacco di panico finirà poco a poco e riuscirai ad uscirne.
Il panico è ritorno alla sensazione di essere bloccato e senza via d’uscita. Spesso deriva da ricordi infantili in cui ci siamo sentiti sovrastati e impotenti. Il nostro cervello valuta la somiglianza e decide di lanciare l’allarme.
Il panico è una reazione protettiva. Anche se, pur di proteggerci, ci impedisce di fare qualsiasi cosa.

Spesso le persone che sperimentano un attacco di panico si vergognano, si sentono a disagio e preferiscono non parlarne. L’isolamento però rendere ancora più fragili ed esposti. Parlarne con qualcuno, è importante perché aiuta a ridurre la vergogna e recuperare la calma.

Cos’è il catfishing?

Si tratta di un fenomeno social. Il catfish (in italiano significa letteralmente “pesce gatto”) è una persona che chatta, si iscrive ai social e intrattiene relazioni spesso di natura sentimentale con altri utenti mantenendo però un’identità falsa. Il catfish si attribuisce caratteristiche radicalmente diverse da quelle che in realtà possiede.

La psicologia del catfish
Cos’è che spinge il catfish ad agire in questo modo? Si possono individuare vari motivi che portano a creare una falsa identità e a interagire tramite il web con altre persone:

La paura di non essere accettati
L’ insoddisfazione riguardo alla propria vita reale e la propria vera identità
La semplice noia.

Secondo diversi studi, l’utilizzo di una identità falsa porta in ogni caso un beneficio a livello psicologico: la possibilità di poter creare una figura immaginaria, che permetta di avere interazioni con altri, è certamente allettante e gratificante. Questo soprattutto per chi è insoddisfatto della propria condizione, magari perché non appartiene al sesso con cui si identifica o perché è affetto da una disabilità.

Del resto, i social network accentuano la naturale predisposizione delle persone a modificare alcuni aspetti della propria identità in senso pro-sociale, soprattutto se ciò può apportarci gratificazione. Questo è stato dimostrato in particolare da uno studio recente. In questa ricerca, i soggetti avevano consapevolezza di un divario tra il proprio sé reale e quello rappresentato sul web, di cui venivano sottolineati i punti di forza, nell’ottica di ottenere un maggior consenso sociale.

Chi sono le vittime? E come affrontare il catfishing?


Veniamo all’altro lato della medaglia: per ogni persona determinata a inventare una falsa identità, infatti, c’è almeno una vittima che, per ragioni complementari, è disposta a crederla vera, e a non notare incongruenze o vaghezze nell’interlocutore.


I catfish spesso fanno leva sulle insicurezze e le fragilità di chi si trova davanti a un profluvio di attenzioni e complimenti, rispetto ai quali si sente vulnerabile e dipendente. Di fronte a reticenze e incongruità, la vittima finisce col sigillare un patto implicito con il simulatore, con l’obiettivo di far perdurare il più a lungo possibile lo stato di benessere, che non si pensa possibile sperimentare su un piano più realistico. Si innesca così una vera è propria dipendenza affettiva.

Nel 2004, John Suler pubblicò su CyberPsychology & Behaviour un articolo in cui descrive un possibile prodromo a tale tendenza: quando siamo online, i filtri che di norma regolano la nostra comunicazione con il mondo esterno si lasciano andare, favorendo una maggiore disinibizione nelle relazioni. Tale effetto può portare a derive aggressive: basti pensare ai comportamenti offensivi dei cosiddetti leoni da tastiera, ma anche a una maggiore apertura agli altri e a sé stessi, che quindi permette di esprimersi più liberamente e interagire con gli altri a livello anche profondo.

Ad accomunare catfish e vittima ci sarebbe una bassa autostima, derivante probabilmente da un attaccamento insicuro. La persona particolarmente incline a dialogare con o attraverso account falsi o fake, traendone sensazioni piacevoli, ottiene spesso punteggi bassi per quanto riguarda autostima e autenticità in test appositi.

Come difendere gli adolescenti dal catfishing?


Secondo un’indagine condotta nel settembre 2020 da Kaspersky, in collaborazione con Giffoni Innovation Hub, il fenomeno del catfishing riguarda sempre più adolescenti e giovanissimi. Almeno 6 ragazzi su 10 hanno infatti incontrato nella loro vità online dei profili falsi sui social network, riuscendo comunque a identificarli come non autentici.

Quasi la metà di questo campione ha ammesso di non essere stata solo vittima del fenomeno, ma di averlo in qualche modo alimentato: il 44% degli intervistati, infatti, ha utilizzato almeno una volta nella propria vita dei profili falsi sui social (con differenze minime tra maschi e femmine). Molto spesso per divertimento, ma in alcuni casi anche per senso di vergogna e timidezza.

Ancora poco viene però fatto a livello scolastico, dove il fenomeno non è praticamente mai affrontato. Meno di un terzo dei giovani dichiara di averne parlato con i propri insegnanti: nel dettaglio il 32% delle ragazze contro il 25% dei ragazzi.

Proprio in questo senso sarebbe necessaria una maggiore attenzione sull’argomento, con la creazione di progetti che informino i ragazzi sulle minacce presenti in rete. Queste iniziative andrebbero condotte non solo tra i banchi di scuola, ma anche in casa per promuovere un uso più responsabile dei media device e delle nuove tecnologie tra giovani e giovanissimi.

Catfishing: le ragazze le più attente


Sono soprattutto le ragazze a essere informate sul tema catfishing. Il 62% conosce il fenomeno, contro il 43% dei giovani maschi.

Non solo più informate su questo fronte, ma anche più sensibili. Quasi tre/quarti delle ragazze (il 73%) ritiene sia fondamentale sapere con chi si sta chattando realmente. Una percentuale che si abbassa al 50% nella controparte maschile del campione.

Secondo gli intervistati sarebbe soprattutto la paura del giudizio a spingere gli utenti a creare profili falsi. Il 22% dei giovani ritiene sia la vergogna per il proprio aspetto fisico ad alimentare il fenomeno del catfishing, una convinzione che appartiene tanto ai maschi (23%) quanto alle femmine (21%)

Catfishing: tra falso sé e insicurezza


Molto spesso, la risposta più diffusa di fronte a questo fenomeno è l’incredulità o addirittura il biasimo, sia per chi la perpetra attivamente sia per chi la subisce. Ma è bene ricordare che chi costruisce relazioni di questo tipo è sempre una persona che si trova in gravi difficoltà emotive, e vive un acuto senso di vergogna per il proprio sé e per le proprie azioni (anche per questo la diffusione del fenomeno è ampiamente sottostimata).

L’individuo che ne è interessato sta probabilmente sperimentando una deriva estrema e negativa del cosiddetto falso sé.

Autori come Donald Winnicott e Carl Rogers hanno elaborato e definito tale termine dagli anni ’50 del secolo scorso: si tratterebbe di una sorta di maschera sociale, una dimensione che l’individuo utilizza per essere accettato dal mondo circostante e per nascondere il proprio vero sé. Quest’ultimo normalmente domina la personalità ma, in alcuni soggetti, può fuoriuscire dai propri limiti fino a portare nei casi estremi a una condizione psicopatologica.

Chi arriva a intrecciare relazioni sentimentali usando questa falsa proiezione di sé è sicuramente a uno stadio di questo tipo, e necessiterebbe di un aiuto per uscire da una dimensione dove il falso e il vero si incrociano e la menzogna è all’ordine del giorno.

Le nevrosi, significato e sintomi

COSA INTENDIAMO PER NEVROSI


La nevrosi è una condizione psicologica caratterizzata da un’eccessiva preoccupazione per sé, dal timore di essere malati o di perdere il controllo della propria vita, nonché da una difficoltà ad adattarsi alla realtà e a instaurare relazioni interpersonali soddisfacenti.

Le persone che ne soffrono sono spesso molto ansiose, hanno paura di tutto ciò che potrebbe accadere loro e vivono in un costante stato di allerta. Hanno anche difficoltà a socializzare e a interagire con gli altri. Le cause della nevrosi sono molteplici e non ancora del tutto chiare. Possono essere dovute a:

fattori genetici
esperienze traumatiche o stressanti
problemi relazionali.

COSA SI INTENDE PER NEVROSI OSSESSIVA
La nevrosi può declinarsi anche in un disturbo ossessivo compulsivo manifestandosi in un’alterazione dei sentimenti, dei pensieri e dei comportamenti della persona che ne soffre. I disturbi nevrotici nei pazienti di questo tipo vanno a impattare sulle normali attività mentali di tutti i giorni influenzando negativamente la routine relazionale, sociale e lavorativa. Tutto ciò, a sua volta, alimenta un generale stato di affaticamento, stanchezza mentale e disagio.

Nevrastenia
La nevrastenia è una forma di nevrosi caratterizzata da sintomi piuttosto specifici che riguardano sia la sfera fisica del paziente sia quella psichica e mentale.

La manifestazione principale di questo disturbo, infatti, è l’astenia, ossia una sensazione generale di stanchezza che riguarda sia l’attività fisica sia quella mentale (memoria, processi cognitivi, attività intellettuale).

Nevrosi fobica
La nevrosi può essere alimentata anche da una paura irrazionale verso uno specifico oggetto o determinate situazioni e sproporzionata rispetto al pericolo reale. In questi casi si parla di nevrosi fobica.

Possiamo elencare i seguenti disturbi:

claustrofobia (paura degli spazi chiusi)
agorafobia (paura degli spazi aperti)
acrofobia (paura dell’altezza)
aracnofobia (paura dei ragni)
misofobia (preoccupazione sproporzionata in merito alle norme igieniche)
tripofobia (paura dei buchi)
aerofobia (paura di volare)

NEVROSI E PSICOSI: QUALI DIFFERENZE?


La nevrosi si distingue dalla psicosi in quanto quest’ultima è in grado di alterare l’equilibrio psichico di chi ne soffre e fargli perdere il contatto con la realtà attraverso fenomeni allucinatori e cambiamenti dell’umore.

Le patologie psichiatriche sono la principale causa delle psicosi, ma anche l’abuso di droghe e sostanze psicoattive in generale. Il paziente psicotico ha una percezione totalmente distorta della realtà che lo circonda.

COME NASCE IL TERMINE NEVROSI


Il termine “nevrosi” si è diffuso molto a partire dai primi del Novecento grazie all’opera scientifica e divulgativa di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Secondo Freud la nevrosi era il risultato di un compromesso tra forze che spingono verso il soddisfacimento di un desiderio nascosto e la parte dell’Io che si adatta alla realtà e alle convenzioni sociali.

Se Freud descrive la nevrosi come un conflitto tra istanze psichiche (Es, Io e Super-Io) e come un compromesso contro un desiderio inconscio inaccettabile, la psicoanalisi dei suoi successori amplia e rende più complesso questo concetto.

A partire dagli anni Settanta, lo psicoanalista Otto Kernberg amplia e rivede il concetto di nevrosi, intendendo con questo termine non tanto una patologia a sé stante, quanto piuttosto un contenitore, una categoria che include diverse possibili sindromi. Secondo Kernberg, la patologia psicologica si organizza su tre livelli: nevrotico, psicotico e borderline.

La categoria dei nevrotici include pazienti generalmente ben adattati, con buone risorse personali e problemi più vicini a temi edipici e relazionali. Le nevrosi, in questo senso, sono secondo Kernberg sindromi meno gravi, caratterizzate da ansia di media intensità, sintomi ossessivi, rimuginio e tristezza. A differenza dei nevrotici, i pazienti psicotici sono molto più gravi. Le psicopatologie psicotiche, come abbiamo accennato in precedenza, presentano deliri, allucinazioni e un elevato livello di angoscia che compromette l’adattamento sociale, relazionale e lavorativo.

Infine, tra queste due grandi categorie lo studioso Kernberg identifica la cosiddetta “organizzazione borderline di personalità”. L’organizzazione borderline di personalità include:

ansia e angoscia da moderata a grave
impulsività
meccanismi di difesa contro l’ansia che distorcono la realtà in modo evidente (scissione, proiezione)
scarsa tolleranza della frustrazione
ansia da separazione.

Le persone nevrotiche sono di solito piuttosto ansiose e insicure e possono presentare un ventaglio di sintomi variegato. La nevrosi, ad esempio, può avere sfumature più depressive, oppure manifestarsi con dubbi, impasse, difficoltà decisionali, ansia, paura, rabbia, ecc.

I cosiddetti “nevrotici” hanno una forte tendenza a rimuginare e a preoccuparsi di cose che, per la maggior parte delle persone, non rappresentano un problema. Possono anche avere difficoltà a controllare i propri sentimenti e le proprie emozioni, e a mantenere le relazioni sociali o intime con un partner.

QUALI CAUSE ALLA BASE DELLA NEVROSI?
Le cause della nevrosi sono molteplici. Possono essere di origine genetica, ambientale, psicologica o sociale. Non esiste un’unica causa in grado di spiegare tutti gli aspetti di una nevrosi. Ogni persona ha una sua storia unica, in cui intervengono diversi fattori bio-psico-sociali.

COME SI CURA LA NEVROSI?

Esistono diverse terapie efficaci contro la nevrosi, in quanto il disturbo può essere causato da diversi fattori. La terapia dipende quindi dalla causa scatenante e può variare da un individuo all’altro. Generalmente, per ridurre i sintomi della nevrosi è consigliata la psicoanalisi. In alcuni casi, inoltre, parallelamente alla psicoterapia, che lavora sulle cause della nevrosi, possono essere proposti alcuni farmaci per intervenire sui sintomi del disturbo.

Di solito, la psicoterapia psicoanalitica è il trattamento d’elezione per il disagio di tipo nevrotico.

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