da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Proviamo a pensare a come puo’ essere faticoso e controproducente assumere certi comportamenti come inviare mail, guardare la tv, ascoltare la radio, usare tablet e cellulare, tutto nello stesso momento. Un comportamento sempre più comune, soprattutto tra i giovani. Ma essere ‘multitasking tecnologici’ – ovvero utilizzare più media contemporaneamente – può determinare delle modifiche nella struttura del cervello, con effetti negativi a livello di attenzione, ansia e depressione. A dimostrarlo è uno studio dell’Università del Sussex pubblicato sulla rivista PlosOne.
Il ‘multitasking’, dunque, lungi dall’essere una qualità, può rivelarsi un’abitudine rischiosa: lo studio ha infatti evidenziato come soggetti con indici maggiori di ‘media multitasking’ presentassero, a livello cerebrale, una minore densità di materia grigia in una particolare area del cervello, la corteccia cingolata anteriore. I ricercatori hanno monitorato 75 soggetti con comportamenti multitasking, ossia che abitualmente utilizzano vari dispositivi multimediali contemporaneamente. Hanno quindi osservato il cervello dei singoli soggetti sottoponendoli a Risonanza magnetica, rilevando così che la loro struttura cerebrale era modificata nell’area della corteccia cingolata anteriore, coinvolta nell’elaborazione delle emozioni e delle informazioni. Ciò potrebbe aumentare il rischio di scarsa attenzione, perdita di memoria ed ansia.
La casistica di pazienti che ricorre allo Psicologo per gestire Depressione e Ansia scaturite da atteggiamenti multitasking aumenta sempre di piu’. La situazione e’ realmente difficile e controversa. Come professionisti siamo veramente chiamati a svolgere un ruolo importante.
La sofferenza generata negli individui rispetto a questa nuova forma di dipendenza (potremmo dire “pluri-dipendenza”) e’ ormai ampiamente visibile a tutti noi.
Cercare quindi un sostegno psicologico, psicoterapico e’ fondamentale per uscire da una situazione cosi’ ingestibile.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Ecco cosa accade il piu’ delle volte ad un pre adolescente su social network o sulle chat: insulti e minacce che non sono altro che atti di cyberbullismo, di cui ben il 31% dei tredicenni è stato vittima almeno una volta, mentre il 56% dichiara di avere amici che lo hanno subìto. Ma nell’85% dei casi questi episodi non arrivano a conoscenza degli adulti. Lo dicono i risultati dell’Indagine “Abitudini e stili di vita degli adolescenti” condotta dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) su un campione di 2.107 studenti delle scuole secondarie di primo grado. I dati sono stati presentati agli Stati Generali della Pediatria organizzati presso dalla Sip e dalla Polizia di Stato in occasione della Giornata Mondiale del Bambino e dell’Adolescente.
Le persecuzioni online viaggiano nel 39,4% sui social network, nel 38,9% sulle chat, ma anche via sms (29,8%). Nel 15% si arriva alla pubblicazione di foto o filmati e nel 12,1% dalla creazione di profili falsi su Facebook. Un fenomeno sempre più diffuso ma sempre più sommerso. Oltre la metà delle vittime dice di “difendersi da soli” (60% dei maschi e 49% delle femmine).
Solo il 16,8% delle vittime ha informato un adulto, il 14,2% ne ha parlato con un amico, l’11,7% subisce senza fare niente. Una minima parte, il 3,2% arriva a denunciarlo alla polizia postale.
Il cyberbullismo è un problema di salute pubblica internazionale, ed e’ una delle reali cause di sofferenza psicologica negli adolescenti. L’intervento psicologico pone attenzione alle dinamiche connesse all’uso eccessivo di Internet e soprattutto nei confronti di un fenomeno abbastanza studiato come il “social addicted”.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Ognuno di noi e’ potenzialmente incline a sviluppare un quadro depressivo se l’uso del social network porta a provare invidia. A suggerirlo uno studio pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior e condotto presso l’università del Missouri.
ATTENZIONE: Secondo il lavoro, diretto da Margaret Duffy, se Facebook scatena l’invidia verso qualcuno dei nostri amici, può addirittura portarci a manifestare sintomi della depressione.
”Facebook può essere un’attività divertente e salutare se usato per rimanere in contatto con amici e parenti e aggiornarsi sulle loro vite – spiega Duffy – ma se usato per vedere come vanno le cose a un vecchio amico, se sta economicamente bene o vive un amore felice, allora questo può scatenare invidia e portare a sentimenti di depressione”.
Gli esperti hanno coinvolto nella ricerca un campione di giovani utilizzatori di Facebook e riscontrato due modalità principali di utilizzo, da una parte quello ‘sano’ e positivo di rimanere in contatto con i propri amici vicini e lontani.
Dall’altra quello invece ‘nocivo’ di confrontarsi con gli altri e vedere chi sta meglio di noi: si tratta del cosiddetto ‘uso di sorveglianza’, quando il social network viene utilizzato per vedere la vita di amici anche di vecchia data, vedere cosa hanno fatto nel tempo, quanti successi hanno avuto, se sono felicemente sposati o hanno traslocato in una nuova casa o avuto una promozione a lavoro o sono appena tornati da un viaggio da sogno.
Chi usa Facebook in questo modo rischia di restare preda dell’invidia e infatti nel campione di giovani analizzato tra questi soggetti vi è una maggiore frequenza di segnali e sintomi di depressione.
Facciamo attenzione quindi a come si usa Facebook, ricordiamoci sempre che si tratta di un ‘backstage’ dove tutti tendono a mettere in primo piano solo gli aspetti positivi della propria vita, i successi e non i problemi, dando una visione falsata della realtà.
