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Ansia e mente instabile

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La relazione stretta che vi è tra stato ansioso della personalità e difficoltà riscontrate dai soggetti nel creare una continuità nell’elaborazione del pensiero, è ormai abbastanza consolidata. Sappiamo infatti che persone con una cronicità in fatto di ansia riescono meno bene degli altri a mantenere un buono stato di vigilanza, soprattutto in situazioni critiche, in cui è necessario mantenere alta l’attenzione.

Non stupisce il fatto che, spesse volte, i clinici si trovino di fronte a persone che lamentano difficoltà di concentrazione, affaticabilità, senso di disorientamento nel portare avanti i compiti. Molto spesso quello che aiuta i pazienti, almeno per quando riguarda la mia esperienza personale, è il fatto di sostenere il paziente pensando che prima di tutto lui/lei stesso/a può per prima gestire il “timone” dell’esperienza simil-panica. Naturalmente il clinico è lì proprio per funzionare da salvacondotto nei confronti del paziente.

Negli USA si parla di Mind Wandering o mente vagante che rende bene l’idea di ciò che ho appena enunciato, ovvero il divagare della mente offuscata che non trova più le coordinate per procedere in modo adeguato. L’ansia, il malessere, la sofferenza, il disagio psichico sono i principali responsabili della mind wandering.

Cosa può fare la Psicoterapia?

L’area collegata ai Disturbi d’Ansia appare variegata ma, all’interno delle varie sfaccettature, il disturbo d’Ansia Generalizzato ad esempio, è uno dei più comuni tra i soggetti che giungono in studi professionali. Oltre alla TCC, l’approccio psicodinamico risulta vincente nella risoluzione del disturbo e offre maggiori garanzie là dove sia necessario un consolidamento dei risultati raggiunti, in quanto approccio più analitico degli altri e più in grado di accedere ad aspetti più profondi della Personalità.

 

[La dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicoterapeuta a Firenze e ad Arezzo , si occupa di Disturbi d’Ansia e di patologie psicosomatiche]

 

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Il Disturbo evitante di Personalità

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Solitamente un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata è capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’Ansia e Disturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’ estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.

Stare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Quali possono essere le cause del disturbo evitante?

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

E la terapia più adeguata?

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull ’ambiente esterno: “gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano,  mi annoio molto e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

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Disturbi specifici dell’Apprendimento

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I DSA rappresentano ad oggi uno dei maggiori quadri nosografici di cui i clinici continuano a prendersi “cura”. Siamo costantemente a contatto con realtà difficili relative a giovani pazienti (bambini, pre adolescente, adolescenti, talvolta anche giovani adulti) che ci contattano per avere un ulteriore ragguaglio su quelle che sono le difficoltà più diffuse nell’epoca moderna.

Perchè proprio l’apprendimento viene chiamato in causa?

Nella Psicologia dello Sviluppo, numerosi studiosi tra cui J. Piaget, si sono occupati di sviluppo intellettivo e di apprendimento. Come clinici abbiamo seguito pedissequamente e fedelmente la risonanze teorico-cliniche che tali studi hanno avuto sulla nostra formazione.

Ci troviamo nei nostri studi alle prese con difficoltà emozionali legate al modo di apprendere il “nuovo” o ciò che fa parte di un caleidoscopio di conoscenze astratte e non. Gli adolescenti, talvolta ignari del significato profondo di una etichetta diagnostica, ci interpellano (o meglio i loro genitori) convinti che tutto ciò sia solo una perdita di tempo.

E invece, come clinici pensiamo, all’opposto, che prima si avvia un processo di presa in carico, prima si arriva ad una prevenzione di ulteriori aggravi che possono incidere sulla personalità del giovane paziente.

Perchè più figure professionali insieme allo Psicologo?

Indispensabile dunque monitorare l’intervento con l’ausilio di più figure professionali che agevolino il decorso dell’iter diagnostico. Lo Psicologo e Psicoterapeuta è in grado di occuparsi dell’area diagnostica, ma anche di quella relativa alla prognosi del giovane paziente. Molti adolescenti cominciano un percorso di Psicoterapia per capire a fondo i risvolti che derivano da una assunzione di consapevolezza di un quadro di DSA.

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Lo stato ipnotico

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Il termine ipnosi deriva dal greco “hypnos” che vuol dire sonno e che riconduce a uno stato psicosomatico durante il quale l’individuo assume uno condizione di trance, come se fosse (appunto) in una condizione di sonno profondo.

Prima lo studioso Mesmer (1779) e poi Braid (primi anni dell’800) si occuparono di Ipnosi come pratica medica di induzione dello stato onirico. Dopo il susseguirsi di vari esperimenti e studi accurati sulla pratica ipnotica, numerosi clinici si sono cimentati nell’acquisizione di tecniche bio-mediche in grado di garantire loro un successo sul piano dell’applicazione di questa tecnica. Naturalmente non tutti sono riusciti ad apprendere in modo proficuo i parametri di base della tecnica.

Ad oggi, una non proprio alta percentuale di persone si sottopone alla tecnica dell’Ipnosi, pensando di poter in questo modo “guarire” dalle sofferenze trascorse nell’arco della propria vita.

L’ipnosi, studiata anche da Charcot e da Freud, è ad oggi utilizzata in questi campi:

  • Ipnosi per scopi militari.
  • Ipnosi nei programmi spaziali.
  • Ipnosi da palcoscenico.
  • Ipnosi per lo studio di fenomeni paranormali.
  • Ipnosi “illegale”, applicazioni extracliniche per finalità illecite, solitamente truffaldine.

 

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L’Autismo spiegato in alcune brevi note

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L’Autismo è una delle patologie più a lungo studiate e di cui, ancora oggi, non si conoscono in modo certo ed accurato le cause sottostanti. Numerose ricerche hanno, nel tempo, suggerito la concomitanza di cause ambientali e di cause genetiche.

La gran parte dei ragazzi affetti da Autismo riportano, tuttavia, una peculiarità ovvero il fatto di trovarsi in una condizione di “isolamento perpetuo” rispetto alla realtà esterna a loro vicina. L’ipotesi seguita da alcuni scienziati italiani e non, è quella di aver riscontrato, tramite esami specifici, una assenza dei cosiddetti neuroni specchio che invece promuovono un processo di rispecchiamento nell’altro soggetto che sta per compiere o che sta compiendo un’azione.

Altra peculiarità associata all’ambiente familiare del ragazzo autistico è la presenza di una figura di attaccamento che sembra non fornire adeguate cure in grado di soddisfare le richieste del figlio nella fase dello sviluppo. Si è parlato in passato, a proposito di questo, di madri-frigorifero. Più recenti studi, tuttavia, hanno messo in discussione la tesi delle “madri-frigorifero”, considerandola riduttiva e priva di un reale riscontro oggettivo.

Nell’area della Psicoterapia Psicodinamica dell’Adolescenza, il trattamento di ragazzi affetti da autismo, consiste nel facilitare il più possibile una presa di autonomia del ragazzo, nel comunicare con lui/lei in modo spontaneo e rassicurante, nell’incentivare meccanismi di identificazione e di sostegno nei confronti dell’Io del giovane paziente. E’ necessario dunque strutturare un percorso di cura basato sul contenimento di certi tratti comportamentali distorti, avvicinandosi al canale emozionale che può fornire indicazioni preziose sul decorso della terapia.

 

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I cambiamenti ci spaventano?

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Se dovessimo tracciare una linea (rappresentativa del nostro arco di vita) su di un  foglio bianco e ne dovessimo evidenziare momenti positivi e momenti con segno meno, noteremmo certamente una variabilità significativa. La maggior parte delle persone sottoposte a questo esperimento segnala e descrive cambiamenti repentini, all’interno dei quali, molte cose subiscono una inflessione. Sul piano strettamente psicologico occorre fare alcune precisazioni: che cosa spaventa di più, il fatto di dover abbandonare delle certezze o, piuttosto, il senso di estraneità nei confronti del nuovo?

Da numerose indagini effettuate in laboratorio, si è notato come sia certamente il nuovo, il non conosciuto a spaventare maggiormente. La ciclicità di un determinato fenomeno assicura tranquillità e mantiene il livello di Arousal verso il basso. In definitiva, lo Psicologo e Psicoterapeuta interviene in tutti quei casi nei quali la persona ha subito per anni un declino ed una variazione repentina della propria vita, accumulando esperienze negative molteplici. Di fatto la terapia ha la funzione di supporto e di contenimento delle problematiche del soggetto, nonché il ruolo di catalizzatore di tutte le risorse ed energie indispensabili del soggetto per poter procedere nella propria vita.

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