Il testo di Levay porge un contributo fondamentale alla ricerca sugli studi in merito alle inclinazioni sessuali di uomini e donne.
Nel testo:
Si affronta il ruolo degli ormoni sessuali nel determinare una certa inclinazione (in merito alla scelta di un partner) piuttosto che un’altra;
La presenza di fratelli maggiori come fattore che potenzialmente potrebbe predisporre ad una scelta omosessuale
Gli aspetti biologici e dunque innati
Quando una persona può sentire di essere attratta da persone dello stesso sesso?
Generalmente già intorno ai tre anni i bambini avvertono una preferenza “sessualizzata” per un bambino dello stesso sesso e ciò poi viene rimarcato nel corso dello sviluppo con “pause” più o meno durature.
Cosa fa lo Psicoterapeuta in questi casi?
Ascolta, accoglie il paziente, soprattutto nei casi in cui la scelta omosessuale crea sofferenze, resistenze e dolore psichico. La nostra società, ancora oggi sfortunatamente sembra essere una società omofoba.
Dipendere da un social network è, ad oggi, uno dei complessi più frequenti che una persona si attribuisce, pur sapendo che è possibile controllare questo tipo di inclinazione.
La maggior parte delle persone che consultano uno Psicologo per questa problematica sono persone di età compresa tra i 25 ed i 55 anni di età.
Nella società liquida, per dirla con le parole del sociologo Bauman, le sensazioni più importanti della nostra vita risultano essere ormai considerate effimere, non c’è tempo per soffermarsi a pensare ad una dimensione piacevole, che tocchi, talvolta, la nostra interiorità in modo profondo.
Cosa fa lo Psicologo/Psicoterapeuta in questi casi?
Sostiene la parte più matura del Sè di quella persona, alla ricerca di un possibile intervento chiarificatore che inglobi l’intera persona per quella che effettivamente è, oltre al fatto che ciò che la maggior parte delle persone rincorrono nella loro vita è un equilibrio interiore che consenta loro di vivere in modo sereno.
Perché la felicità? Il senso della ricerca della felicità si contrappone all’evitamento di esperienze sgradevoli mal tollerate dall’individuo in senso lato. Internet dà questa illusione, ovvero che la possibilità di esporsi agli altri, di sapere cosa gli altri fanno in qualsiasi momento, funzioni da deterrente per non impegnarsi in una ricerca seria e approfondita di sé e delle priorità che decidiamo di seguire nella nostra esistenza.
Il corpo non è altro che lo strumento con cui conosciamo il mondo, per dirla con Merlau-Ponty. Credo che avesse perfettamente ragione.
Gli scienziati oggi parlano di cognizione incorporata. Gli psicoterapeuti, come me, riscoprono ogni giorno l’importanza del lavoro sul corpo e sul comportamento. In fondo anche Bessel van der Kolk, Patricia Ogden e prima di loro Alexander Lowen ne parlavano ampiamente. Pensiamo che i nostri pazienti cambieranno anche sul piano del muoversi in modo diverso, ovvero che utilizzeranno il corpo sentendolo in un “altro modo”, forse essendone semplicemente più padroni, più consapevoli.
Talvolta è utile in terapia mostrare interesse (reale) per quello che la persona nomina come luogo che sta per qualcos’altro…” sono andato a giocare a tennis, mi sono ritrovato a fare una partita con un amico che non vedevo da tempo, presto mi sono sentito esausto, non ero in grado di mantenere lucida l’attenzione, eppure quello del tennis è un luogo assai importante per me, perché mi muovo, faccio sport..”
Il terapeuta può intercettare conflitti irrisolti dietro ad un sintomo che prima di tutto fa parlare il corpo. Pensiamo a forme isteriche conclamate, a processi definiti come depersonalizzazione e via dicendo…
a. domandarsi se realmente siamo poco capaci di avere consapevolezza nella nostra percezione corporea
b. a cosa colleghiamo questo fenomeno nel momento presente della nostra vita?
c. perché pensiamo che il focus sia realmente la corporeità?
d. poniamo questi quesiti al professionista e condividiamo il suo parere confrontandolo con il nostro.
Quando le persone avvertono segnali poco incoraggianti nel vivere le relazioni con gli altri, quando queste relazioni rendono evidente la difficoltà, per queste persone, di poter gestire i rapporti interpersonali nel loro significato più profondo, allora siamo di fronte ad un potenziale ostacolo nella vita di relazione di questi soggetti.
Parliamo di ansia sociale quando si presentano i seguenti sintomi:
a. la persona rimugina a lungo su quelle che sono le possibili conseguenze di una situazione di socializzazione
b. l’impatto che tali situazioni hanno sulla persona includono sensazioni di profonda inadeguatezza, tremori, sudorazione, arrossamenti del volto
c. presenza di ansia anticipatoria, rispetto alla quale il soggetto vive momenti di estremo disagio solo al pensiero di dover affrontare quell’evento
Come risolvere tutto ciò?
La Psicoterapia Psicodinamica propone un approccio (terapia dinamica breve) focalizzato esclusivamente sulla risoluzione del sintomo ansioso e sulle cause sottostanti.
E’ probabile, quindi, che il soggetto viva momenti di grossa difficoltà sul piano interpersonale a causa di una serie di conflitti interni non risolti. Come è anche probabile che dietro a questo disturbo ci possa essere una situazione legata ad una forte insicurezza ed inadeguatezza nell’affrontare le normali vicende della quotidianità.
La sensazione di avere un corpo che non “ci appartiene” è, per molti, occasione e spinta verso la richiesta di un aiuto psicologico.
Le persone tendono, talvolta, a sottostimare il carico emotivo che deriva da una situazione di fallimento e di vergogna. Pensano, ad esempio, che il problema di un corpo grasso o informe non sia, di per sé, fonte di disagio e di malessere. Al contempo, il più delle volte, negano a se stessi il ripetuto ricorrere a ingenti quantità di cibo.
La vergogna è un tema pregnante che impedisce alle persone di esprimere se stesse all’interno della società contemporanea. Il termine grasso viene spesso associato a sollecitazioni negative che non contemplano la possibilità di essere apprezzati e desiderati sul piano fisico.
Si pensa, infatti, che la maggior parte delle persone cosiddette “overeating” non si rendano minimamente conto della sovrabbondanza di cibo ingurgitato nell’arco di un tempo relativamente breve.
Scrive un paziente: “Mi sentivo bene psicologicamente tutte le volte che avevo a mio disposizione grosse quantità di cibo, dal salato, al dolce, allora potevo permettermi di dedicarmi a quell’attività così piacevole…funzionava come antidepressivo, mi sentivo bene, in pace con me stesso…”
AFFRONTARE LA VERGOGNA
Primo passo, rispetto alla consulenza psicologica (e magari psicoterapica in un secondo momento), è quello di affrontare con consapevolezza il proprio senso di vergogna. Essere, quindi, egodistonici rispetto al proprio disagio, attraverso una serie di semplici passaggi:
a. porsi alcuni interrogativi in merito alla percezione del proprio corpo nel tempo e nello spazio a 360 gradi
b. imparare a descrivere se stessi in termini di come si è in quel dato momento, nonché in termini di ideale dell’Io
c. cercare di analizzare a fondo il gap esistente tra un piano di realtà propriamente detto ed un piano di idealizzazione degli altri, rispetto a sé
d. confrontarsi con una immagine di sé che evidentemente, fino a quel momento, ci ha rimandato solo sensazioni spiacevoli
Si tratta di una emozione inutile e sgradevole per alcuni, condizione da curare per altri, costruzione culturale secondo un approccio diffuso, quale funzione è giusto assegnarle? Secondo un gruppo di ricercatori di Santa Barbara, che ha appena pubblicato il suo studio su di una nota rivista scientifica Pnas, nessuna di quelle tradizionalmente riconosciute in letteratura è la risposta corretta.
La vergogna, spiegano Daniel Sznycer e colleghi, è una strategia di difesa, fa parte del nostro corredo biologico e ha avuto un ruolo nell’evoluzione dell’uomo. Perdere la stima dei membri del proprio gruppo poteva significare anche dire addio al loro soccorso e allora, prima di compiere ogni azione, diventava cruciale fare un calcolo costi-benefici. Vale la pena rubare quel cibo agli altri se rischio di essere emarginato dal mio gruppo e ritrovarmi solo davanti a una minaccia? È qui, hanno anticipato i ricercatori, che la vergogna esercita una funzione essenziale: ci aiuta a prevedere il giudizio negativo degli altri quando commettiamo una data azione.
“La vergogna funziona come il dolore, che serve a prevenire ulteriori danni al nostro organismo – spiega Sznycer – Nello stesso modo la funzione della vergogna è quella di difendere le nostre relazioni sociali, prevenendo rotture, o di spingerci a recuperare rapporti, quando li incriniamo”.
Per testare la loro ipotesi, i ricercatori hanno sottoposto a un test quindici diversi gruppi sociali, provenienti da tutto il mondo e diversi per lingua, abitudini, ambiente e organizzazione economica. Se la vergogna è un meccanismo di difesa, basato su un sistema neurale, deve allora essere universale. Ed è proprio quello che lo studio ha riscontrato dalle isole Mauritius alla Mongolia, passando per l’Amazzonia: la valutazione negativa espressa dalla comunità rispetto alle azioni elencate dai ricercatori corrispondeva all’intensità della vergogna provata al pensiero di compierle.
“La vergogna non ha una buona reputazione – commenta Sznycer – ma uno sguardo attento indica che questa emozione è una raffinata specializzazione: aiuta a evitare scelte dannose e a trarre il meglio da una situazione negativa”.
Talvolta, capire a fondo i motivi di tale “scomodità”, l’apparire agli altri come persone sprovvedute, inclini a compiere gesti inconsueti, porta i soggetti ad identificarsi con aspetti puerili del sé.