da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-) è un termine che definisce un disturbo alimentare proposto da alcuni medici e psichiatri, descritto come una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. L’ortoressia non è attualmente riconosciuta come patologia dal DSM-5, il principale manuale di diagnostica dei disturbi mentali.
E’ stato Steve Bateman, dietologo, a introdurre questo concetto nel 1997, dopo aver osservato nei suoi pazienti questa forma maniacale per la predilezione assoluta di certi cibi (salutistici) che, col tempo, rischiavano di danneggiare perfino il sistema nervoso di certe persone.
Il DSM 5 (di cui sopra) non ha però inserito la categoria all’interno del Manuale diagnostico per i disturbi mentali.
Come “curare” l’Ortoressia?
- Intanto pensare che l’ortoressico ha un funzionamento mentale similare a quello della persona anoressica;
- L’obiettivo è quello di mantenere un corpo in perfetta salute, rispettando e mantenendo le forme del proprio corpo, senza che questo si appesantisca;
- Il soggetto ortoressico sviluppa una fissazione nei confronti di cibi che di per sé non apportano calorie e che, al contempo, mancano di sostanze nutritive indispensabili per l’organismo;
- Il ruolo dei Media, soprattutto negli Usa, ha incentivato di gran lunga (nella popolazione) il ricorso ad abitudini alimentari di questo tipo;
Il dialogo, l’uso della parola rimangono uno strumento indispensabile per affrontare il tema dell’Ortoressia. La Psicoterapia rimane un ottimo strumento per la cura di questa disfunzione alimentare.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia

La società contemporanea mette a dura prova genitori di giovani adolescenti. In realtà si impara a diventare genitori consapevoli, non lo si è per un dono naturale ma perchè ci si impegna nel quotidiano ad affrontare numerose diatrìbe.
La Psicologia contemporanea interviene là dove l’adulto ha perso ogni tipo di speranza e motivazione nei confronti della crescita del proprio figlio.
Dice Paola (una paziente con nome fittizio): ” Non trovo più la forza di giungere ad un compromesso, ha vinto lui (il figlio)! gli faccio fare quello che vuole, sono stufa di dover continuamente negoziare….”
La negoziazione è uno dei termini chiave che sento spesso riproporre da più parti. Sembra che si debba comunque trovare un punto intermedio per giungere ad un accordo e si è dunque perso ogni tipo di meccanismo regolatore delle esigenze del figlio.
Chi educa chi?
Si sono andate perdendo le coordinate basilari per l’accesso ad un percorso educativo, ovvero il genitore tende a fare l’amico, il figlio (per fortuna) fa ancora il figlio ma su di un piano totalmente diverso rispetto a prima. Lo fa, facendosi carico di quelli che sono i “nuovi genitori”, coloro che per fragilità o immaturità non riescono a “tenere fermo” il loro ruolo di adulti/educatori, nonchè di persone coinvolte in un processo affettivo con i propri figli.
La psicologia clinica si basa dunque sulla comprensione profonda di queste difficoltà e del perchè, ai tempi moderni, si assista ad un meccanismo involutivo piuttosto che evolutivo del processo di attaccamento/accudimento, il quale non ha in realtà un termine.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia

La relazione stretta che vi è tra stato ansioso della personalità e difficoltà riscontrate dai soggetti nel creare una continuità nell’elaborazione del pensiero, è ormai abbastanza consolidata. Sappiamo infatti che persone con una cronicità in fatto di ansia riescono meno bene degli altri a mantenere un buono stato di vigilanza, soprattutto in situazioni critiche, in cui è necessario mantenere alta l’attenzione.
Non stupisce il fatto che, spesse volte, i clinici si trovino di fronte a persone che lamentano difficoltà di concentrazione, affaticabilità, senso di disorientamento nel portare avanti i compiti. Molto spesso quello che aiuta i pazienti, almeno per quando riguarda la mia esperienza personale, è il fatto di sostenere il paziente pensando che prima di tutto lui/lei stesso/a può per prima gestire il “timone” dell’esperienza simil-panica. Naturalmente il clinico è lì proprio per funzionare da salvacondotto nei confronti del paziente.
Negli USA si parla di Mind Wandering o mente vagante che rende bene l’idea di ciò che ho appena enunciato, ovvero il divagare della mente offuscata che non trova più le coordinate per procedere in modo adeguato. L’ansia, il malessere, la sofferenza, il disagio psichico sono i principali responsabili della mind wandering.
Cosa può fare la Psicoterapia?
L’area collegata ai Disturbi d’Ansia appare variegata ma, all’interno delle varie sfaccettature, il disturbo d’Ansia Generalizzato ad esempio, è uno dei più comuni tra i soggetti che giungono in studi professionali. Oltre alla TCC, l’approccio psicodinamico risulta vincente nella risoluzione del disturbo e offre maggiori garanzie là dove sia necessario un consolidamento dei risultati raggiunti, in quanto approccio più analitico degli altri e più in grado di accedere ad aspetti più profondi della Personalità.
[La dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicoterapeuta a Firenze e ad Arezzo , si occupa di Disturbi d’Ansia e di patologie psicosomatiche]
