+39 3491643371 info@ilariabellavia.it
Mindfulness: tornare al presente

Mindfulness: tornare al presente

Viviamo immersi in un flusso continuo di notifiche, scadenze e pensieri che corrono avanti, verso il futuro, o indietro, verso ciò che è già accaduto. Spesso ci accorgiamo di essere stanchi solo quando il corpo ce lo segnala con tensione, insonnia o irritabilità.

In questo scenario la mindfulness, o consapevolezza, è diventata una parola molto diffusa. Ma che cosa significa davvero, e come può aiutarci a ritrovare un rapporto più autentico con noi stessi?

Che cos’è la mindfulness

La mindfulness è la capacità di prestare attenzione al momento presente, in modo intenzionale e senza giudizio. Nasce dalla tradizione meditativa buddhista ed è stata introdotta in Occidente da Jon Kabat-Zinn alla fine degli anni Settanta, con il protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction).

Praticare la mindfulness non significa svuotare la mente o eliminare i pensieri. Significa osservarli mentre arrivano e se ne vanno, insieme a emozioni e sensazioni corporee, senza esserne travolti. È un modo diverso di stare con ciò che accade dentro di noi.

I benefici della mindfulness

La ricerca scientifica ha mostrato che una pratica regolare può portare benefici concreti al benessere psicologico. Tra quelli più studiati:

  • riduzione dello stress e della tensione muscolare;
  • maggiore capacità di gestire ansia e attacchi di panico;
  • prevenzione delle ricadute nella depressione;
  • miglioramento della qualità del sonno e della concentrazione;
  • una migliore regolazione emotiva, cioè la capacità di riconoscere le emozioni prima di reagire.

Non si tratta di una soluzione magica, ma di un allenamento. Come per un muscolo, i risultati arrivano con la costanza.

Mindfulness e psicoterapia psicoanalitica

A prima vista mindfulness e psicoanalisi sembrano mondi lontani. In realtà condividono un gesto fondamentale: fermarsi ad ascoltare ciò che accade dentro di sé, senza fretta di cambiarlo.

Già Freud parlava di attenzione fluttuante, l’atteggiamento con cui l’analista accoglie le parole del paziente senza selezionarle in anticipo. Oggi il concetto di mentalizzazione, sviluppato da Peter Fonagy, descrive la capacità di riconoscere i propri stati mentali e quelli degli altri: una competenza che la consapevolezza aiuta a coltivare.

La mindfulness può quindi essere un valido alleato del percorso di psicoterapia. La pratica aiuta a osservare le emozioni; la terapia aiuta a comprenderne il significato e la storia.

Un esercizio per iniziare: tre minuti di respiro

Per avvicinarti alla mindfulness bastano pochi minuti al giorno. Prova questo semplice esercizio di respirazione consapevole:

  1. Siediti comodo, con la schiena dritta e i piedi appoggiati a terra. Chiudi gli occhi o abbassa lo sguardo.
  2. Porta l’attenzione al respiro: senti l’aria che entra ed esce dalle narici, il petto e l’addome che si muovono.
  3. Quando la mente si distrae, e succederà, nota dove è andata e riporta gentilmente l’attenzione al respiro.
  4. Dopo circa tre minuti allarga l’attenzione a tutto il corpo, poi riapri lentamente gli occhi.

Distrarsi non è un errore. Ogni volta che torni al respiro stai allenando la tua consapevolezza.

Quando rivolgersi a uno psicologo

La mindfulness è una risorsa preziosa, ma non sostituisce un percorso di cura. Se l’ansia, la tristezza o lo stress diventano persistenti e limitano la tua vita quotidiana, può essere utile chiedere il supporto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta.

In uno spazio di ascolto sicuro è possibile dare un senso a ciò che si prova e costruire un benessere più profondo e duraturo.

Dott.ssa Ilaria Bellavia — Psicologa e psicoterapeuta psicoanalitica a Firenze

Disturbo Bipolare: cos’è davvero la mania (e cosa non è)

Disturbo Bipolare: cos’è davvero la mania (e cosa non è)

Disturbo Bipolare: cos’è davvero la mania (e cosa non è)

Quando si parla di “disturbo bipolare” spesso si pensa a sbalzi d’umore improvvisi, quasi teatrali: felice un momento, disperato quello dopo. La realtà clinica è molto più complessa — e capirla bene è il primo passo per riconoscere quando serve un aiuto professionale.

Cos’è il disturbo bipolare

Il disturbo bipolare è una condizione psicopatologica caratterizzata da oscillazioni dell’umore che vanno oltre la normale variabilità emotiva. Non si tratta di essere “lunatici” o di avere semplicemente un carattere instabile: sono episodi ben definiti, che durano nel tempo, alterano il funzionamento quotidiano e — soprattutto — sono riconoscibili clinicamente.

Le due polarità principali sono:

  • Episodi depressivi: simili alla depressione maggiore, con tristezza persistente, perdita di energia e di interesse
  • Episodi maniacali o ipomaniacali: la fase meno conosciuta e più fraintesa, di cui parliamo qui

Cos’è davvero la mania

La mania non è essere felici o pieni di energia. È uno stato alterato dell’umore che dura almeno una settimana (o meno, se richiede ricovero), in cui la persona sperimenta:

  • Umore elevato, espanso o irritabile — non semplice buonumore, ma una condizione che gli altri notano come “diversa dal solito”
  • Bisogno di sonno ridotto, senza sentirsi stanchi (dormire 2-3 ore e sentirsi pieni di energia)
  • Loquacità marcata, pensiero accelerato, difficoltà a stare fermi su un discorso
  • Autostima ipertrofica, a volte fino a idee di grandiosità
  • Comportamenti a rischio: spese eccessive, decisioni impulsive, condotte sessuali rischiose, investimenti avventati
  • Distraibilità e difficoltà a portare a termine ciò che si inizia

Quando questi sintomi sono presenti ma più lievi e non compromettono in modo grave il funzionamento, si parla di ipomania — spesso la fase più subdola, perché la persona (e chi le sta intorno) può viverla come un periodo “positivo”, di grande produttività, senza riconoscerla come sintomo.

Perché è così spesso frainteso

Nell’immaginario comune la mania viene confusa con:

  • L’entusiasmo o la motivazione — ma la mania non è proporzionata a un evento reale, e non si esaurisce quando l’evento finisce
  • L’ansia o l’irrequietezza — che hanno una qualità diversa, più legata alla preoccupazione che all’espansione
  • Un tratto di personalità “energico” — la mania ha un esordio riconoscibile, un decorso a episodi, non è un modo di essere costante

Questa confusione è uno dei motivi per cui il disturbo bipolare arriva spesso a diagnosi solo dopo anni, e spesso dopo un primo episodio depressivo scambiato per depressione unipolare.

Da cosa dipende

Il disturbo bipolare ha una componente neurobiologica significativa (familiarità, alterazioni nei sistemi di regolazione dell’umore), ma il decorso e la qualità di vita della persona dipendono molto anche da fattori psicologici: modalità di attaccamento, capacità di riconoscere e dare senso ai propri stati interni (mentalizzazione), qualità delle relazioni significative, eventi di vita stressanti come fattori scatenanti degli episodi.

È qui che il lavoro psicoterapeutico, accanto a un eventuale trattamento farmacologico gestito dallo psichiatra, fa una differenza concreta: non sostituisce la cura farmacologica, ma aiuta la persona a riconoscere i segnali precoci di un episodio, a comprendere il proprio funzionamento emotivo e a costruire relazioni e una vita quotidiana che sostengano la stabilità.

Quando è il momento di chiedere aiuto

Alcuni segnali per cui vale la pena consultare uno specialista:

  • Periodi di energia, euforia o irritabilità marcatamente diversi dal proprio modo di essere abituale, che durano più giorni
  • Alternanza tra fasi di questo tipo e fasi di forte abbattimento
  • Persone vicine che notano cambiamenti significativi nel comportamento
  • Decisioni impulsive prese durante questi periodi, di cui poi ci si pente

Una diagnosi accurata richiede una valutazione clinica approfondita — il disturbo bipolare va distinto da altre condizioni (disturbi di personalità, disturbi d’ansia, ADHD in comorbilità) con cui può presentare sintomi sovrapponibili.


Quando il corpo parla: ansia, somatizzazione e il linguaggio che non abbiamo imparato a leggere

Quando il corpo parla: ansia, somatizzazione e il linguaggio che non abbiamo imparato a leggere

Cosa significa “somatizzare”

La somatizzazione non è un’invenzione della mente né una debolezza del corpo: è una forma di comunicazione. Quando un’emozione non riesce a essere pensata, nominata, elaborata a livello psichico, cerca comunque una via d’uscita — e spesso la trova attraverso il corpo. Non si tratta di “essere ansiosi e basta”, ma di un’ansia che non ha ancora trovato le parole per dirsi, e che si esprime attraverso sintomi fisici reali, misurabili, spesso invalidanti.

Questo fenomeno è al centro di gran parte della clinica psicoanalitica contemporanea. Peter Fonagy ha mostrato come la capacità di mentalizzare — cioè di riconoscere, nominare e collegare stati emotivi propri e altrui — non sia innata, ma si costruisca nella relazione, fin dai primi scambi con le figure di accudimento. Quando questa capacità è rimasta fragile o è stata compromessa da esperienze precoci di invalidazione emotiva, l’emozione non trova una rappresentazione mentale stabile: resta, per così dire, “grezza”, e si scarica sul corpo invece che sul pensiero.

Il corpo come prima lingua dell’infanzia

Massimo Ammaniti ha insistito a lungo su un punto che trovo centrale nel lavoro clinico: prima di poter pensare le emozioni, il bambino le vive nel corpo, attraverso il corpo di chi si prende cura di lui. È lì, in quello scambio corporeo precocissimo, che si gettano le basi per la futura capacità — o incapacità — di trasformare un’attivazione fisiologica in un’emozione riconoscibile e comunicabile. Quando questo passaggio evolutivo resta incompiuto, l’adulto può ritrovarsi, di fronte a uno stress relazionale o esistenziale, a vivere quella stessa attivazione grezza: il corpo si agita, si contrae, si ammala di sintomi, mentre la mente resta come esclusa dal processo.

Ansia, corpo e legami: una lettura relazionale

Anche la prospettiva relazionale, penso in particolare a Stephen Mitchell, ci ricorda che l’ansia raramente nasce nel vuoto: nasce nei legami, dentro relazioni significative — presenti o passate — dove qualcosa non ha potuto essere detto, chiesto, protestato. Il sintomo somatico diventa allora anche un modo, per quanto costoso, di mantenere un equilibrio relazionale: tenere a bada un conflitto, contenere una rabbia inaccettabile, segnalare un bisogno di cura senza doverlo esprimere apertamente.

Antonio Ferro, nella sua rilettura della clinica bioniana, parla della necessità di offrire al paziente uno spazio in cui gli elementi grezzi dell’esperienza — le sensazioni corporee, le angosce non pensate — possano essere via via trasformati in immagini, narrazioni, pensieri condivisibili. È esattamente questo il lavoro che si svolge in un percorso di psicoterapia psicodinamica per i disturbi psicosomatici: non “convincere” il corpo a stare zitto, ma creare, nella relazione terapeutica, le condizioni perché ciò che il corpo dice possa finalmente essere ascoltato, pensato, integrato.

Perché la sola gestione del sintomo spesso non basta

Molte persone arrivano in terapia dopo aver già provato tecniche di rilassamento, respirazione, gestione dell’ansia — utili, ma spesso insufficienti da sole, perché agiscono sul sintomo senza toccarne il significato. Un approccio psicodinamico non esclude questi strumenti, ma li affianca a un lavoro più profondo: capire perché, in quel momento della vita, con quella persona o quella situazione, il corpo abbia scelto di parlare al posto della mente. È un lavoro che richiede tempo, ma che tende a produrre un cambiamento più stabile, perché non si limita a spegnere l’allarme, va a vedere cosa lo ha fatto scattare.

Come ricorda Vittorio Lingiardi nei suoi scritti sulla diagnosi psicodinamica, comprendere il funzionamento più profondo della persona — non solo la lista dei sintomi — è ciò che permette di costruire un intervento davvero su misura, e non una risposta standardizzata all’ansia o alla somatizzazione.

Un primo passo possibile

Se ti riconosci in questa descrizione — ansia che passa attraverso il corpo, sintomi fisici che la medicina non sa spiegare del tutto, una sensazione di essere “in allarme” senza sapere bene perché — sappi che non è “tutto nella tua testa”, né tantomeno una tua colpa. È una modalità che il tuo sistema ha imparato, in un certo momento della tua storia, per gestire qualcosa che allora non aveva altre vie d’uscita. Un percorso psicoterapeutico può aiutarti a dare finalmente parola a ciò che il corpo ha portato da solo per troppo tempo.

Call Now Button