da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Ti senti bloccato in una terra di mezzo? Non sei più un adolescente, ma l’idea di essere un adulto fatto e finito ti sembra un abito di tre taglie troppo grande? Se la risposta è sì, sappi che non sei solo: stai attraversando quella che la psicologia definisce Emerging Adulthood.
In questo articolo esploreremo perché questa fase della vita, che va dai 18 ai 29 anni, è diventata così complessa e come la psicoterapia psicoanalitica può aiutarti a trasformare l’ansia per il futuro in una solida base per il tuo Sé.
Una fase di sospensione necessaria
L’Emerging Adulthood non è un semplice ritardo nel prendersi responsabilità, ma un vero e proprio spazio psichico di esplorazione. Come suggerito da Jeffrey Arnett, si tratta di un periodo di instabilità e grandi possibilità, dove il senso del sentirsi nel mezzo domina l’esperienza quotidiana.
Tuttavia, questa libertà può trasformarsi in angoscia. In ambito psicoanalitico, possiamo leggere questo periodo attraverso la lente della seconda individuazione. Se l’adolescenza è il momento del distacco fisico e pulsionale dai genitori, i vent’anni sono il tempo della separazione psichica e della costruzione di una progettualità autentica.
Il contributo della psicoanalisi: abitare l’incertezza
Per comprendere profondamente cosa accade in questi anni, è utile richiamare il pensiero di alcuni grandi autori che hanno esplorato i temi dell’identità e della crescita.
Erik Erikson, parlando dello sviluppo del Sé, descriveva la necessità di una moratoria psicosociale: un periodo durante il quale il giovane adulto è libero da impegni eccessivi e può sperimentare ruoli diversi prima di trovare una propria collocazione nel mondo. Erikson sottolineava che senza questa sperimentazione, il rischio è la confusione dei ruoli, un senso di smarrimento che rende difficile fare scelte durature.
D’altra parte, Donald Winnicott ci insegna l’importanza di passare dal senso di onnipotenza alla capacità di stare nella realtà. Per l’emerging adult, questo significa accettare che la scelta di una strada comporta necessariamente la rinuncia a tutte le altre. Come scriveva Winnicott:
È nel giocare, e soltanto nel giocare, che l’individuo, fanciullo o adulto, è in grado di essere creativo e di usare l’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé.
La terapia diventa quindi lo spazio del gioco dove l’errore non è un fallimento definitivo, ma un esperimento necessario per la crescita lavorativa e personale.
Il peso delle aspettative e il Sé autentico
Oggi i ventenni vivono una pressione senza precedenti. Franco Fornari parlava della funzione dei codici affettivi: il passaggio dal codice materno (dell’accoglienza e della protezione) al codice paterno (della regola, del limite e del lancio nel mondo). Molti giovani adulti faticano a integrare questi codici, restando prigionieri di un ideale dell’Io troppo elevato, alimentato dal confronto costante con i successi altrui visibili sui social media.
Massimo Recalcati definisce spesso la nostra epoca come il tempo dell’evaporazione del padre, ovvero la mancanza di testimoni che mostrino come si possa desiderare qualcosa e lottare per realizzarlo. Senza questi punti di riferimento, la progettualità nel curricolo di vita si frammenta in mille direzioni inconcludenti.
Perché intraprendere una psicoterapia psicoanalitica?
Molti giovani adulti arrivano in studio sentendosi indietro o schiacciati da dinamiche relazionali che non riescono a decifrare. Il mio approccio si focalizza su alcuni pilastri fondamentali:
- Sviluppare una relazione proficua: creare un’alleanza terapeutica che rispetti i tuoi ritmi di apprendimento e di maturazione, senza imporre tappe forzate.
- Sfruttare gli errori per la crescita: decodificare il senso di un blocco universitario o lavorativo per trasformarlo in una nuova consapevolezza.
- Osservare le dinamiche relazionali: utilizzare strumenti differenziati per analizzare come il rapporto con le famiglie e i pari influenzi la tua autonomia.
- Sviluppare strategie metodologiche inclusive: accogliere ogni parte di te, anche quella che si sente inadeguata o spaventata dalla transizione digitale e sociale del mondo odierno.
Verso un’indipendenza che non fa paura
L’obiettivo della terapia non è formattarti per essere produttivo secondo gli standard della società, ma aiutarti a diventare l’autore della tua storia. È un percorso di aggiornamento continuo del proprio mondo interno, necessario per relazionarsi positivamente con gli altri e con se stessi.
Se senti che la confusione su chi vuoi diventare ti impedisce di agire, intraprendere un percorso terapeutico può essere l’investimento più importante della tua giovinezza.
La maturità non è l’estinzione della giovinezza, ma la sua integrazione in una struttura più vasta.
Contatta lo studio per un primo colloquio
Ricevo nel mio studio a Firenze e online. Insieme possiamo lavorare sulla tua progettualità e costruire basi solide per la tua vita adulta.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Nel panorama clinico contemporaneo, i disturbi con doppia diagnosi rappresentano una delle sfide più complesse per psicoterapeuti, psichiatri e servizi territoriali. Con il termine “doppia diagnosi” si indica la co-presenza di un disturbo psichiatrico e di un disturbo da uso di sostanze nello stesso individuo. È una condizione molto più diffusa di quanto si creda: secondo il rapporto SAMHSA del 2022, oltre il 50% delle persone con disturbo da uso di sostanze presenta almeno un disturbo psichiatrico concomitante.
Dal punto di vista psicoanalitico, la doppia diagnosi non è semplicemente la somma di due entità cliniche, ma è un intreccio profondo tra funzionamento psichico, difese, storia evolutiva e relazione con l’oggetto droga. Questo articolo propone una lettura integrata del fenomeno, combinando dati scientifici e cornice psicoanalitica.
La doppia diagnosi, pur non essendo definita esplicitamente nel DSM-5, è considerata all’interno della più ampia categoria delle comorbilità psichiatriche. I disturbi più frequentemente associati ai disturbi da uso di sostanze includono disturbi depressivi, ansia, disturbo bipolare, disturbi di personalità (in particolare borderline e antisociale), disturbi psicotici e PTSD. Le ricerche evidenziano una relazione bidirezionale: i disturbi mentali aumentano la vulnerabilità all’uso di sostanze e, allo stesso tempo, le sostanze possono aggravare o addirittura innescare sintomi psichiatrici. Come sottolinea Volkow (2020), la comorbilità è la norma, non l’eccezione.
La prospettiva psicoanalitica aiuta a comprendere la funzione che la sostanza assume nel mondo interno del soggetto. Secondo Khantzian (1997), nella cosiddetta ipotesi dell’automedicazione, l’individuo utilizza la sostanza per modulare sofferenze psichiche difficilmente mentalizzabili: la cocaina può contrastare vissuti depressivi, l’alcol agire come sedativo, l’eroina come oggetto fusivo rassicurante. In una lettura winnicottiana, la sostanza diventa una difesa contro il rischio di crollo psichico descritto nel concetto di “fear of breakdown” (Winnicott, 1963). Bion (1962) offrirebbe un’altra chiave di lettura: un deficit della funzione alfa impedisce la trasformazione delle emozioni in pensabilità; quando il soggetto non riesce a mentalizzare, le sostanze forniscono un sollievo immediato che sostituisce la capacità di pensare.
Il trattamento della doppia diagnosi è complesso per vari motivi. Innanzitutto, tra disturbo mentale e dipendenza si crea un circolo vizioso: il primo alimenta la seconda e la seconda aggrava il primo. Inoltre, questi pazienti presentano spesso elevata impulsività, acting out, instabilità relazionale e tratti borderline, elementi che rendono difficile stabilire un’alleanza terapeutica stabile (Gregory et al., 2016). Sul piano psichico più profondo, la doppia diagnosi riflette spesso una struttura dell’identità fragile, con scissione, difficoltà di integrazione del Sé e oscillazioni affettive marcate. Anche i servizi contribuiscono alla difficoltà di presa in carico: molte realtà operano ancora separando i percorsi per le dipendenze da quelli per la salute mentale, con esiti frammentati (Drake e Mueser, 2011).
Le evidenze scientifiche convergono nel sostenere che il trattamento più efficace è quello integrato, ovvero un intervento simultaneo e coordinato sulla salute mentale e sulla dipendenza. Secondo Drake e colleghi, i migliori risultati si ottengono quando psicoterapia, trattamento delle dipendenze, interventi psicosociali e farmacoterapia (quando necessaria) sono organizzati in modo coerente. La psicoterapia psicodinamica, sebbene meno studiata, ha mostrato efficacia: Luborsky et al. (2002) evidenziano come sia comparabile agli interventi evidence-based in diversi disturbi, incluse le dipendenze.
Gli interventi psicoanalitici più recenti (Levine e Reed, 2020) suggeriscono la centralità di un lavoro specifico sulla funzione che la sostanza svolge nella vita psichica del paziente: regolazione degli affetti, difese immature, traumi precoci, identità instabile, difficoltà nella mentalizzazione e nella costruzione di legami affettivi stabili. In questo quadro, la relazione terapeutica diventa il principale polo regolativo, offrendo al paziente un’esperienza emotiva diversa dalla sostanza: non un’abolizione dell’affetto, ma la possibilità di contenerlo e pensarci.
Nella pratica clinica, un intervento psicoanalitico efficace con pazienti a doppia diagnosi richiede alcuni elementi fondamentali. È cruciale costruire un’alleanza solida e tollerante, capace di reggere acting out e possibili ricadute. Le interpretazioni devono essere graduali e calibrate: una lettura troppo precoce del funzionamento inconscio rischia di aumentare la disorganizzazione interna. È necessario esplorare ciò che la sostanza rappresenta nel mondo interno del paziente, quali funzioni difensive assolve e come si inserisce nella sua storia affettiva. La relazione terapeutica, in questo contesto, diventa una forma di regolazione alternativa e più matura rispetto alla dipendenza. È inoltre indispensabile lavorare con cautela su traumi e deficit evolutivi, soprattutto in caso di attaccamenti disorganizzati o esperienze precoci di neglect.
La doppia diagnosi richiede dunque un trattamento integrato, articolato e umano. La psicoterapia psicoanalitica, quando ben inserita in un percorso coordinato, può offrire un luogo trasformativo in cui la sostanza perde progressivamente la sua funzione salvifica e il paziente può costruire nuove modalità di regolazione emotiva, ricucire parti scisse del Sé e dare significato alla propria sofferenza. In un contesto clinico spesso dominato da protocolli e procedure, la psicoanalisi ricorda che ogni paziente con doppia diagnosi è un mondo unico e che il cuore del lavoro terapeutico resta la relazione: lenta, complessa, talvolta faticosa, ma profondamente generativa.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
La società contemporanea si presenta come un mosaico complesso di esperienze, sfide e cambiamenti rapidi. Questo scenario può essere tanto affascinante quanto destabilizzante, e non sorprende che molte persone oggi si trovino a fare i conti con disturbi psicologici che sembrano emergere dal contesto sociale, culturale e tecnologico che ci circonda. Ansia, depressione, disturbi relazionali, dipendenze da internet e stress da prestazione sono solo alcuni dei problemi che affliggono molti. Tuttavia, la soluzione più efficace per questi disagi non risiede solo nell’eliminazione dei sintomi, ma in un percorso più profondo di comprensione di sé, spesso attraverso la psicoanalisi.
I Disturbi dell’Epoca Moderna
L’epoca moderna è caratterizzata da una velocità crescente, sia nelle innovazioni tecnologiche che nei cambiamenti sociali, creando una pressione continua su individui e relazioni. Alcuni dei principali disturbi psicologici che emergono in questo contesto includono:
- Ansia e attacchi di panico: L’incertezza economica, la competizione sociale e l’incapacità di gestire un flusso costante di informazioni possono scatenare o accentuare sintomi di ansia generalizzata e attacchi di panico. Le persone vivono nella costante sensazione di non essere “abbastanza”, un sentimento che si acuisce anche a causa dei social media e delle aspettative elevate.
- Depressione: Non è solo un malessere individuale, ma anche un riflesso della disconnessione sociale e della difficoltà a trovare un senso profondo nella vita moderna. La depressione può manifestarsi come una sensazione di vuoto, disconnessione o incapacità di affrontare le sfide quotidiane.
- Disturbi alimentari e dipendenze: La ricerca del corpo ideale e la pressione di conformarsi a modelli estetici spesso portano allo sviluppo di disordini alimentari. Altri cercano di colmare il senso di vuoto attraverso le dipendenze da sostanze, gioco d’azzardo o l’uso eccessivo di internet e social media.
- Stress da prestazione: L’ossessione per il successo personale e professionale può portare a un costante stato di stress, con il timore di non essere mai all’altezza delle aspettative, proprie o altrui. Questo fenomeno è tipico di una società che premia i risultati visibili e immediati, ma che lascia poco spazio per il fallimento e l’elaborazione emotiva.
La Psicoanalisi come Percorso di Cura
In mezzo a queste sfide, la psicoanalisi emerge come un’opzione terapeutica che non si limita alla gestione dei sintomi, ma che mira a comprendere le cause profonde del malessere. Spesso, nelle prime fasi di un percorso terapeutico, i pazienti si aspettano risultati rapidi e misurabili. Si tende a pensare che risolvere il sintomo sia sufficiente per “stare meglio”. Tuttavia, il sintomo è solo la punta dell’iceberg.
Cosa significa “curare il sintomo”? Curare un sintomo significa semplicemente intervenire sulla manifestazione esteriore di un conflitto o di un disagio psicologico, ma senza interrogarsi sul suo significato profondo. Potrebbe voler dire, ad esempio, ridurre l’ansia con farmaci o tecniche di rilassamento senza analizzare le radici inconsce di quella paura. Sebbene queste soluzioni possano essere utili a breve termine, non affrontano il nucleo profondo delle difficoltà esistenziali e psicologiche che causano il disturbo.
In psicoanalisi, il concetto di simbolismo inconscio è centrale. Ogni sintomo, ogni comportamento ripetitivo, ha un significato nascosto che affonda le sue radici nell’inconscio. Un percorso psicoanalitico aiuta il paziente a scoprire e affrontare questi significati, a ricostruire le proprie narrazioni interiori e a riscrivere, quindi, la propria relazione con il mondo.
La Durata di un Percorso Psicoanalitico
Un altro aspetto che spesso crea confusione è la durata del percorso psicoanalitico. La psicoanalisi non è una terapia a breve termine: i suoi risultati non sono immediati, e la durata del trattamento non può essere preventivata con certezza. Ogni individuo è unico, così come i suoi conflitti interiori. Alcune persone potrebbero trarre beneficio da un ciclo di analisi relativamente breve, altre potrebbero aver bisogno di un percorso più lungo. È importante capire che questo non è un fallimento della terapia, ma una manifestazione della complessità umana.
La psicoanalisi, infatti, lavora su un livello profondo, e i cambiamenti che essa comporta sono spesso lenti, ma duraturi. Attraverso il dialogo con l’analista, il paziente viene invitato a esplorare i propri sogni, le proprie difese, le proprie relazioni passate e presenti, per arrivare a una maggiore consapevolezza di sé. È un processo che richiede tempo, pazienza e, soprattutto, disponibilità a guardare dentro di sé con onestà.
Perché Curare Solo i Sintomi Non Basta
Affrontare solo i sintomi può sembrare una soluzione semplice e rapida, ma non consente di risolvere le radici più profonde del disagio. In un’epoca in cui la cultura del “quick fix” è pervasiva, è facile cadere nella trappola di voler risolvere tutto in fretta. Tuttavia, il benessere psicologico profondo non deriva dal semplice sollievo momentaneo, ma dalla comprensione e dall’elaborazione di quelle parti di noi stessi che sono rimaste inascoltate, ignorate o mal comprese.
Il percorso psicoanalitico aiuta a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé, a fare pace con il proprio passato e a capire le dinamiche inconsce che governano le scelte, i comportamenti e le relazioni. La psicoanalisi non si limita a farci “sentire meglio” nel breve periodo, ma lavora per trasformare la nostra vita in modo profondo e duraturo.
Concludendo: Un Invito alla Riflessione
Se stai attraversando un periodo di malessere psicologico, ricorda che i sintomi non sono il punto d’arrivo della terapia, ma solo l’inizio di un viaggio più profondo verso la conoscenza di te stesso. Un percorso psicoanalitico può aiutarti a scoprire i legami tra i tuoi pensieri, emozioni e comportamenti, e ad affrontare le cause sottostanti dei tuoi disagi.
Sappi che la durata della terapia dipenderà dal tuo percorso personale e dalle tue esigenze, ma ciò che è certo è che, attraverso l’incontro con l’analista e il lavoro profondo sull’inconscio, potrai costruire una vita più autentica, meno dominata dal disagio psicologico.
Non esitare a fare il primo passo verso la cura profonda di te stesso. La psicoanalisi ti offre uno spazio sicuro in cui esplorare, comprendere e, infine, trasformare te stesso.