da Dr.ssa Ilaria Bellavia

Nella maggior parte dei casi sono gli episodi relazionali (traumi, abusi, esperienze svalutanti…) a diventare il punto focale e primario della diagnosi e dell’intervento.
La difficoltà originaria diventa un problema quando le persone non riescono ad affrontare la questione in modo efficace, continuando così a fare un uso forsennato di una stessa soluzione ed entrando, quindi, in un circolo vizioso, piuttosto che virtuoso.
Ad esempio si diventa ossessivi nel momento in cui siamo sottoposti ad un forte stress per via del lavoro, degli impegni familiari. Dobbiamo quindi trovare una “via di fuga” al cronicizzarsi di certi eventi.
In altri casi persiste dentro di noi un andamento depressivo che è causa di malesseri, somatizzazioni, senso di inadeguatezza. In questi casi il cibo può essere strumento di compensazione, un riempitivo rispetto ad un vuoto interiore che fa la sua comparsa.
Come nascono dunque le problematiche e i malesseri psicologici negli individui?
Non c’è un inizio univoco, c’è piuttosto una compartecipazione di più fattori (direi ambientali e specifici di quella persona) che rendono quel soggetto “sensibile” alla cronicizzazione e all’implementazione di problematiche psicologiche. I cosiddetti tratti di personalità si stabilizzano fino a dare vita ad un vero e proprio disturbo della personalità.
Quali sono i più comuni disturbi della personalità?
Possiamo raggrupparli in tre aree (A,B,C).
Gruppo A / Disturbi caratterizzati da comportamento bizzarro
Sono contraddistinti da modalità strane, insolite, eccentriche o paranoiche e dalla tendenza alla diffidenza e all’isolamento.
–Disturbo di Personalità Paranoide
Caratterizzato da sfiducia e sospettosità; per questo le motivazioni e i comportamenti degli altri vengono tendenzialmente interpretati come malevoli o minacciosi. La persona viene così percepita come ostinata, polemica, non dialogica.
–Disturbo di Personalità Schizoide
Caratterizzato da una espressione emotiva ristretta, dal distacco dalle dinamiche relazionali e dal non desiderio di instaurarle e/o mantenerle; in tal modo vi è mancanza di relazioni e vita molto riservata ed isolata. La persona viene allora percepita come appartata o isolata.
–Disturbo di Personalità Schizotipico
Caratterizzato da intenso disagio nelle relazioni, emotività inappropriata, atteggiamenti insoliti, distorsioni percettive o cognitive (presenza di credenze magiche e/o bizzarre), isolamento sociale, eccentricità; vi è dunque scarso contatto con la realtà.
–Gruppo B / Disturbi caratterizzati da alta emotività
Sono contraddistinti da modalità emotive, teatrali, instabili, estreme, imprevedibili e dalla mancanza di empatia.
–Disturbo di Personalità Antisociale
Caratterizzato da una continua inosservanza e violazione delle leggi e dei diritti altrui, così come dalla mancanza di sensi di colpa circa gli atti criminosi commessi.
–Disturbo di Personalità Borderline
Caratterizzato da forte instabilità delle relazioni, dell’immagine del proprio Sé e delle dinamiche affettive; è presente inoltre impulsività ed instabilità dell’umore e forte oscillazione tra poli opposti in molte altre aree funzionali della vita.
–Disturbo di Personalità Istrionico
Caratterizzato da eccessiva emotività e seduttività, manifestazioni emotive teatrali, continua ricerca di attenzione degli altri, eloquio e comportamenti iperattivati.
–Disturbo di Personalità Narcisistico
Caratterizzato da senso di grandiosità ed unicità, necessità di continua ammirazione ed attenzione, ipersuscettibilità alle critiche, mancanza di empatia e di intelligenza emotiva (riconoscere e capire le dinamiche interne altrui).
–Gruppo C / Disturbi caratterizzati da forte ansietà
Sono contraddistinti da modalità ansiose e/o paurose e da una considerevole inibizione e scarsa autostima.
–Disturbo di Personalità Evitante
Caratterizzato da assoluto evitamento delle dinamiche e delle situazioni socialmente connotate, senso di inadeguatezza, ipersensibilità e intollerabilità verso i giudizi negativi degli altri, forte inibizione e timidezza.
–Disturbo di Personalità Dipendente
Caratterizzato da eccessivo bisogno di essere accuditi, atteggiamento sottomesso, delega di tutte le personali decisioni, mancanza di autostima, paura dell’abbandono.
–Disturbo di Personalità Ossessivo-Compulsivo
Caratterizzato da una forte tendenza al perfezionismo, intensa preoccupazione per l’ordine e la precisione, ipercontrollo delle dinamiche interne, degli avvenimenti e degli impegni, marcata rigidità nei pensieri e negli atteggiamenti.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia

Il cosiddetto analfabetismo emozionale (dal greco a- «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione» dunque: «mancanza di parole per [esprimere] emozioni), facilmente rintracciabile nella società contemporanea.
Cosa dicono gli Psicologi esperti del settore?
La forma alessitimica, nei soggetti predisposti a questo tipo di quadro psicopatologico, si evidenzia nel momento in cui la persona perde o, meglio ancora, non ha mai avuto modo di costruire dentro di sé un bagaglio emozionale che la mettesse in condizione di poter esprimere tutta una serie e una gamma di vissuti emotivi che sono parte di ogni essere umano.
In particolare, sembra che queste persone siano carenti di aspetti di regolazione emozionale sin dall’infanzia e che, l’ambiente in cui hanno vissuto, non abbia posto in essere misure compensative a questo “deficit”.
Ci sono test attendibili che valutano il grado di Alessitimia?
La comunità scientifica nazionale e internazionale ha messo a punto una serie di reattivi che indagano il disturbo alessitimico, uno di questi è il Tas-20 ( Toronto Alexithymia Scale. G.J. TAYLOR, R.M. BAGBY, J.D.A. PARKER, 1992).
La Psicoterapia è utile in questi casi?
Ovviamente sì, si tratta di “traghettare” la persona in canali a lei/lui sconosciuti per ri-appropriarsi di parti di sé (talvolta di natura traumatogena) che hanno congelato la sfera emozionale. In questo senso la psicoterapia e la relazione con un’altra persona funzionano da “cassa di risonanza” di malesseri e sofferenze intercorsi negli anni e nella vita di quella persona.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
In una recente rassegna pubblicata su Internetional Journal of Psychoterapy (2000), rivista scientifica dell’ Associazione europea per la psicoterapia, si sintetizzano i seguenti effetti psicologici della meditazione:
• Sviluppo di una maggior capacità di pazienza;
• Promozione di un atteggiamento non giudicante;
• Sostiene le persone a vivere bene in situazioni incerte e instabili;
• Stimola i soggetti a prendere contatto con se stesse e la propria coscienza;
• Sviluppa nelle persone la responsabilità personale e un senso di auto-efficacia;
• Struttura, in modo più o meno duraturo, sentimenti chiari e con una certa carica emozionale che permangono nel tempo;
I primi studi sono stati pubblicati a metà degli anni Ottanta, essi hanno dimostrato che l’inserimento di dieci settimane di meditazione in un gruppo di persone in psicoterapia da anni, sembra determinare un netto miglioramento del benessere psichico dei pazienti.
Gli studi registrano un miglioramento nel 50% dei pazienti e, soprattutto, un miglioramento ancora più grande nel rapporto con lo psicoterapeuta, nonché nell’alleanza che stabiliscono con quest’ultimo/a.
Si sottolinea come nel marzo del 2003, al convegno scientifico annuale della società americana di medicina psicosomatica, sia stato presentato uno studio da parte di un gruppo di psichiatri dell’Università di Toronto, che hanno realizzato un programma di meditazione di dieci settimane con gruppi di 15-30 persone. Alla fine sono state coinvolte, a livello ospedaliero, circa 400 persone.
E’ interessante registrare che le motivazioni alla base della spinta all’iscrizione al corso siano state: ansia e stress cronico, malattie o dolori cronici e depressione.
I miglioramenti hanno riguardato in sintesi: riduzione dello stress emotivo, dei disturbi fisici, un netto miglioramento della qualità della vita, maggior senso di generale benessere, ottimismo e autocontrollo.
Inoltre, alcuni studi empirici sulla personalità dei Meditatori (2005) hanno rilevato un aumento degli stati positivi e una diminuzione di quelli negativi.
È stato visto anche che i meditatori sono più spontanei, hanno una maggiore capacità di manifestare contatto, si accettano di più e hanno una più alta considerazione di sè sono più abili ad entrare in sintonia con un’altra persona inoltre mostrano di avere meno paura della morte.Anche se gli approcci mente-corpo sono stati studiati prevalentemente sugli adulti, si è visto che tali pratiche possono arrecare dei benefici anche in ambito pediatrico.
Il rapporto costo-efficacia della meditazione sembra essere l’aspetto più difficile da quantificare, anche se in alcuni casi si sono registrate delle consistenti diminuzioni di ricorso a visite mediche e prescrizioni farmacologiche.
In ogni caso, data la possibile presenza di effetti collaterali in alcuni pazienti (paura di perdere il controllo, angoscia, ansia, agitazione, senso di vulnerabilità, pensieri disturbanti, crampi, spasmi), che però possono essere a loro volta utilizzati a scopo terapeutico, è sempre consigliabile che la tecnica venga appresa con la supervisione di un professionista ben preparato (1983).
