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Si tratta di un fenomeno social. Il catfish (in italiano significa letteralmente “pesce gatto”) è una persona che chatta, si iscrive ai social e intrattiene relazioni spesso di natura sentimentale con altri utenti mantenendo però un’identità falsa. Il catfish si attribuisce caratteristiche radicalmente diverse da quelle che in realtà possiede.

La psicologia del catfish
Cos’è che spinge il catfish ad agire in questo modo? Si possono individuare vari motivi che portano a creare una falsa identità e a interagire tramite il web con altre persone:

La paura di non essere accettati
L’ insoddisfazione riguardo alla propria vita reale e la propria vera identità
La semplice noia.

Secondo diversi studi, l’utilizzo di una identità falsa porta in ogni caso un beneficio a livello psicologico: la possibilità di poter creare una figura immaginaria, che permetta di avere interazioni con altri, è certamente allettante e gratificante. Questo soprattutto per chi è insoddisfatto della propria condizione, magari perché non appartiene al sesso con cui si identifica o perché è affetto da una disabilità.

Del resto, i social network accentuano la naturale predisposizione delle persone a modificare alcuni aspetti della propria identità in senso pro-sociale, soprattutto se ciò può apportarci gratificazione. Questo è stato dimostrato in particolare da uno studio recente. In questa ricerca, i soggetti avevano consapevolezza di un divario tra il proprio sé reale e quello rappresentato sul web, di cui venivano sottolineati i punti di forza, nell’ottica di ottenere un maggior consenso sociale.

Chi sono le vittime? E come affrontare il catfishing?


Veniamo all’altro lato della medaglia: per ogni persona determinata a inventare una falsa identità, infatti, c’è almeno una vittima che, per ragioni complementari, è disposta a crederla vera, e a non notare incongruenze o vaghezze nell’interlocutore.


I catfish spesso fanno leva sulle insicurezze e le fragilità di chi si trova davanti a un profluvio di attenzioni e complimenti, rispetto ai quali si sente vulnerabile e dipendente. Di fronte a reticenze e incongruità, la vittima finisce col sigillare un patto implicito con il simulatore, con l’obiettivo di far perdurare il più a lungo possibile lo stato di benessere, che non si pensa possibile sperimentare su un piano più realistico. Si innesca così una vera è propria dipendenza affettiva.

Nel 2004, John Suler pubblicò su CyberPsychology & Behaviour un articolo in cui descrive un possibile prodromo a tale tendenza: quando siamo online, i filtri che di norma regolano la nostra comunicazione con il mondo esterno si lasciano andare, favorendo una maggiore disinibizione nelle relazioni. Tale effetto può portare a derive aggressive: basti pensare ai comportamenti offensivi dei cosiddetti leoni da tastiera, ma anche a una maggiore apertura agli altri e a sé stessi, che quindi permette di esprimersi più liberamente e interagire con gli altri a livello anche profondo.

Ad accomunare catfish e vittima ci sarebbe una bassa autostima, derivante probabilmente da un attaccamento insicuro. La persona particolarmente incline a dialogare con o attraverso account falsi o fake, traendone sensazioni piacevoli, ottiene spesso punteggi bassi per quanto riguarda autostima e autenticità in test appositi.

Come difendere gli adolescenti dal catfishing?


Secondo un’indagine condotta nel settembre 2020 da Kaspersky, in collaborazione con Giffoni Innovation Hub, il fenomeno del catfishing riguarda sempre più adolescenti e giovanissimi. Almeno 6 ragazzi su 10 hanno infatti incontrato nella loro vità online dei profili falsi sui social network, riuscendo comunque a identificarli come non autentici.

Quasi la metà di questo campione ha ammesso di non essere stata solo vittima del fenomeno, ma di averlo in qualche modo alimentato: il 44% degli intervistati, infatti, ha utilizzato almeno una volta nella propria vita dei profili falsi sui social (con differenze minime tra maschi e femmine). Molto spesso per divertimento, ma in alcuni casi anche per senso di vergogna e timidezza.

Ancora poco viene però fatto a livello scolastico, dove il fenomeno non è praticamente mai affrontato. Meno di un terzo dei giovani dichiara di averne parlato con i propri insegnanti: nel dettaglio il 32% delle ragazze contro il 25% dei ragazzi.

Proprio in questo senso sarebbe necessaria una maggiore attenzione sull’argomento, con la creazione di progetti che informino i ragazzi sulle minacce presenti in rete. Queste iniziative andrebbero condotte non solo tra i banchi di scuola, ma anche in casa per promuovere un uso più responsabile dei media device e delle nuove tecnologie tra giovani e giovanissimi.

Catfishing: le ragazze le più attente


Sono soprattutto le ragazze a essere informate sul tema catfishing. Il 62% conosce il fenomeno, contro il 43% dei giovani maschi.

Non solo più informate su questo fronte, ma anche più sensibili. Quasi tre/quarti delle ragazze (il 73%) ritiene sia fondamentale sapere con chi si sta chattando realmente. Una percentuale che si abbassa al 50% nella controparte maschile del campione.

Secondo gli intervistati sarebbe soprattutto la paura del giudizio a spingere gli utenti a creare profili falsi. Il 22% dei giovani ritiene sia la vergogna per il proprio aspetto fisico ad alimentare il fenomeno del catfishing, una convinzione che appartiene tanto ai maschi (23%) quanto alle femmine (21%)

Catfishing: tra falso sé e insicurezza


Molto spesso, la risposta più diffusa di fronte a questo fenomeno è l’incredulità o addirittura il biasimo, sia per chi la perpetra attivamente sia per chi la subisce. Ma è bene ricordare che chi costruisce relazioni di questo tipo è sempre una persona che si trova in gravi difficoltà emotive, e vive un acuto senso di vergogna per il proprio sé e per le proprie azioni (anche per questo la diffusione del fenomeno è ampiamente sottostimata).

L’individuo che ne è interessato sta probabilmente sperimentando una deriva estrema e negativa del cosiddetto falso sé.

Autori come Donald Winnicott e Carl Rogers hanno elaborato e definito tale termine dagli anni ’50 del secolo scorso: si tratterebbe di una sorta di maschera sociale, una dimensione che l’individuo utilizza per essere accettato dal mondo circostante e per nascondere il proprio vero sé. Quest’ultimo normalmente domina la personalità ma, in alcuni soggetti, può fuoriuscire dai propri limiti fino a portare nei casi estremi a una condizione psicopatologica.

Chi arriva a intrecciare relazioni sentimentali usando questa falsa proiezione di sé è sicuramente a uno stadio di questo tipo, e necessiterebbe di un aiuto per uscire da una dimensione dove il falso e il vero si incrociano e la menzogna è all’ordine del giorno.

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