da Dr.ssa Ilaria Bellavia
In un’epoca dominata dall’imperativo della performance e dalla “dittatura della felicità” a tutti i costi, ammettere di provare un senso di vuoto o di essere intrappolati in schemi ripetitivi può sembrare un fallimento. Al contrario, fermarsi a guardare dentro di sé è l’atto più sovversivo e vitale che si possa compiere.
La psicoterapia psicoanalitica contemporanea non è un reperto del passato, ma uno strumento di precisione per navigare la complessità del presente. Non si occupa solo di “aggiustare” ciò che non funziona, ma di restituire a ogni individuo la paternità della propria storia.
1. La Trappola della Soluzione Rapida
Siamo abituati a risolvere tutto con un “click” o una pillola. Tuttavia, il malessere psicologico spesso non è un guasto tecnico, ma un segnale di protesta del nostro mondo interno. Ignorarlo o metterlo a tacere con strategie superficiali significa condannarsi a vederlo riemergere sotto altre forme: ansia, insonnia, conflitti relazionali o un persistente senso di inautenticità.
Come afferma efficacemente lo psicoanalista e psichiatra Vittorio Lingiardi (2024):
“La salute mentale non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di abitarlo. Curarsi significa smettere di essere spettatori passivi del proprio malessere per diventarne, gradualmente, i narratori.”
2. Oltre il Sintomo: La Ricerca del Significato
La forza dell’approccio psicoanalitico risiede nella sua capacità di andare in profondità. Mentre altri approcci si concentrano sulla modifica del comportamento, la psicoanalisi si chiede: Perché questo comportamento è nato? Quale funzione sta svolgendo per me oggi?
Prendere consapevolezza significa capire che molti dei nostri “blocchi” sono in realtà vecchie soluzioni che abbiamo adottato per sopravvivere a situazioni passate, ma che oggi sono diventate prigioni.
“Il lavoro psicoanalitico non serve a diventare ‘perfetti’, ma a diventare più veri. Si tratta di recuperare quelle parti di sé che abbiamo dovuto nascondere o sacrificare per compiacere gli altri o per paura di non essere amati.” — Jonathan Shedler (2023), ricercatore di spicco nel campo dell’efficacia della terapia psicodinamica.
3. La Relazione che Trasforma
Fare un lavoro su di sé non è un esercizio solitario. La bellezza della psicoterapia risiede nell’incontro tra due persone. In questo spazio protetto e privo di giudizio, si crea una relazione unica che funge da “palestra emotiva”. Ciò che accade nella stanza di terapia riflette ciò che accade fuori, offrendo l’opportunità irripetibile di osservare le proprie dinamiche relazionali in tempo reale e di modificarle.
Investire in un percorso analitico significa sviluppare una strategia metodologica interiore: imparare a sfruttare anche gli “errori” o le crisi come occasioni di crescita lavorativa e personale, trasformando la sofferenza in risorsa.
4. Un Investimento a Lungo Termine
Le neuroscienze moderne confermano ciò che la psicoanalisi sostiene da sempre: il cervello è plastico e le relazioni profonde possono cambiare la nostra struttura biologica ed emotiva. Un percorso di consapevolezza non offre solo un sollievo immediato, ma costruisce una struttura interna solida capace di reggere le urti della vita futura.
Conclusione: L’Invito al Viaggio
Iniziare una psicoterapia non significa “essere malati”, ma avere il desiderio di vivere una vita che sia davvero la propria. È un impegno verso se stessi, verso la propria capacità di amare, lavorare e godere della propria esistenza.
Il dolore che provi potrebbe essere la porta d’accesso a una versione di te più libera, integrata e consapevole. Non è mai troppo tardi per iniziare a scriverne il capitolo successivo.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Ci sono momenti in cui diciamo di voler essere felici…
e subito dopo facciamo qualcosa che va esattamente nella direzione opposta.
Iniziamo una relazione e la roviniamo.
Otteniamo un successo e lo svalutiamo.
Ci avviciniamo a qualcosa di buono… e scappiamo.
Perché?
La psicoanalisi offre una chiave di lettura profonda e sorprendentemente attuale: dentro di noi agiscono due forze fondamentali, che Freud chiamò pulsione di vita (Eros) e pulsione di morte (Thanatos).
Comprenderle significa iniziare a capire perché a volte siamo i primi nemici di noi stessi.
Che cos’è la pulsione di vita?
La pulsione di vita è la forza che ci spinge a:
- creare legami
- costruire relazioni
- generare progetti
- cercare piacere
- crescere e svilupparci
È ciò che ci orienta verso l’amore, il desiderio, la creatività, la cura.
È l’energia che ci fa investire nel lavoro, negli affetti, nella conoscenza.
Quando Eros è in equilibrio, sentiamo vitalità, motivazione, desiderio di costruire.
Che cos’è la pulsione di morte?
La pulsione di morte non è semplicemente “desiderio di morire”.
È molto più sottile.
È la tendenza inconscia a:
- ripetere situazioni dolorose
- distruggere ciò che è buono
- sabotare il successo
- spegnere il desiderio
- tornare a uno stato di immobilità
Si manifesta nella ripetizione di relazioni tossiche, nell’autosvalutazione cronica, nelle scelte autodistruttive, nell’apatia che spegne ogni slancio.
Non è una scelta consapevole.
È una dinamica inconscia.
Quando le due pulsioni si intrecciano
Nessuno di noi è solo vita o solo distruzione.
Le due forze convivono e si intrecciano continuamente.
Il problema nasce quando la pulsione di morte prende il sopravvento, spesso sotto forma di:
- perfezionismo paralizzante
- senso di colpa eccessivo
- autosabotaggio
- incapacità di tollerare la felicità
E qui la psicoterapia diventa uno spazio fondamentale.
Una vignetta clinica: “Ogni volta che sto bene, succede qualcosa”
Marco (nome di fantasia), 32 anni, arriva in terapia dicendo:
“Non capisco cosa mi succede. Quando finalmente le cose vanno bene, mi viene ansia. E finisco per rovinare tutto.”
Aveva appena ottenuto una promozione importante.
Subito dopo ha iniziato a dormire male, a procrastinare, a litigare con la compagna.
Lavorando insieme, emerge un punto cruciale:
nella sua storia familiare il successo era accompagnato da invidia e critiche.
“Chi si monta la testa viene ridimensionato.”
Il suo inconscio aveva imparato una regola silenziosa:
stare troppo bene è pericoloso.
Così la pulsione di morte interveniva a “protezione”, sabotando il successo prima che potesse far male.
Non era debolezza.
Era un conflitto interno non elaborato.
Un’altra vignetta: “Scelgo sempre uomini che mi trattano male”
Sara (nome di fantasia), 28 anni, racconta:
“So che non dovrei, ma mi innamoro sempre di uomini emotivamente indisponibili.”
A livello razionale desiderava una relazione stabile.
A livello inconscio, però, l’amore era legato all’assenza e alla frustrazione, esattamente come nella sua infanzia.
La pulsione di vita la spingeva verso la relazione.
La pulsione di morte la guidava verso la ripetizione del dolore conosciuto.
La terapia ha permesso di rendere visibile questo schema, e lentamente qualcosa ha iniziato a cambiare: non la volontà, ma il modo di desiderare.
Perché ripetiamo ciò che ci fa soffrire?
Freud parlava di “coazione a ripetere”:
tendiamo a riprodurre situazioni dolorose perché l’inconscio tenta di dominarle retroattivamente.
È un paradosso:
ripetiamo il trauma nel tentativo di risolverlo.
Ma senza consapevolezza, la ripetizione diventa prigione.
La psicoterapia come spazio tra Eros e Thanatos
Nel percorso psicoanalitico accade qualcosa di molto delicato:
- ciò che era agito diventa pensato
- ciò che era ripetuto diventa narrabile
- ciò che era distruttivo può trasformarsi
La relazione terapeutica offre un’esperienza nuova:
non giudicante, stabile, contenitiva.
E dentro questa esperienza, la pulsione di vita può trovare più spazio.
Non si elimina la pulsione di morte.
La si integra.
La si comprende.
La si rende meno distruttiva.
Un segnale importante: ti è difficile tollerare la felicità?
Se ti riconosci in queste dinamiche:
- quando qualcosa va bene, provi ansia
- ti senti in colpa se stai meglio degli altri
- rovini relazioni appena diventano stabili
- minimizzi i tuoi successi
- ti senti “stranamente a disagio” quando sei felice
potrebbe esserci un conflitto profondo tra la tua parte vitale e quella autodistruttiva.
E non è un difetto.
È una storia che chiede di essere compresa.
Non si tratta di forza di volontà
Molte persone arrivano in studio dicendo:
“So cosa dovrei fare, ma non riesco.”
La psicoanalisi lavora proprio lì:
non sul “dovresti”, ma su ciò che inconsciamente ti trattiene.
Perché quando comprendiamo le nostre dinamiche profonde, non dobbiamo più combatterci.
Possiamo iniziare a sceglierci.
Un invito
Dentro ognuno di noi convivono Eros e Thanatos.
La domanda non è eliminarne uno, ma capire come dialogano dentro la nostra storia.
Se senti di ripetere schemi che ti fanno soffrire,
se ti accorgi di sabotare ciò che desideri,
se percepisci un conflitto interno che non riesci a spiegarti,
la psicoterapia può essere uno spazio sicuro dove dare senso a tutto questo.
Comprendere le proprie pulsioni non è un esercizio teorico.
È un atto di cura verso di sé.
E spesso è il primo passo per smettere di distruggere ciò che, in realtà, desideriamo profondamente.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover funzionare in fretta: relazioni, lavoro, immagine di sé. I social network ci mostrano versioni patinate della vita altrui, le app di produttività promettono efficienza costante, la cultura della performance ci spinge a “stare bene” il prima possibile. In questo scenario, sempre più persone – soprattutto giovani adulti e donne – arrivano in terapia con una sensazione ricorrente: «C’è qualcosa che non va in me, perché non riesco a stare al passo».
Eppure, dal punto di vista psicoanalitico, quella che oggi chiamiamo ansia, vuoto, insicurezza o blocco non è semplicemente un sintomo da eliminare. È spesso un messaggio. Un segnale che qualcosa, dentro, chiede ascolto.
Un disagio molto contemporaneo
Negli ultimi anni noto un aumento di pazienti che portano in seduta temi come:
- paura di non essere abbastanza (nel lavoro, nelle relazioni, come genitori);
- difficoltà a prendere decisioni importanti;
- relazioni affettive instabili o insoddisfacenti;
- senso di vuoto nonostante una vita “oggettivamente a posto”;
- stanchezza emotiva e mentale cronica.
Sono forme di sofferenza sottili, spesso invisibili all’esterno. Non sempre rientrano in una diagnosi precisa, e proprio per questo vengono minimizzate: «In fondo non mi manca niente, perché sto così male?».
La psicoanalisi contemporanea ci aiuta a leggere questo malessere come il prodotto di una tensione profonda tra ciò che sentiamo e ciò che crediamo di dover essere. Una tensione che nasce spesso molto presto, nelle prime relazioni affettive, e che oggi viene riattivata da un contesto sociale iper-esigente.
Perché non basta “pensare positivo”
Molti pazienti arrivano dopo aver già provato strategie razionali: libri di auto-aiuto, mindfulness, coaching, consigli di amici. A volte queste risorse aiutano, ma spesso il sollievo è temporaneo.
Questo accade perché il disagio non vive solo a livello conscio. Non è soltanto una questione di pensieri negativi da correggere. È legato a:
- conflitti emotivi inconsci;
- modalità relazionali apprese precocemente;
- bisogni affettivi rimasti senza risposta;
- parti di sé negate per adattarsi agli altri.
La terapia psicoanalitica lavora proprio qui: non per “aggiustare” la persona, ma per aiutarla a comprendere il senso profondo dei propri sintomi e trasformare il rapporto con se stessa.
Un intervento attuale: la psicoterapia psicoanalitica orientata al presente
Quando si parla di psicoanalisi, molti immaginano un percorso lungo, silenzioso, distante dalla vita quotidiana. In realtà, oggi esistono interventi psicoanalitici moderni, flessibili e profondamente radicati nei problemi attuali della persona.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio psicoanalitico che:
- parte dai problemi concreti del presente (relazioni, lavoro, crisi personali);
- tiene conto della storia affettiva, senza perdersi in ricostruzioni astratte;
- lavora sulla relazione terapeutica come spazio sicuro di esplorazione;
- aiuta a dare parole a emozioni confuse o non mentalizzate;
- favorisce cambiamenti reali nel modo di stare con se stessi e con gli altri.
Non si tratta di “scavare nel passato per forza”, ma di capire come il passato continua a vivere nel presente, spesso sotto forma di reazioni automatiche, paure sproporzionate o scelte che si ripetono.
Cosa cambia davvero in terapia
Molte persone temono che parlare dei propri problemi non serva a nulla. In realtà, quando il lavoro terapeutico è ben condotto, accadono trasformazioni profonde ma graduali:
- aumenta la capacità di riconoscere e regolare le emozioni;
- diminuisce l’autocritica distruttiva;
- si sviluppa una maggiore fiducia nelle proprie percezioni;
- le relazioni diventano meno dipendenti o più autentiche;
- si prende contatto con desideri rimossi o mai ascoltati.
Non è un percorso lineare né magico. È un processo di scoperta di sé che richiede tempo, ma che porta a una forma di libertà interna molto concreta: la possibilità di scegliere, invece di reagire sempre allo stesso modo.
Per chi può essere utile questo tipo di lavoro
Un percorso di psicoterapia psicoanalitica può essere particolarmente indicato se:
- ti senti spesso inadeguata, anche quando “fai tutto giusto”;
- vivi relazioni che ti fanno soffrire ma che non riesci a lasciare;
- provi ansia o tristezza senza una causa apparente;
- senti di esserti persa per adattarti alle aspettative degli altri;
- desideri capirti più a fondo, non solo stare meglio in superficie.
Non serve essere “gravi” per chiedere aiuto. La sofferenza non si misura in termini oggettivi, ma in quanto limita la tua possibilità di vivere in modo pieno.
Un invito gentile
Chiedere una consulenza psicologica non è un atto di debolezza, ma un gesto di responsabilità verso se stessi. È dire: «Merito di capirmi meglio. Merito uno spazio dove non devo funzionare, ma posso essere».
Se senti che qualcosa di ciò che hai letto risuona con la tua esperienza, forse è il momento di ascoltare quel segnale invece di zittirlo.
La terapia non promette felicità immediata, ma offre qualcosa di più solido: una relazione in cui puoi esplorare chi sei davvero, senza maschere e senza giudizio.
E da lì, passo dopo passo, può iniziare un cambiamento che non è solo sintomatico, ma profondamente tuo.