da Dr.ssa Ilaria Bellavia

I professionisti che si occupano di aiutare le persone in queste circostanze sono diversi e ciascuno di loro ha svolto un percorso formativo con peculiarità uniche, che sono proprie della specifica professione. Essi dispongono di conoscenze tecniche diverse attraverso le quali aiutano, sostengono o curano chi vive un disagio della sfera psicologica, emotiva o psichica.
Sono figure complementari, ciascuna ha cioè una sua area di competenza che può integrarsi a quella di un’altra, ma mai sostituirsi.
Lo Psicologo è un laureato in Psicologia che ha svolto il tirocinio pratico della durata di un anno e ha superato l’esame di stato. Solo dopo questi passaggi il laureato in psicologia è abilitato all’esercizio della professione di Psicologo. Può svolgere la sua attività nelle scuole, nelle aziende o in ambito sportivo. Si può occupare di diagnosi, sostegno e prevenzione o consulenze in situazioni di crisi o di cambiamento, quando però non sia evidente uno stato di psicopatologia. Lo psicologo svolge anche attività di ricerca o di didattica. Un successivo percorso di studi e di preparazione professionale permette a chi è psicologo di diventare Psicoterapeuta ed esercitare quindi la Psicoterapia.
Lo Psichiatra, invece, può essere esclusivamente un laureato in Medicina e Chirurgia, che ha superato l’esame di stato ed è iscritto all’Ordine dei Medici. Può essere specializzato in Psichiatria o avere acquisito la specifica di Psichiatra attraverso un percorso di attività clinica e di formazione valutato e riconosciuto dall’Ordine dei Medici.
Lo psichiatra è l’unica figura professionale che ha la competenza e il titolo per prescrivere i farmaci specifici per curare i Disturbi d’Ansia, la Depressione, il Disturbo Bipolare, la Schizofrenia o altre situazioni cliniche che richiedano una terapia farmacologica.
Essendo un medico, lo psichiatra, può inoltre diagnosticare quelle situazioni in cui i sintomi depressivi o ansiosi sono secondari a problemi tiroidei o di origine cardiaca o altre patologie mediche che possono generare sintomi di tipo psichico.
Lo psichiatra, secondo il suo orientamento (biologico/dinamico) e dell’approccio di cura che ha scelto, potrà curare con farmaci o con la psicoterapia. Ovviamente può anche avere completato una preparazione specifica in ambedue queste discipline. Potrà inoltre avvalersi della collaborazione di un collega psicoterapeuta nel caso non eserciti lui stesso questa professione.
da Dr.ssa Ilaria Bellavia
Invecchiamento Attivo: che cos’è?
Il 2012 è L’Anno Europeo dell’Invecchiamento Attivo e della Solidarietà, proclamato dall’Unione Europea.
Il concetto di Invecchiamento Attivo o Invecchiamento in Buona Salute è un concetto pentivo, caro non solo alla Medicina, ma anche agli Psicologi che si occupano di terza e quarta età.
Tutti noi sappiamo che la vita media si è notevolmente allungata grazie alle migliori condizioni generali di vita e anche grazie alla capacità di curare farmacologicamente molte malattie che in passato avrebbero portato alla morte.
In effetti, il concetto di Malattia Cronica o Degenerativa è relativamente recente e appunto riguarda quelle patologie che oggi possono essere controllate a lungo termine, allungando così le aspettative di vita. In passato la diagnosi di queste malattie era più rara ed era invece più frequente la morte a causa dell’impossibilità di fare fronte alle fasi acute e all’aggravamento di queste forme.
Se è sicuramente rassicurante sapere che oggi si può vivere più a lungo, desidero porre l’attenzione sul fatto che ciò che conta è assicurarsi una vecchiaia che non sia costellata da dolori cronici, da gravi limitazioni fisiche o mentali e dall’assunzione di una quantità impressionante di farmaci che devono controllare ogni sintomo manifestato da un organismo che va fisiologicamente incontro alla fine del suo ciclo di vita.
Quindi, per avere una buona vecchiaia, bisogna porre attenzione al proprio stile di vita con largo anticipo e mettere in atto tutta una serie di comportamenti e di accorgimenti che, speriamo, facciano della terza età un periodo degno di essere vissuto nonostante le sue complessità.
L’invecchiamento è legato innanzitutto al patrimonio genetico di ciascuno di noi anche se oramai è noto come si possa influire facilitando o inibendo l’espressione del patrimonio genetico, la scienza che tratta queste influenze è chiamata: Epigenetica.
Quindi proviamo a considerare l’insieme delle condotte di vita che possono influire positivamente rallentando e modulando i processi inevitabili dell’invecchiamento cerebrale e fisico, ricordandoci che il corpo influenza i pensieri e viceversa.
E’ essenziale mantenere vivi gli interessi e le buone e gratificanti relazioni, mettersi nella condizione di ricevere stimoli diversificati che mantengono agili le nostre capacità di elaborarli. Non chiudersi quindi in una routine ripetitiva, quasi automatica che non farà altro che farci considerare ogni diversificazione da essa come un pericolo o nella migliore delle ipotesi una scocciatura da evitare.
Ogni esperienza nuova ci tiene a contatto con il mondo e i suoi cambiamenti e ci impone almeno di conoscerli, di fare qualche riflessione e magari anche condividerla con chi ci sta vicino, potenziando le capacità ideative e relazionali.
E’ indispensabile rispettare il proprio corpo senza avere la miracolistica aspettativa che non vada accudito e curato e mantenuto in salute per rallentarne l’inevitabile deterioramento. Vuole dire riconoscere i messaggi che il nostro organismo ci invia e dargli il giusto significato, non minimizzare né sottostimare ciò che ci accade, limitandosi soltanto ad assumere farmaci che facciano scomparire i sintomi senza approfondire i motivi alla base della loro comparsa e attuare comportamenti preventivi.
Ad esempio, il movimento fisico ci permette di rimanere in contatto con un ambiente vitale e stimolante, sia che venga praticato in una centro sportivo o all’aria aperta.
Possiamo quindi dire che una buona vecchiaia si può costruire, almeno in parte.

da Dr.ssa Ilaria Bellavia

I DSA rappresentano ad oggi uno dei maggiori quadri nosografici di cui i clinici continuano a prendersi “cura”. Siamo costantemente a contatto con realtà difficili relative a giovani pazienti (bambini, pre adolescente, adolescenti, talvolta anche giovani adulti) che ci contattano per avere un ulteriore ragguaglio su quelle che sono le difficoltà più diffuse nell’epoca moderna.
Perchè proprio l’apprendimento viene chiamato in causa?
Nella Psicologia dello Sviluppo, numerosi studiosi tra cui J. Piaget, si sono occupati di sviluppo intellettivo e di apprendimento. Come clinici abbiamo seguito pedissequamente e fedelmente la risonanze teorico-cliniche che tali studi hanno avuto sulla nostra formazione.
Ci troviamo nei nostri studi alle prese con difficoltà emozionali legate al modo di apprendere il “nuovo” o ciò che fa parte di un caleidoscopio di conoscenze astratte e non. Gli adolescenti, talvolta ignari del significato profondo di una etichetta diagnostica, ci interpellano (o meglio i loro genitori) convinti che tutto ciò sia solo una perdita di tempo.
E invece, come clinici pensiamo, all’opposto, che prima si avvia un processo di presa in carico, prima si arriva ad una prevenzione di ulteriori aggravi che possono incidere sulla personalità del giovane paziente.
Perchè più figure professionali insieme allo Psicologo?
Indispensabile dunque monitorare l’intervento con l’ausilio di più figure professionali che agevolino il decorso dell’iter diagnostico. Lo Psicologo e Psicoterapeuta è in grado di occuparsi dell’area diagnostica, ma anche di quella relativa alla prognosi del giovane paziente. Molti adolescenti cominciano un percorso di Psicoterapia per capire a fondo i risvolti che derivano da una assunzione di consapevolezza di un quadro di DSA.
