Le persone sono in grado di “sentire” le emozioni non solo con la mente ma anche e spesso con il corpo. Sia che si tratti di una “sensazione intestinale” che qualcosa non è “a posto”, o una tensione che fa venire il mal di testa, la percezione e l’elaborazione delle emozioni è legata al corpo. E talvolta il corpo può persino trattenere sentimenti ed emozioni del passato.
Tradizionalmente la cultura occidentale tende a separare la mente e il corpo, relegando le emozioni solo nella mente. Tuttavia anche la ricerca più recente spiega come le emozioni siano influenzate dal benessere fisico e, ancor di più, come il corpo sia spesso il luogo in cui si esprimono emozioni e sentimenti.
Basti pensare a come, nel linguaggio comune, vengano utilizzate di frequente delle metafore che utilizzano il corpo per descrivere sentimenti e stati d’animo:
“Grava tutto sulle mie spalle”.
“Mi sta sullo stomaco”
“Non riesco a mandarla giù”.
“Tutto questo mi disgusta”.
“Al solo pensiero mi viene il mal di testa.”
“MI fa venire l’orticaria”
Tutte queste frasi descrivono esperienze emotive vissute attraverso sensazioni corporee. D’altro canto la frequenza cardiaca aumenta quando si ha paura, si è arrabbiati o addirittura quando si è innamorati. Il nostro respiro cambia prima che ci si renda conto che una qualche situazione sta provocando ansia. A volte non si è nemmeno consapevoli di essere sottoposti ad uno stress emotivo poiché lo stress si manifesta esclusivamente nel corpo.
Cosa fare
Se si avvertono sintomi fisici che potrebbero essere legati a motivazioni psicologiche:
Prenotare una visita presso il proprio medico: si tratta innanzitutto di escludere qualsiasi potenziale causa fisica;
Riflettere su nuovi fattori stressanti per vedere se è possibile stabilire una connessione tra i sintomi e alcune modifiche nella vita lavorativa, familiare o relazionale;
Cercare uno psicologo psicoterapeuta: se il disagio tende a manifestarsi con sintomi fisici, probabilmente c’è bisogno di un professionista con il quale iniziare una psicoterapia, meglio se a orientamento psicoanalitico.
Quando dopo un certo periodo di rapporti non protetti (almeno un anno se la donna non ha superato i 35 anni) il figlio tanto desiderato non arriva, è necessario prima di tutto escludere possibili cause fisiologiche in grado di rendere difficile il concepimento. Una visita dall’andrologo e un esame del liquido seminale per lui, dosaggi ormonali e visita ginecologica per lei rappresentano i primi passi per individuare eventuali anomalie. Per la donna potrebbe essere consigliabile anche un’isteroscopia per valutare la morfologia della cavità uterina. Nel caso in cui questi controlli mettano in luce qualche problema è bene rivolgersi a un centro specializzato in fisiopatologia della riproduzione. Iniziare un percorso di procreazione assistita è piuttosto impegnativo e il lungo elenco di esami cui sottoporsi può creare qualche difficoltà. In questi casi un buon supporto psicologico è senza dubbio fondamentale considerando anche il fatto che la percentuale di successo della FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento in utero degli embrioni) non è molto alta, visto che si aggira intorno al 30%.
Per molte coppie però il figlio desiderato non arriva senza una causa ben precisa della propria infertilità, senza una diagnosi specifica. In questi casi ci si ritrova a combattere una forte frustrazione, spesso si decide di non dire nulla nemmeno ai familiari più stretti, perdendo così la possibilità di condividere ansie e dubbi. L’infertilità poi, tende ad avere una serie di ripercussioni sulla coppia stessa, sulla sessualità in particolare e sulla relazione in generale.
Lo stress è uno dei fattori che incide in modo più evidente sulla fertilità femminile. Si pensi alle atlete in allenamento, ad alcune situazioni di stress lavorativo o a situazioni patologiche come l’anoressia: il primo segnale fisiologico che qualcosa non sta andando come dovrebbe è l’assenza del ciclo mestruale e quindi dell’ovulazione. Anche sull’uomo vi sono effetti dovuti allo stress, sebbene i meccanismi di azione dello stress sulla spermatogenesi siano meno chiari: in alcuni casi possono comunque verificarsi azoospermie o oligospermie transitorie. Meno chiari sono invece gli effetti dello stress sulla frequenza degli aborti o sul mancato impianto dell’embrione, sebbene sembri che tra i soggetti che si sottopongono a fecondazione assistita, in quelli più stressati si verifichi un’attivazione dei linfociti correlata ad un peggioramento del risultato, che confermerebbe il ruolo del sistema immunitario nell’impianto dell’embrione.
E comunque se è vero che lo stress può compromettere la fertilità, è anche vero che le stesse procedure di fecondazione assistita sono senza dubbio una ulteriore e importante fonte di stress. Quindi lo stress dovuto all’infertilità si somma a stress dovuto alle procedure: in questi casi poi è la donna ad essere sottoposta alla pressione maggiore, sia perché le pratiche mediche sono piuttosto invasive che per quel desiderio di gravidanza che spesso è altra cosa rispetto al desiderio di avere un figlio.
La componente psichica entra quasi sempre in gioco nell’infertilità, soprattutto quando non si riescono a individuare delle cause fisiche ben precise. Secondo uno studio della Emory University di Atlanta la principale causa di infertilità femminile dovuta ad amenorrea potrebbe essere proprio lo stress ed in questi casi la psicoterapia sembra fondamentale. Inoltre la psicoterapia è risultata utile anche per le pazienti che non riuscivano a rimanere incinte a causa di livelli troppo bassi di progesterone, l’ormone che permette la creazione di condizioni adatte alla fecondazione.
Ad ogni modo un adeguato supporto psicologico può aiutare anche ad affrontare un fallimento: una fecondazione in vitro fallita richiede l’elaborazione di un lutto, per un figlio che non esiste: non si tratta di un aborto ma di una fantasia che viene meno dopo lunghi mesi di speranze e tentativi. Purtroppo da un lato ci sono le nuove tecniche che creano molte aspettative e dall’altro c’è spesso la sterilità, che può avere ragioni complesse da individuare, dolorose e difficili da accettare.
Il pregiudizio nella società è qualcosa di variabile ed è soggetto a fluttuazioni di varia intensità: i motivi per cui questo avviene non sono sempre facilmente individuabili. Oltre a questo c’è da considerare che più si sperimentano tensioni sociali e politiche, più ci si sente vicini a chi è simile a sé (in psicologia sociale: “ingroup”) mentre si diventa più ostili e sospettosi verso coloro che sono “diversi” (in psicologia definiti come “outgroup”).
L’ansia ad esempio spinge ad identificarsi maggiormente con gli ingroup limitando le interazioni con persone che sono percepite come non simili a sé. Se si soffre di insicurezze personali, questo fenomeno può essere intensificato e può portare a pregiudizi distruttivi nei confronti di coloro che sono percepiti come “altro”, come “diverso”.
Poiché gli esseri umani sono esseri sociali, si tende a trovare la sicurezza nei gruppi, tra chi è più simile a sé: innanzitutto con i genitori e fratelli e poi con gruppi al di fuori della famiglia, come con i propri concittadini, con gli appartenenti delle comunità religiose ecc. Quando c’è tensione tra i gruppi, l’appartenenza ad un gruppo aiuta a sentirsi più al sicuro. Basti pensare ad un animale isolato in natura: è più vulnerabile dei suoi simili che rimangono all’interno della mandria di bufali, e può diventare ben presto preda dei leoni.
Proprio come gli animali, gli esseri umani si rivolgono ai propri ingroup per trovare sicurezza durante i periodi di ansia. Quando aumenta l’ansia tra i gruppi, si verifica uno spostamento psicologico: si inizia a sperimentare se stessi come membri di un gruppo più che come individui separati. Si tende inoltre a percepire i membri outgroup semplicisticamente come membri outgroup, piuttosto che considerarli per la loro individualità.
L’esperienza di sentirsi pienamente parte del proprio gruppo sociale è ben descritta nel film “Lettere da Iwo Jima” di Clint Eastwood, quando ad un generale viene chiesto “Come ti sentiresti se l’America e il Giappone entrassero in guerra?“. Lui risponde: “Se ciò dovesse accadere, farei il mio dovere verso il mio paese … Dovrei seguire le mie convinzioni.” Il suo interlocutore allora gli chiede, “Vuoi dire che dovresti seguire le tue convinzioni o le convinzioni del tuo paese? “, e lui risponde: ” Non sono la stessa cosa? “
Un senso cronico di vulnerabilità e insicurezza quindi spinge verso una forte identificazione con il proprio gruppo di appartenenza anche quando non c’è una chiara tensione tra il proprio gruppo e gli altri. La propria insicurezza personale viene percepita come una mancanza di sicurezza per tutto il proprio gruppo di appartenenza e un attacco al proprio gruppo è vissuto come un attacco personale rivolto a se stessi.
Questa percezione di sentirsi in pericolo come gruppo spinge a mantenere un’alleanza con i membri del proprio gruppo e a rifiutare i membri esterni al gruppo, che finiscono con l’essere percepiti come veri e propri nemici.
Come si possono ridurre i pregiudizi?
Come animali sociali gli esseri umani hanno bisogno di un sano equilibrio tra il proprio senso di individualità e il senso di appartenenza: il pregiudizio è la perdita di quel sano equilibrio. Alcuni modi per promuovere questo sano equilibrio possono essere:
Educare continuamente sul concetto di sviluppo dell’identità e sui pericoli del pensiero “noi contro di loro”, segno che in qualche modo si è perso il punto di equilibrio tra individualità e senso di appartenenza.
Aiutare i giovani a comprendere i pericoli insiti nel percepire gli individui come semplici membri di un gruppo piuttosto che come individui distinti nonché insegnare loro ad apprezzare i benefici di una società complessa e diversificata.
Comprendere che è proprio l’apertura verso le relazioni personali che aiuta a rafforzare la propria autostima e i sentimenti di sicurezza personale, i quali a loro volta aiutano a non incorrere nei pregiudizi.
I leader politici dovrebbero evitare di cavalcare i timori suscitati da quelle condizioni sociali che producono e favoriscono l’ansia (ad esempio un andamento negativo dell’economia o l’aumento delle tensioni tra gruppi etnici): i leader politici hanno una grande responsabilità in questo ambito e purtroppo molto spesso non la usano come dovrebbero.
Quando si pensa al pregiudizio generalmente si tende a concentrarsi su come un individuo o gruppo percepisce i membri di un gruppo differente. Ma il pregiudizio potrebbe essere influenzato da come ci si identifica con il proprio gruppo piuttosto che dalle percezioni dell’altro. Mantenere un sano equilibrio tra la propria individualità e la propria identificazione con i gruppi è fondamentale. Essere capaci di notare quando questo equilibrio si modifica può aiutare a capire cosa si sta realmente e profondamente provando (forse ansia? Forse insicurezza?) e questo permetterebbe di tollerare le differenze in una società e un mondo sempre più complessi e differenziati.
Ciò che immaginiamo – che pensiamo di udire o vedere “nella nostra testa” – può alterare la nostra percezione della realtà. A dimostrarlo è uno studio condotto da due ricercatori del Karolinska Institut, Christopher Berger e H. Henrik Ehrsson, che ne descrivono i risultati in un articolo pubblicato sulla rivista “Current Biology”.
“Spesso pensiamo a ciò che immaginiamo e a ciò che percepiamo come a cose chiaramente differenziabili”, si asserisce nell’articolo. “Tuttavia, la nostra immaginazione di un suono o di una forma cambia il modo in cui percepiamo il mondo intorno a noi esattamente come se avessimo udito o visto realmente qualcosa.”
In questo studio i ricercatori hanno dimostrato l’esistenza di questo effetto nelle interazioni multisensoriali, quel fenomeno – pressoché onnipresente nelle nostre percezioni – per il quale le informazioni provenienti dai diversi sensi vengono integrate per darci un quadro più preciso di ciò che ci sta di fronte.
La ricerca è stata condotta modificando leggermente alcuni classici esperimenti per lo studio dell’influenza di una modalità percettiva su un’altra, influenza che, com’è noto, può dare origine a vere e proprie illusioni, come quando abbiamo l’impressione che a parlare sia il pupazzo che muove la bocca e non il ventriloquo che tiene la bocca chiusa.
Così, mentre in un classico esperimento sull’interazione fra modalità sensoriali diverse vengono mostrate su uno schermo due sfere colorate che si muovono in direzioni opposte, per far udire ai soggetti un suono appena prima, durante o subito dopo l’incontro delle sfere, in un loro esperimento ma Berger e Ehrsson hanno chiesto ai soggetti di immaginare solamente il suono. Successivamente veniva domandato loro di descrivere che cosa avevano visto sullo schermo.
E’ risultato che secondo il 60 per cento circa di quanti avevano immaginato il suono nell’istante dell’incontro, le due sfere si erano scontrate per poi rimbalzare nella direzione opposta, una percentuale quasi identica a quella che si ottiene somministrando realmente lo stimolo sonoro.
Lo scontro era visto anche da quasi il quaranta per cento, di quanti avevano dovuto immaginare il suono appena prima dell’incontro. Secondo la grande maggioranza delle persone che avevano immaginato il suono dopo l’incontro o alle quali era stato solo chiesto di osservare il monitor diceva invece che le sfere erano passate una dietro all’altra. Anche in tutti questi casi le percentuali corrispondevano perfettamente a quelle riscontrabili negli esperimenti in cui lo stimolo è reale e non immaginario.
La iperprotettività dei genitori nei confronti dei figli è ormai considerata una anomalia dell’epoca moderna.
In più non rende autonomi, procrastina uno dei momenti più importanti della vita di ciascuno di noi, ovvero lo svincolo dalle figure parentali. Perché è così difficile far capire questo ad un genitore, quali ansie scatena questo tipo di situazione?
I genitori iperprotettivi sono tendenzialmente persone che non riescono a percepire il figlio come staccato da sé, ma piuttosto lo considerano una estensione del sè. Il processo di separazione-individuazione, da parte del figlio, necessita di un clima adeguato, nel quale effettivamente non si rallenti questa fase di individuazione del sé dell’adolescente.
Quali cause alla base di queste difficoltà genitoriali?
Genitori con storie personali difficili o con fragilità profonde rendono, spesse volte, difficoltosa la fase di svincolo da parte dei figli. La vulnerabilità del genitore presenta spesso un quadro ricorrente di certi sintomi:
ansia, paura della solitudine, scarsa autostima, sentimenti di perdita, senso di smarrimento.
Devi fare una presentazione in pubblico e sei già andato in ansia qualche giorno prima?
Devi affrontare un importante esame o colloquio di lavoro e hai paura di apparire insicuro e poco incisivo?
Allora la prima cosa che puoi fare per affrontare qualsiasi performance importante della tua vita è quella di affrontarla con la postura giusta.
Prova ad immaginare di salire su un palco oppure di entrare nella sala riunioni per fare un colloquio con la schiena ricurva e la testa prevalentemente rivolta verso il basso. Che tipo di impressione stai dando al tuo pubblico (che sia esso una platea o anche solo una persona che ti sta per fare un colloquio)? Beh, di sicuro alla postura appena descritta manca soltanto la scritta LOSER (perdente) sulla fronte e poi sarebbe perfetta. È tipico delle persone sotto stress o delle persone con bassa autostima, incurvarsi e ingobbirsi assumendo una postura scorretta.
Se le convinzioni mentali aiutano moltissimo nel prepararsi e affrontare le performance, la postura influenza le convinzioni mentali e, di conseguenza, le nostre performance.
Per questo motivo è utile assumere una postura sicura ma, allo stesso tempo non sfacciata, durante le performance.
Inoltre, per poter respirare bene e a pieni polmoni è fondamentale che tu assuma una postura dritta. Solo in questo modo i tuoi polmoni potranno avere lo spazio giusto per riempirsi di ossigeno e per rinvigorire tutto l’organismo.
Pensa ad uno sportivo che vince! Può essere un corridore, un ciclista, un pallavolista, un calciatore, ecc. Quale postura assumerà appena avrà vinto?
Sono pronta a scommettere che tu abbia azzeccato il quesito immaginandoti lo sportivo con le braccia alzate in segno di vittoria e una faccia soddisfatta, magari mentre urla di gioia.
Ecco, quella è la tipica postura di colui che ha appena vinto qualcosa, che sia un incontro sportivo ma anche un gioco, una sfida o qualsiasi altra performance.
Ma cosa succede se assumiamo la postura del vincitore prima di una performance?
E’ stato svolto un esperimento per verificare se ci fossero differenze nella successiva performance che, in quel caso, era un colloquio di lavoro. I candidati sono stati suddivisi in due gruppi. Ad un gruppo è stato chiesto di assumere la posizione del vincitore per un paio di minuti, prima di iniziare il colloquio (ovviamente in un luogo privato come il bagno e non davanti ai selezionatori). Al gruppo di controllo non è stata data alcuna prescrizione prima di iniziare il colloquio.
I risultati sono stati incredibili perché, chi aveva assunto la posizione del vincitore prima di iniziare il colloquio, aveva avuto, statisticamente, una performance migliore rispetto a quelli che non avevano assunto quella posizione.
Questo perché, alzare le braccia al cielo in segno di vittoria è un tipo di postura che aumenta l’autostima e la motivazione e consente, quindi, di affrontare una qualsiasi performance con una marcia in più.
Fallo anche tu! Assumi per qualche minuto la postura del vincitore prima di qualsiasi performance, che sia essa un esame, una presentazione in azienda, un colloquio, un incontro importante, ecc.
In alternativa alla postura del vincitore, nell’esperimento si è notato che anche la postura del supereroe con le mani appoggiate sui fianchi ha un buon effetto sulle performance.