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Navigare l’Invisibile: Perché la Psicoterapia Psicoanalitica è l’Investimento più Contemporaneo che Puoi Fare

Navigare l’Invisibile: Perché la Psicoterapia Psicoanalitica è l’Investimento più Contemporaneo che Puoi Fare

In un’epoca dominata dall’imperativo della performance e dalla “dittatura della felicità” a tutti i costi, ammettere di provare un senso di vuoto o di essere intrappolati in schemi ripetitivi può sembrare un fallimento. Al contrario, fermarsi a guardare dentro di sé è l’atto più sovversivo e vitale che si possa compiere.

La psicoterapia psicoanalitica contemporanea non è un reperto del passato, ma uno strumento di precisione per navigare la complessità del presente. Non si occupa solo di “aggiustare” ciò che non funziona, ma di restituire a ogni individuo la paternità della propria storia.

1. La Trappola della Soluzione Rapida

Siamo abituati a risolvere tutto con un “click” o una pillola. Tuttavia, il malessere psicologico spesso non è un guasto tecnico, ma un segnale di protesta del nostro mondo interno. Ignorarlo o metterlo a tacere con strategie superficiali significa condannarsi a vederlo riemergere sotto altre forme: ansia, insonnia, conflitti relazionali o un persistente senso di inautenticità.

Come afferma efficacemente lo psicoanalista e psichiatra Vittorio Lingiardi (2024):

“La salute mentale non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di abitarlo. Curarsi significa smettere di essere spettatori passivi del proprio malessere per diventarne, gradualmente, i narratori.”

2. Oltre il Sintomo: La Ricerca del Significato

La forza dell’approccio psicoanalitico risiede nella sua capacità di andare in profondità. Mentre altri approcci si concentrano sulla modifica del comportamento, la psicoanalisi si chiede: Perché questo comportamento è nato? Quale funzione sta svolgendo per me oggi?

Prendere consapevolezza significa capire che molti dei nostri “blocchi” sono in realtà vecchie soluzioni che abbiamo adottato per sopravvivere a situazioni passate, ma che oggi sono diventate prigioni.

“Il lavoro psicoanalitico non serve a diventare ‘perfetti’, ma a diventare più veri. Si tratta di recuperare quelle parti di sé che abbiamo dovuto nascondere o sacrificare per compiacere gli altri o per paura di non essere amati.” — Jonathan Shedler (2023), ricercatore di spicco nel campo dell’efficacia della terapia psicodinamica.

3. La Relazione che Trasforma

Fare un lavoro su di sé non è un esercizio solitario. La bellezza della psicoterapia risiede nell’incontro tra due persone. In questo spazio protetto e privo di giudizio, si crea una relazione unica che funge da “palestra emotiva”. Ciò che accade nella stanza di terapia riflette ciò che accade fuori, offrendo l’opportunità irripetibile di osservare le proprie dinamiche relazionali in tempo reale e di modificarle.

Investire in un percorso analitico significa sviluppare una strategia metodologica interiore: imparare a sfruttare anche gli “errori” o le crisi come occasioni di crescita lavorativa e personale, trasformando la sofferenza in risorsa.

4. Un Investimento a Lungo Termine

Le neuroscienze moderne confermano ciò che la psicoanalisi sostiene da sempre: il cervello è plastico e le relazioni profonde possono cambiare la nostra struttura biologica ed emotiva. Un percorso di consapevolezza non offre solo un sollievo immediato, ma costruisce una struttura interna solida capace di reggere le urti della vita futura.

Conclusione: L’Invito al Viaggio

Iniziare una psicoterapia non significa “essere malati”, ma avere il desiderio di vivere una vita che sia davvero la propria. È un impegno verso se stessi, verso la propria capacità di amare, lavorare e godere della propria esistenza.

Il dolore che provi potrebbe essere la porta d’accesso a una versione di te più libera, integrata e consapevole. Non è mai troppo tardi per iniziare a scriverne il capitolo successivo.



Pulsione di vita e pulsione di morte: perché a volte sabotiamo ciò che desideriamo?

Pulsione di vita e pulsione di morte: perché a volte sabotiamo ciò che desideriamo?

Ci sono momenti in cui diciamo di voler essere felici…
e subito dopo facciamo qualcosa che va esattamente nella direzione opposta.

Iniziamo una relazione e la roviniamo.
Otteniamo un successo e lo svalutiamo.
Ci avviciniamo a qualcosa di buono… e scappiamo.

Perché?

La psicoanalisi offre una chiave di lettura profonda e sorprendentemente attuale: dentro di noi agiscono due forze fondamentali, che Freud chiamò pulsione di vita (Eros) e pulsione di morte (Thanatos).

Comprenderle significa iniziare a capire perché a volte siamo i primi nemici di noi stessi.


Che cos’è la pulsione di vita?

La pulsione di vita è la forza che ci spinge a:

  • creare legami
  • costruire relazioni
  • generare progetti
  • cercare piacere
  • crescere e svilupparci

È ciò che ci orienta verso l’amore, il desiderio, la creatività, la cura.
È l’energia che ci fa investire nel lavoro, negli affetti, nella conoscenza.

Quando Eros è in equilibrio, sentiamo vitalità, motivazione, desiderio di costruire.


Che cos’è la pulsione di morte?

La pulsione di morte non è semplicemente “desiderio di morire”.
È molto più sottile.

È la tendenza inconscia a:

  • ripetere situazioni dolorose
  • distruggere ciò che è buono
  • sabotare il successo
  • spegnere il desiderio
  • tornare a uno stato di immobilità

Si manifesta nella ripetizione di relazioni tossiche, nell’autosvalutazione cronica, nelle scelte autodistruttive, nell’apatia che spegne ogni slancio.

Non è una scelta consapevole.
È una dinamica inconscia.


Quando le due pulsioni si intrecciano

Nessuno di noi è solo vita o solo distruzione.
Le due forze convivono e si intrecciano continuamente.

Il problema nasce quando la pulsione di morte prende il sopravvento, spesso sotto forma di:

  • perfezionismo paralizzante
  • senso di colpa eccessivo
  • autosabotaggio
  • incapacità di tollerare la felicità

E qui la psicoterapia diventa uno spazio fondamentale.


Una vignetta clinica: “Ogni volta che sto bene, succede qualcosa”

Marco (nome di fantasia), 32 anni, arriva in terapia dicendo:

“Non capisco cosa mi succede. Quando finalmente le cose vanno bene, mi viene ansia. E finisco per rovinare tutto.”

Aveva appena ottenuto una promozione importante.
Subito dopo ha iniziato a dormire male, a procrastinare, a litigare con la compagna.

Lavorando insieme, emerge un punto cruciale:
nella sua storia familiare il successo era accompagnato da invidia e critiche.
“Chi si monta la testa viene ridimensionato.”

Il suo inconscio aveva imparato una regola silenziosa:
stare troppo bene è pericoloso.

Così la pulsione di morte interveniva a “protezione”, sabotando il successo prima che potesse far male.

Non era debolezza.
Era un conflitto interno non elaborato.


Un’altra vignetta: “Scelgo sempre uomini che mi trattano male”

Sara (nome di fantasia), 28 anni, racconta:

“So che non dovrei, ma mi innamoro sempre di uomini emotivamente indisponibili.”

A livello razionale desiderava una relazione stabile.
A livello inconscio, però, l’amore era legato all’assenza e alla frustrazione, esattamente come nella sua infanzia.

La pulsione di vita la spingeva verso la relazione.
La pulsione di morte la guidava verso la ripetizione del dolore conosciuto.

La terapia ha permesso di rendere visibile questo schema, e lentamente qualcosa ha iniziato a cambiare: non la volontà, ma il modo di desiderare.


Perché ripetiamo ciò che ci fa soffrire?

Freud parlava di “coazione a ripetere”:
tendiamo a riprodurre situazioni dolorose perché l’inconscio tenta di dominarle retroattivamente.

È un paradosso:
ripetiamo il trauma nel tentativo di risolverlo.

Ma senza consapevolezza, la ripetizione diventa prigione.


La psicoterapia come spazio tra Eros e Thanatos

Nel percorso psicoanalitico accade qualcosa di molto delicato:

  • ciò che era agito diventa pensato
  • ciò che era ripetuto diventa narrabile
  • ciò che era distruttivo può trasformarsi

La relazione terapeutica offre un’esperienza nuova:
non giudicante, stabile, contenitiva.

E dentro questa esperienza, la pulsione di vita può trovare più spazio.

Non si elimina la pulsione di morte.
La si integra.
La si comprende.
La si rende meno distruttiva.


Un segnale importante: ti è difficile tollerare la felicità?

Se ti riconosci in queste dinamiche:

  • quando qualcosa va bene, provi ansia
  • ti senti in colpa se stai meglio degli altri
  • rovini relazioni appena diventano stabili
  • minimizzi i tuoi successi
  • ti senti “stranamente a disagio” quando sei felice

potrebbe esserci un conflitto profondo tra la tua parte vitale e quella autodistruttiva.

E non è un difetto.
È una storia che chiede di essere compresa.


Non si tratta di forza di volontà

Molte persone arrivano in studio dicendo:

“So cosa dovrei fare, ma non riesco.”

La psicoanalisi lavora proprio lì:
non sul “dovresti”, ma su ciò che inconsciamente ti trattiene.

Perché quando comprendiamo le nostre dinamiche profonde, non dobbiamo più combatterci.
Possiamo iniziare a sceglierci.


Un invito

Dentro ognuno di noi convivono Eros e Thanatos.
La domanda non è eliminarne uno, ma capire come dialogano dentro la nostra storia.

Se senti di ripetere schemi che ti fanno soffrire,
se ti accorgi di sabotare ciò che desideri,
se percepisci un conflitto interno che non riesci a spiegarti,

la psicoterapia può essere uno spazio sicuro dove dare senso a tutto questo.

Comprendere le proprie pulsioni non è un esercizio teorico.
È un atto di cura verso di sé.

E spesso è il primo passo per smettere di distruggere ciò che, in realtà, desideriamo profondamente.


Vulnerabilità nell’era digitale: quando l’ansia non è un difetto ma un segnale

Vulnerabilità nell’era digitale: quando l’ansia non è un difetto ma un segnale

Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover funzionare in fretta: relazioni, lavoro, immagine di sé. I social network ci mostrano versioni patinate della vita altrui, le app di produttività promettono efficienza costante, la cultura della performance ci spinge a “stare bene” il prima possibile. In questo scenario, sempre più persone – soprattutto giovani adulti e donne – arrivano in terapia con una sensazione ricorrente: «C’è qualcosa che non va in me, perché non riesco a stare al passo».

Eppure, dal punto di vista psicoanalitico, quella che oggi chiamiamo ansia, vuoto, insicurezza o blocco non è semplicemente un sintomo da eliminare. È spesso un messaggio. Un segnale che qualcosa, dentro, chiede ascolto.

Un disagio molto contemporaneo

Negli ultimi anni noto un aumento di pazienti che portano in seduta temi come:

  • paura di non essere abbastanza (nel lavoro, nelle relazioni, come genitori);
  • difficoltà a prendere decisioni importanti;
  • relazioni affettive instabili o insoddisfacenti;
  • senso di vuoto nonostante una vita “oggettivamente a posto”;
  • stanchezza emotiva e mentale cronica.

Sono forme di sofferenza sottili, spesso invisibili all’esterno. Non sempre rientrano in una diagnosi precisa, e proprio per questo vengono minimizzate: «In fondo non mi manca niente, perché sto così male?».

La psicoanalisi contemporanea ci aiuta a leggere questo malessere come il prodotto di una tensione profonda tra ciò che sentiamo e ciò che crediamo di dover essere. Una tensione che nasce spesso molto presto, nelle prime relazioni affettive, e che oggi viene riattivata da un contesto sociale iper-esigente.

Perché non basta “pensare positivo”

Molti pazienti arrivano dopo aver già provato strategie razionali: libri di auto-aiuto, mindfulness, coaching, consigli di amici. A volte queste risorse aiutano, ma spesso il sollievo è temporaneo.

Questo accade perché il disagio non vive solo a livello conscio. Non è soltanto una questione di pensieri negativi da correggere. È legato a:

  • conflitti emotivi inconsci;
  • modalità relazionali apprese precocemente;
  • bisogni affettivi rimasti senza risposta;
  • parti di sé negate per adattarsi agli altri.

La terapia psicoanalitica lavora proprio qui: non per “aggiustare” la persona, ma per aiutarla a comprendere il senso profondo dei propri sintomi e trasformare il rapporto con se stessa.

Un intervento attuale: la psicoterapia psicoanalitica orientata al presente

Quando si parla di psicoanalisi, molti immaginano un percorso lungo, silenzioso, distante dalla vita quotidiana. In realtà, oggi esistono interventi psicoanalitici moderni, flessibili e profondamente radicati nei problemi attuali della persona.

Nel mio lavoro utilizzo un approccio psicoanalitico che:

  • parte dai problemi concreti del presente (relazioni, lavoro, crisi personali);
  • tiene conto della storia affettiva, senza perdersi in ricostruzioni astratte;
  • lavora sulla relazione terapeutica come spazio sicuro di esplorazione;
  • aiuta a dare parole a emozioni confuse o non mentalizzate;
  • favorisce cambiamenti reali nel modo di stare con se stessi e con gli altri.

Non si tratta di “scavare nel passato per forza”, ma di capire come il passato continua a vivere nel presente, spesso sotto forma di reazioni automatiche, paure sproporzionate o scelte che si ripetono.

Cosa cambia davvero in terapia

Molte persone temono che parlare dei propri problemi non serva a nulla. In realtà, quando il lavoro terapeutico è ben condotto, accadono trasformazioni profonde ma graduali:

  • aumenta la capacità di riconoscere e regolare le emozioni;
  • diminuisce l’autocritica distruttiva;
  • si sviluppa una maggiore fiducia nelle proprie percezioni;
  • le relazioni diventano meno dipendenti o più autentiche;
  • si prende contatto con desideri rimossi o mai ascoltati.

Non è un percorso lineare né magico. È un processo di scoperta di sé che richiede tempo, ma che porta a una forma di libertà interna molto concreta: la possibilità di scegliere, invece di reagire sempre allo stesso modo.

Per chi può essere utile questo tipo di lavoro

Un percorso di psicoterapia psicoanalitica può essere particolarmente indicato se:

  • ti senti spesso inadeguata, anche quando “fai tutto giusto”;
  • vivi relazioni che ti fanno soffrire ma che non riesci a lasciare;
  • provi ansia o tristezza senza una causa apparente;
  • senti di esserti persa per adattarti alle aspettative degli altri;
  • desideri capirti più a fondo, non solo stare meglio in superficie.

Non serve essere “gravi” per chiedere aiuto. La sofferenza non si misura in termini oggettivi, ma in quanto limita la tua possibilità di vivere in modo pieno.

Un invito gentile

Chiedere una consulenza psicologica non è un atto di debolezza, ma un gesto di responsabilità verso se stessi. È dire: «Merito di capirmi meglio. Merito uno spazio dove non devo funzionare, ma posso essere».

Se senti che qualcosa di ciò che hai letto risuona con la tua esperienza, forse è il momento di ascoltare quel segnale invece di zittirlo.

La terapia non promette felicità immediata, ma offre qualcosa di più solido: una relazione in cui puoi esplorare chi sei davvero, senza maschere e senza giudizio.

E da lì, passo dopo passo, può iniziare un cambiamento che non è solo sintomatico, ma profondamente tuo.

Ferite Invisibili: L’Arte Clinica del Trauma e della Riparazione

Ferite Invisibili: L’Arte Clinica del Trauma e della Riparazione

Sentirsi frammentati, costantemente in allerta o, al contrario, emotivamente anestetizzati, sono le tracce silenziose che un trauma lascia nel corpo e nella mente. Spesso il trauma viene confuso esclusivamente con l’evento catastrofico, ma la realtà clinica ci insegna che si tratta di qualcosa di più profondo: è un’interruzione del legame con se stessi e con il mondo circostante. Tuttavia, il trauma non rappresenta una condanna definitiva. È, piuttosto, una frattura che può essere riabilitata attraverso un processo di cura meticoloso e attento, capace di trasformare la sofferenza in una nuova forma di consapevolezza.

Il trauma agisce come un’interruzione dell’idioma personale. Christopher Bollas ci ha offerto una prospettiva preziosa in tal senso, suggerendo che ognuno di noi possiede una grammatica interiore unica, un modo irripetibile di organizzare l’esperienza e di abitare la propria vita. Quando l’ambiente esterno fallisce nel suo compito di protezione o quando un evento travolge le nostre difese, questo idioma si spezza. Ci ritroviamo allora a vivere in un mondo che sembra estraneo, dove il senso del sé appare smarrito. La terapia diventa dunque il luogo in cui questo linguaggio interrotto può essere ripreso e tradotto, permettendo al paziente di recuperare il filo della propria storia individuale.

Perché questa riparazione avvenga, è necessario uno spazio che non sia solo fisico, ma soprattutto emotivo e simbolico. Donald Winnicott ha dedicato gran parte della sua opera al concetto di ambiente facilitante e alla funzione di holding, ovvero la capacità del terapeuta di sostenere e contenere le angosce del paziente. Nel mio studio, l’obiettivo primario è costruire una relazione proficua che funga da contenitore sicuro. In questo spazio, il paziente può permettersi di deporre le armi della sopravvivenza e ricominciare a esistere autenticamente. La riparazione non avviene attraverso spiegazioni intellettuali, ma attraverso l’esperienza viva di essere visti, ascoltati e accolti in modo incondizionato, rispettando rigorosamente i ritmi di apprendimento e di guarigione di ciascuno.

Tuttavia, il trauma non risiede solo nei pensieri, ma si annida nelle fibre stesse del nostro essere. Pat Ogden ci ricorda che il corpo ricorda ciò che la mente a volte cerca di dimenticare. La tensione nelle spalle, l’incapacità di respirare profondamente o il senso di distacco fisico sono manifestazioni di una memoria traumatica che la parola da sola fatica a raggiungere. Integrare l’approccio sensomotorio significa imparare a leggere i segnali del sistema nervoso, calmare le risposte di attacco o fuga e ritrovare un senso di padronanza fisica. Riparare significa dunque abitare di nuovo la propria pelle, sentendosi finalmente a casa nel proprio corpo.

Il percorso di cura che propongo non mira a un semplice ritorno al passato, ma a una vera e propria evoluzione. Spesso, durante la terapia, possono emergere intoppi o dinamiche relazionali complesse: io scelgo di valorizzare questi momenti, sfruttando l’errore o la difficoltà come una fondamentale risorsa di crescita. Ogni dinamica che emerge nell’incontro tra terapeuta e paziente è un tassello prezioso per comprendere come ci relazioniamo con il mondo esterno e con le figure significative della nostra vita.

Intraprendere una psicoterapia significa darsi la possibilità di integrare le parti ferite con quelle sane, costruendo una versione di sé più solida e consapevole. Se senti che il peso delle esperienze passate sta limitando la tua libertà presente, sappi che esiste la possibilità di rimettere insieme i pezzi in un modo nuovo. La guarigione è un processo che richiede tempo e dedizione, ma è anche il viaggio più importante che un essere umano possa intraprendere verso la propria libertà.

Se desideri approfondire come queste prospettive cliniche possano tradursi in un percorso personalizzato per te, ti invito a contattarmi. Insieme potremo valutare le tue necessità e iniziare a costruire quel ponte verso una rinnovata serenità.

Emerging Adulthood: L’identità tra Crisi e Progetto

Emerging Adulthood: L’identità tra Crisi e Progetto

Ti senti bloccato in una terra di mezzo? Non sei più un adolescente, ma l’idea di essere un adulto fatto e finito ti sembra un abito di tre taglie troppo grande? Se la risposta è sì, sappi che non sei solo: stai attraversando quella che la psicologia definisce Emerging Adulthood.

In questo articolo esploreremo perché questa fase della vita, che va dai 18 ai 29 anni, è diventata così complessa e come la psicoterapia psicoanalitica può aiutarti a trasformare l’ansia per il futuro in una solida base per il tuo Sé.

Una fase di sospensione necessaria

L’Emerging Adulthood non è un semplice ritardo nel prendersi responsabilità, ma un vero e proprio spazio psichico di esplorazione. Come suggerito da Jeffrey Arnett, si tratta di un periodo di instabilità e grandi possibilità, dove il senso del sentirsi nel mezzo domina l’esperienza quotidiana.

Tuttavia, questa libertà può trasformarsi in angoscia. In ambito psicoanalitico, possiamo leggere questo periodo attraverso la lente della seconda individuazione. Se l’adolescenza è il momento del distacco fisico e pulsionale dai genitori, i vent’anni sono il tempo della separazione psichica e della costruzione di una progettualità autentica.

Il contributo della psicoanalisi: abitare l’incertezza

Per comprendere profondamente cosa accade in questi anni, è utile richiamare il pensiero di alcuni grandi autori che hanno esplorato i temi dell’identità e della crescita.

Erik Erikson, parlando dello sviluppo del Sé, descriveva la necessità di una moratoria psicosociale: un periodo durante il quale il giovane adulto è libero da impegni eccessivi e può sperimentare ruoli diversi prima di trovare una propria collocazione nel mondo. Erikson sottolineava che senza questa sperimentazione, il rischio è la confusione dei ruoli, un senso di smarrimento che rende difficile fare scelte durature.

D’altra parte, Donald Winnicott ci insegna l’importanza di passare dal senso di onnipotenza alla capacità di stare nella realtà. Per l’emerging adult, questo significa accettare che la scelta di una strada comporta necessariamente la rinuncia a tutte le altre. Come scriveva Winnicott:

È nel giocare, e soltanto nel giocare, che l’individuo, fanciullo o adulto, è in grado di essere creativo e di usare l’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé.

La terapia diventa quindi lo spazio del gioco dove l’errore non è un fallimento definitivo, ma un esperimento necessario per la crescita lavorativa e personale.

Il peso delle aspettative e il Sé autentico

Oggi i ventenni vivono una pressione senza precedenti. Franco Fornari parlava della funzione dei codici affettivi: il passaggio dal codice materno (dell’accoglienza e della protezione) al codice paterno (della regola, del limite e del lancio nel mondo). Molti giovani adulti faticano a integrare questi codici, restando prigionieri di un ideale dell’Io troppo elevato, alimentato dal confronto costante con i successi altrui visibili sui social media.

Massimo Recalcati definisce spesso la nostra epoca come il tempo dell’evaporazione del padre, ovvero la mancanza di testimoni che mostrino come si possa desiderare qualcosa e lottare per realizzarlo. Senza questi punti di riferimento, la progettualità nel curricolo di vita si frammenta in mille direzioni inconcludenti.

Perché intraprendere una psicoterapia psicoanalitica?

Molti giovani adulti arrivano in studio sentendosi indietro o schiacciati da dinamiche relazionali che non riescono a decifrare. Il mio approccio si focalizza su alcuni pilastri fondamentali:

  • Sviluppare una relazione proficua: creare un’alleanza terapeutica che rispetti i tuoi ritmi di apprendimento e di maturazione, senza imporre tappe forzate.
  • Sfruttare gli errori per la crescita: decodificare il senso di un blocco universitario o lavorativo per trasformarlo in una nuova consapevolezza.
  • Osservare le dinamiche relazionali: utilizzare strumenti differenziati per analizzare come il rapporto con le famiglie e i pari influenzi la tua autonomia.
  • Sviluppare strategie metodologiche inclusive: accogliere ogni parte di te, anche quella che si sente inadeguata o spaventata dalla transizione digitale e sociale del mondo odierno.

Verso un’indipendenza che non fa paura

L’obiettivo della terapia non è formattarti per essere produttivo secondo gli standard della società, ma aiutarti a diventare l’autore della tua storia. È un percorso di aggiornamento continuo del proprio mondo interno, necessario per relazionarsi positivamente con gli altri e con se stessi.

Se senti che la confusione su chi vuoi diventare ti impedisce di agire, intraprendere un percorso terapeutico può essere l’investimento più importante della tua giovinezza.

La maturità non è l’estinzione della giovinezza, ma la sua integrazione in una struttura più vasta.


Contatta lo studio per un primo colloquio

Ricevo nel mio studio a Firenze e online. Insieme possiamo lavorare sulla tua progettualità e costruire basi solide per la tua vita adulta.

Doppia diagnosi: comprendere e trattare la complessità clinica

Doppia diagnosi: comprendere e trattare la complessità clinica


Nel panorama clinico contemporaneo, i disturbi con doppia diagnosi rappresentano una delle sfide più complesse per psicoterapeuti, psichiatri e servizi territoriali. Con il termine “doppia diagnosi” si indica la co-presenza di un disturbo psichiatrico e di un disturbo da uso di sostanze nello stesso individuo. È una condizione molto più diffusa di quanto si creda: secondo il rapporto SAMHSA del 2022, oltre il 50% delle persone con disturbo da uso di sostanze presenta almeno un disturbo psichiatrico concomitante.

Dal punto di vista psicoanalitico, la doppia diagnosi non è semplicemente la somma di due entità cliniche, ma è un intreccio profondo tra funzionamento psichico, difese, storia evolutiva e relazione con l’oggetto droga. Questo articolo propone una lettura integrata del fenomeno, combinando dati scientifici e cornice psicoanalitica.

La doppia diagnosi, pur non essendo definita esplicitamente nel DSM-5, è considerata all’interno della più ampia categoria delle comorbilità psichiatriche. I disturbi più frequentemente associati ai disturbi da uso di sostanze includono disturbi depressivi, ansia, disturbo bipolare, disturbi di personalità (in particolare borderline e antisociale), disturbi psicotici e PTSD. Le ricerche evidenziano una relazione bidirezionale: i disturbi mentali aumentano la vulnerabilità all’uso di sostanze e, allo stesso tempo, le sostanze possono aggravare o addirittura innescare sintomi psichiatrici. Come sottolinea Volkow (2020), la comorbilità è la norma, non l’eccezione.

La prospettiva psicoanalitica aiuta a comprendere la funzione che la sostanza assume nel mondo interno del soggetto. Secondo Khantzian (1997), nella cosiddetta ipotesi dell’automedicazione, l’individuo utilizza la sostanza per modulare sofferenze psichiche difficilmente mentalizzabili: la cocaina può contrastare vissuti depressivi, l’alcol agire come sedativo, l’eroina come oggetto fusivo rassicurante. In una lettura winnicottiana, la sostanza diventa una difesa contro il rischio di crollo psichico descritto nel concetto di “fear of breakdown” (Winnicott, 1963). Bion (1962) offrirebbe un’altra chiave di lettura: un deficit della funzione alfa impedisce la trasformazione delle emozioni in pensabilità; quando il soggetto non riesce a mentalizzare, le sostanze forniscono un sollievo immediato che sostituisce la capacità di pensare.

Il trattamento della doppia diagnosi è complesso per vari motivi. Innanzitutto, tra disturbo mentale e dipendenza si crea un circolo vizioso: il primo alimenta la seconda e la seconda aggrava il primo. Inoltre, questi pazienti presentano spesso elevata impulsività, acting out, instabilità relazionale e tratti borderline, elementi che rendono difficile stabilire un’alleanza terapeutica stabile (Gregory et al., 2016). Sul piano psichico più profondo, la doppia diagnosi riflette spesso una struttura dell’identità fragile, con scissione, difficoltà di integrazione del Sé e oscillazioni affettive marcate. Anche i servizi contribuiscono alla difficoltà di presa in carico: molte realtà operano ancora separando i percorsi per le dipendenze da quelli per la salute mentale, con esiti frammentati (Drake e Mueser, 2011).

Le evidenze scientifiche convergono nel sostenere che il trattamento più efficace è quello integrato, ovvero un intervento simultaneo e coordinato sulla salute mentale e sulla dipendenza. Secondo Drake e colleghi, i migliori risultati si ottengono quando psicoterapia, trattamento delle dipendenze, interventi psicosociali e farmacoterapia (quando necessaria) sono organizzati in modo coerente. La psicoterapia psicodinamica, sebbene meno studiata, ha mostrato efficacia: Luborsky et al. (2002) evidenziano come sia comparabile agli interventi evidence-based in diversi disturbi, incluse le dipendenze.

Gli interventi psicoanalitici più recenti (Levine e Reed, 2020) suggeriscono la centralità di un lavoro specifico sulla funzione che la sostanza svolge nella vita psichica del paziente: regolazione degli affetti, difese immature, traumi precoci, identità instabile, difficoltà nella mentalizzazione e nella costruzione di legami affettivi stabili. In questo quadro, la relazione terapeutica diventa il principale polo regolativo, offrendo al paziente un’esperienza emotiva diversa dalla sostanza: non un’abolizione dell’affetto, ma la possibilità di contenerlo e pensarci.

Nella pratica clinica, un intervento psicoanalitico efficace con pazienti a doppia diagnosi richiede alcuni elementi fondamentali. È cruciale costruire un’alleanza solida e tollerante, capace di reggere acting out e possibili ricadute. Le interpretazioni devono essere graduali e calibrate: una lettura troppo precoce del funzionamento inconscio rischia di aumentare la disorganizzazione interna. È necessario esplorare ciò che la sostanza rappresenta nel mondo interno del paziente, quali funzioni difensive assolve e come si inserisce nella sua storia affettiva. La relazione terapeutica, in questo contesto, diventa una forma di regolazione alternativa e più matura rispetto alla dipendenza. È inoltre indispensabile lavorare con cautela su traumi e deficit evolutivi, soprattutto in caso di attaccamenti disorganizzati o esperienze precoci di neglect.

La doppia diagnosi richiede dunque un trattamento integrato, articolato e umano. La psicoterapia psicoanalitica, quando ben inserita in un percorso coordinato, può offrire un luogo trasformativo in cui la sostanza perde progressivamente la sua funzione salvifica e il paziente può costruire nuove modalità di regolazione emotiva, ricucire parti scisse del Sé e dare significato alla propria sofferenza. In un contesto clinico spesso dominato da protocolli e procedure, la psicoanalisi ricorda che ogni paziente con doppia diagnosi è un mondo unico e che il cuore del lavoro terapeutico resta la relazione: lenta, complessa, talvolta faticosa, ma profondamente generativa.


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