Infertilità, stress e fecondazione assistita

Quando dopo un certo periodo di rapporti non protetti (almeno un anno se la donna non ha superato i 35 anni) il figlio tanto desiderato non arriva, è necessario prima di tutto escludere possibili cause fisiologiche in grado di rendere difficile il concepimento. Una visita dall’andrologo e un esame del liquido seminale per lui, dosaggi ormonali e visita ginecologica per lei rappresentano i primi passi per individuare eventuali anomalie. Per la donna potrebbe essere consigliabile anche un’isteroscopia per valutare la morfologia della cavità uterina. Nel caso in cui questi controlli mettano in luce qualche problema è bene rivolgersi a un centro specializzato in fisiopatologia della riproduzione. Iniziare un percorso di procreazione assistita è piuttosto impegnativo e il lungo elenco di esami cui sottoporsi può creare qualche difficoltà. In questi casi un buon supporto psicologico è senza dubbio fondamentale considerando anche il fatto che la percentuale di successo della FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento in utero degli embrioni) non è molto alta, visto che si aggira intorno al 30%.

Per molte coppie però il figlio desiderato non arriva senza una causa ben precisa della propria infertilità, senza una diagnosi specifica. In questi casi ci si ritrova a combattere una forte frustrazione, spesso si decide di non dire nulla nemmeno ai familiari più stretti, perdendo così la possibilità di condividere ansie e dubbi. L’infertilità poi, tende ad avere una serie di ripercussioni sulla coppia stessa, sulla sessualità in particolare e sulla relazione in generale.

Lo stress è uno dei fattori che incide in modo più evidente sulla fertilità femminile. Si pensi alle atlete in allenamento, ad alcune situazioni di stress lavorativo o a situazioni patologiche come l’anoressia: il primo segnale fisiologico che qualcosa non sta andando come dovrebbe è l’assenza del ciclo mestruale e quindi dell’ovulazione. Anche sull’uomo vi sono effetti dovuti allo stress, sebbene i meccanismi di azione dello stress sulla spermatogenesi siano meno chiari: in alcuni casi possono comunque verificarsi azoospermie o oligospermie transitorie. Meno chiari sono invece gli effetti dello stress sulla frequenza degli aborti o sul mancato impianto dell’embrione, sebbene sembri che tra i soggetti che si sottopongono a fecondazione assistita, in quelli più stressati si verifichi un’attivazione dei linfociti correlata ad un peggioramento del risultato, che confermerebbe il ruolo del sistema immunitario nell’impianto dell’embrione.

E comunque se è vero che lo stress può compromettere la fertilità, è anche vero che le stesse procedure di fecondazione assistita sono senza dubbio una ulteriore e importante fonte di stress. Quindi lo stress dovuto all’infertilità si somma a stress dovuto alle procedure: in questi casi poi è la donna ad essere sottoposta alla pressione maggiore, sia perché le pratiche mediche sono piuttosto invasive che per quel desiderio di gravidanza che spesso è altra cosa rispetto al desiderio di avere un figlio.

La componente psichica entra quasi sempre in gioco nell’infertilità, soprattutto quando non si riescono a individuare delle cause fisiche ben precise. Secondo uno studio della Emory University di Atlanta la principale causa di infertilità femminile dovuta ad amenorrea potrebbe essere proprio lo stress ed in questi casi la psicoterapia sembra fondamentale. Inoltre la psicoterapia è risultata utile anche per le pazienti che non riuscivano a rimanere incinte a causa di livelli troppo bassi di progesterone, l’ormone che permette la creazione di condizioni adatte alla fecondazione.

Ad ogni modo un adeguato supporto psicologico può aiutare anche ad affrontare un fallimento: una fecondazione in vitro fallita richiede l’elaborazione di un lutto, per un figlio che non esiste: non si tratta di un aborto ma di una fantasia che viene meno dopo lunghi mesi di speranze e tentativi. Purtroppo da un lato ci sono le nuove tecniche che creano molte aspettative e dall’altro c’è spesso la sterilità, che può avere ragioni complesse da individuare, dolorose e difficili da accettare.