In psicologia, con il termine affettività ‒ che deriva dal latino affectus, a sua volta da afficere “impressionare, influenzare” ‒ si intende l’insieme dei fenomeni affettivi (sentimenti, emozioni, passioni ecc.) che caratterizzano le reazioni psichiche di un individuo. L’affettività è alla base della comunicazione umana e il suo sviluppo è una discriminante essenziale del benessere oppure del disadattamento psicologico. All’interno della tradizionale visione intellettualistica, caratterizzata dal dualismo corpo/mente, l’affettività è stata a lungo percepita come un’attività subordinata e contrapposta al pensiero cosciente. Gli studi di neurofisiologia, di psicologia e psicoanalisi hanno aperto nuove prospettive attraverso una serie di indagini volte a individuare la circolarità dinamica che connette la dimensione dell’affettività a quella della conoscenza e della coscienza. 

Aspetti legati alla psicopatologia

Le modificazioni dell’affettività si verificano indipendentemente da qualsiasi accertabile causa. La depressione e la maniacalità (v. mania) rappresentano i due poli estremi verso i quali, in condizioni patologiche, può orientarsi l’affettività; esse costituiscono i due aspetti opposti di una medesima malattia, la psicosi maniaco-depressiva o psicosi ciclotimica bipolare. Ciascuno dei due aspetti (molto più spesso quello depressivo) può periodicamente presentarsi isolato nella stessa persona; frequentemente però può essere sintomatico di diversi disturbi neuropsichiatrici (schizofrenia, epilessia, sindromi parkinsoniane, arteriosclerosi cerebrale, alcolismo, tumori frontali, psiconevrosi ossessive) e di molte malattie internistiche (tubercolosi, epatopatie, AIDS, artropatie, endocrinopatie) e può comparire in determinate circostanze ed epoche della vita (gravidanza, puerperio, menopausa, invecchiamento) e in molte situazioni, psicoreattivamente (lutto, stress acuti e cronici, pensionamento ecc.). 

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