Come diventare genitori consapevoli

La società contemporanea mette a dura prova genitori di giovani adolescenti. In realtà si impara a diventare genitori consapevoli, non lo si è per un dono naturale ma perchè ci si impegna nel quotidiano ad affrontare numerose diatrìbe.

La Psicologia contemporanea interviene là dove l’adulto ha perso ogni tipo di speranza e motivazione nei confronti della crescita del proprio figlio.

Dice Paola (una paziente con nome fittizio): ” Non trovo più la forza di giungere ad un compromesso, ha vinto lui (il figlio)! gli faccio fare quello che vuole, sono stufa di dover continuamente negoziare….”

La negoziazione è uno dei termini chiave che sento spesso riproporre da più parti. Sembra che si debba comunque trovare un punto intermedio per giungere ad un accordo e si è dunque perso ogni tipo di meccanismo regolatore delle esigenze del figlio.

Chi educa chi?

Si sono andate perdendo le coordinate basilari per l’accesso ad un percorso educativo, ovvero il genitore tende a fare l’amico,  il figlio (per fortuna) fa ancora il figlio ma su di un piano totalmente diverso rispetto a prima. Lo fa, facendosi carico di quelli che sono i “nuovi genitori”, coloro che per fragilità o immaturità non riescono a “tenere fermo” il loro ruolo di adulti/educatori, nonchè di persone coinvolte in un processo affettivo con i propri figli.

La psicologia clinica si basa dunque sulla comprensione profonda di queste difficoltà e del perchè, ai tempi moderni, si assista ad un meccanismo involutivo piuttosto che evolutivo del processo di attaccamento/accudimento, il quale non ha in realtà un termine.

In ogni uomo si nasconde un maltrattante?

In ogni uomo si nasconde un maltrattante?

La psicologia, che ha il pregio di non poter prescindere dagli individui, dalle loro relazioni, dalla loro mente, non può che rispondere: no, non in ogni uomo si annida un maltrattante. Non “tutti” gli esseri umani di genere maschile picchierebbero, umilierebbero o peggio ancora ucciderebbero le loro compagne. C’è un termine infatti che nelle sue diverse declinazioni proprio non appartiene alle teoria e alle prassi psicologiche ed è “tutti”. È impossibile per gli psicologi esplorare un fenomeno umano senza considerare le variabili relazionali, storiche, culturali e simboliche, e la violenza all’interno delle relazioni intime non fa eccezione.

In un’ottica psicologica, la differenza di genere è una variabile fondamentale che fornisce i contenuti e le modalità con cui la violenza può essere espressa e concepita da un uomo violento, ma non è la variabile da cui inequivocabilmente origina la violenza. Ed è questo il motivo per cui possiamo affermare che un essere umano non è violento perché è maschio.

Gli uomini, maschi, non sono “tutti” uguali, come non lo sono le donne e i bambini. Non lo sono in ogni loro espressione e comportamento. Non “tutti” amano allo stesso modo, mangiano allo stesso modo, camminano allo stesso modo, pensano allo stesso modo. Anche qui, ahimè, la violenza non fa eccezione, non “tutti” sono violenti allo stesso modo e non “tutti” sono mossi dalle stesse dinamiche interne.

Può succedere allora che gli autori di violenza siano uomini che non hanno mai avuto comportamenti maltrattanti e/o violenti nei confronti della partner, ma ad un certo punto li mettono in atto per delle circostanze che si verificano. Oppure, può trattarsi di uomini che aggrediscono all’interno di una situazione di conflittualità di coppia molto alta.

Diverso ancora è il caso in cui alcuni uomini agiscono un comportamento maltrattante, che prevede una condotta di sopraffazione sistematica, programmata e unilaterale. Spesso queste persone non possono fare a meno di essere violente nella relazione intima, la quale quindi è violenta sempre, con ogni partner passato e presente, indipendentemente dal mutare delle circostanze.

In quest’ultimo caso il fenomeno si complica, o meglio si aggrava. Siamo in presenza di un modo di funzionare rigido che spesso si definisce in un assetto psicologico patologico chiamato comunemente disturbo di personalità. Da un punto di vista psicologico, un disturbo di personalità può essere pensato come un modo esacerbato, limitante e radicalizzato di sperimentare vissuti su sé stessi, gli altri, e sé stessi in relazione agli altri.

I cambiamenti ci spaventano?

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Se dovessimo tracciare una linea (rappresentativa del nostro arco di vita) su di un  foglio bianco e ne dovessimo evidenziare momenti positivi e momenti con segno meno, noteremmo certamente una variabilità significativa. La maggior parte delle persone sottoposte a questo esperimento segnala e descrive cambiamenti repentini, all’interno dei quali, molte cose subiscono una inflessione. Sul piano strettamente psicologico occorre fare alcune precisazioni: che cosa spaventa di più, il fatto di dover abbandonare delle certezze o, piuttosto, il senso di estraneità nei confronti del nuovo?

Da numerose indagini effettuate in laboratorio, si è notato come sia certamente il nuovo, il non conosciuto a spaventare maggiormente. La ciclicità di un determinato fenomeno assicura tranquillità e mantiene il livello di Arousal verso il basso. In definitiva, lo Psicologo e Psicoterapeuta interviene in tutti quei casi nei quali la persona ha subito per anni un declino ed una variazione repentina della propria vita, accumulando esperienze negative molteplici. Di fatto la terapia ha la funzione di supporto e di contenimento delle problematiche del soggetto, nonché il ruolo di catalizzatore di tutte le risorse ed energie indispensabili del soggetto per poter procedere nella propria vita.

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Figlio unico: 7 leggende metropolitane da sfatare

Il figlio unico, pur essendo in aumento, rimane tuttavia accompagnato da svariati e infelici luoghi comuni. Idee che hanno trovato ben poco riscontro nella letteratura scientifica e che forse non aiutano, nel loro modo di porsi e pensare al loro bambino così come a se stesse, le coppie che, per svariati motivi, si fermano al primo figlio. Come fanno notare gli psicologi Edoardo Giusti e Claudio Manucci nel libro “Figli unici. Psicologia dei vantaggi e dei limiti” (Armando editore), non esiste una “sindrome del figlio unico”. Si ritrovano semmai delle caratteristiche psicologiche più ricorrenti. Diversa è la struttura del rapporto, non dell’amore, tra genitori e più figli e genitori e figlio. Ma ogni bimbo è diverso e unico, che abbia fratelli o no. E grande è la variazione tra figli unici così come tra le famiglie dove crescono. I possibili elementi di costruzione dell’individuo, le circostanze che ci rendono ciò che siamo sono molteplici e complesse, in parte anche inafferrabili. In ogni famiglia si creano condizioni, “costellazioni” emotive e relazionali irripetibili che hanno un significato diverso e impattano in modo originale su ognuno. Avere o non avere fratelli è solo uno dei possibili fattori che influiscono sullo sviluppo e sull’immagine di sé.
È comunque necessario sgombrare il figlio unico dai miti che lo sostengono per coglierne la specificità. Vediamone alcuni tra i più comuni:“È viziato e capriccioso”
Attenzioni, tempo, risorse, disponibilità non significano vizi. Non esiste il “troppo affetto”. Esiste l’incapacità di comprendere i reali bisogni del piccolo e di rispondervi in modo adeguato e coerente. Esiste il disagio, la difficoltà di un bimbo e il suo tentativo di predominare su un adulto disattento. Questo indipendentemente dalla presenza di fratelli.“Ha difficoltà a socializzare, non è abituato a stare con gli altri”
Certo, i fratelli offrono condizioni di vita fondamentali e irripetibili. Anche se gran parte del lavoro teorico psicoanalitico si è focalizzato soprattutto sugli aspetti negativi della relazione tra fratelli come la competitività, ci sono chance uniche in questa esperienza. Ma gli “unici” non sono disagiati se hanno possibilità di sperimentarsi in rapporti con i pari. Studi su vasta scala negli Stati Uniti e in Cina hanno dimostrato che hanno tanti amici quanti i loro coetanei con fratelli.“È aggressivo e prepotente”
Secondo alcune ricerche sarebbe invece più cooperativo e meno competitivo, in quanto cresciuto fuori da gelosie e litigi classici della rivalità fraterna. In effetti l’abuso, in senso fisico e verbale, tra fratelli è piuttosto frequente. I bimbi con fratelli sono abituati a condividere e collaborare ma anche a competere e subire. Aggressività e prepotenza sembrano fisiologiche ma influenzano il modo in cui si impara a stare con gli altri. Una ricerca condotta nel Regno Unito nel 2010 ha addirittura correlato inversamente la felicità al numero di fratelli. La metà dei 2500 adolescenti intervistati ha attribuito il motivo della propria infelicità al fatto di essere vittima di bullismo, prepotenza, invasione da parte dei fratelli.

“È un bimbo solo e isolato”
Il figlio unico può sembrare più solo. In un certo senso lo è, ma si può essere soli anche avendo fratelli. Spesso c’è un figlio unico, per motivi diversi, anche in una famiglia numerosa. Non sono i fratelli ad assicurare compagnia, sostegno e vivacità alla nostra vita relazionale. Sono le relazioni qualitativamente appaganti con gli altri, fratelli o non. Solo poi non significa solitario o non saper fare amicizia e andare d’accordo. Sapersi consolare, farsi compagnia, avere a che fare con la propria solitudine costruttiva è per esempio una grande risorsa che più facilmente appartiene all’”unico”.

“Diventa grande troppo in fretta”
Quando l’unico modello arriva dai genitori, può succedere che il bambino copi il loro comportamento, i loro discorsi e i loro modi. Risultando “adultizzato”. È un bambino che ha più bisogno di relazioni paritarie, diverse da quelle asimmetriche con i genitori. In questo va incentivato.

“È più dipendente”
La mancanza di fratelli a cui appoggiarsi può invece renderlo autosufficiente prima. Certo, essere l’unico bimbo significa avere tutto puntato su di sé: attenzioni, cure, aspettative, responsabilità. Un vantaggio, ma anche un carico pesante. Il triangolo padre-madre-bambino può essere rinforzante e stimolante, ma anche fagocitante. E intralciare il processo di autonomia e emancipazione. Si tratta di dinamiche delicate in qualunque famiglia ma probabilmente amplificate nei nuclei a tre.

“Si inventa amici immaginari per compensare la solitudine”
La fantasia degli amici immaginari non appartiene solo ai figli unici, isolati o disagiati. È una creazione positiva abbastanza comune. Tutti i bimbi possono aver bisogno di affrontare solitudine, paura, preoccupazioni con l’aiuto di un compagno creato da loro stessi.

In sintesi, ogni volta che vi trovate a dover gestire conflitti “insormontabili” che riguardano la relazione con vostro figlio/a, chiedetevi come potreste e soprattutto a chi potreste rivolgervi per un aiuto immediato e concreto. Professionisti esperti non faranno altro che accogliere la vostra richiesta impostando insieme a voi un percorso che assicuri un risultato immediato ed efficace.

Perche’ al divorzio consegue un aumento di depressione e di ansia?

Il divorzio può essere non solo sconvolgente e costoso, ma anche dannoso per la salute, portando picchi di pressione alta e depressione che possono aumentare il rischio di una morte prematura. E’ quanto emerge da uno studio dell’Universita’ dell’Arizona, negli Usa, pubblicato sulla rivista Health Psychology. Secondo gli studiosi la chiave starebbe tutta nei problemi di sonno conseguenti alla rottura del matrimonio: se nei primi mesi dopo la separazione, infatti, difficoltà a riposare sono normali, fanno parte di una sorta di “processo di aggiustamento” che l’organismo in genere riesce a tollerare bene, se persistono possono significare qualcosa di diverso e rendono suscettibili a sviluppare depressione e problemi di salute da non trascurare. (fonte:Ansa)

 

In seguito ad un esperimento su 138 soggetti incorsi in una separazione o in un divorzio e analizzati sul piano medico, e’ emerso come questi ultimi soffrissero di pressione alta e di problematiche inerenti il sonno e il calo del tono dell’umore.

 

Dai dati analizzati inoltre e’ emerso che più persistevano i problemi di sonno dopo la separazione, per dieci settimane o più, maggiore era la probabilità che questi problemi avessero un ulteriore effetto negativo sulla pressione sanguigna, con ciascuna segnalazione di difficoltà a riposare collegata in particolare a un aumento di circa sei punti del valore della pressione sistolica. Tra i rimedi consigliati per incorrere il meno possibile in questi problemi il ricorso, in caso di bisogno, ad un percorso di psicoterapia e la revisione della routine giornaliera in modo da favorire il relax serale e quindi il sonno.

 

 

Come mantenere viva la relazione di coppia

In queste poche righe illustrero’ quelle che sono le strategie piu’ accurate per mantenere in vita una relazione di coppia in modo sano e soddisfacente.

La relazione di coppia rappresenta un punto di approdo nella vita di ogni persona che riveste una importanza cruciale. Perche’ si parla di felicita’ all’interno di una coppia?

Dobbiamo distinguere almeno 2 fasi: una prima fase, quella iniziale, detta anche “luna di miele” che vede i membri della coppia talmente intrisi di amore, passione e seduzione, tale da non permettere ad altri (esterni alla coppia) di poter invadere il proprio guscio o nido fatto di intimita’, continua ricerca di vicinanza, sintonia emotivo-affettiva.

In questa fase tutto sembra decollare alla perfezione, niente vacilla e ognuno dei membri si definisce totalmente appagato.

Alcuni pazienti riferiscono in seduta di sentirsi come “su un altro pianeta”. Condivido con loro questa immagine onirica, ma sfortunatamente, il piu’ delle volte, le cose fanno fatica a mantenersi a quel livello di gratificazione.

Perche’? Come accennato all’inizio dell’articolo, le fasi implicate sono almeno 2.

La seconda, in particolare, risponde a criteri differenti, ovvero ci troviamo di fronte ad un ridimensionamento e ad un ri-adattamento delle dinamiche di coppia.

In seduta molti dicono “non e’ piu’ come all’inizio del nostro rapporto” e non posso non essere d’accordo con loro, in quanto la relazione amorosa per definizione risponde agli stimoli esterni, alla percezione soggettiva che ogni membro della coppia vive nell”hic et nunc’ del vivere quotidiano.

Se tracciamo una linea orizzontale su un foglio bianco e suddividiamo la linea in decadi che rappresentano l’arco della nostra vita e pensiamo alle varie fasi in cui la nostra relazione di coppia si e’ venuta a trovare, vedremo che la linea tracciata non fara’ altro che riprodurre un’ immagine che rimanda ad un tracciato elettromiografico.

Questo di per se’ spiega il perche’ all’interno di una coppia, ad esclusione della fase detta anche “luna di miele”, si vivono continue oscillazioni, sino ad arrivare (talvolta) a vere e proprie rotture.

Perche’ quindi parlare con un professionista del campo?

Perche’ e’ l’unica persona in grado di accompagnarvi, con continue sollecitazioni, verso una comprensione profonda di cio’ che state vivendo in modo risolutivo. Investire in una psicoterapia di coppia risulta essere l’unico strumento utile a far chiarezza dentro di voi e all’interno della vostra vita sentimentale.

 

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I tredicenni vittime di cyberbullismo

Ecco cosa accade il piu’ delle volte ad un pre adolescente su social network o sulle chat: insulti e minacce che non sono altro che atti di cyberbullismo, di cui ben il 31% dei tredicenni è stato vittima almeno una volta, mentre il 56% dichiara di avere amici che lo hanno subìto. Ma nell’85% dei casi questi episodi non arrivano a conoscenza degli adulti. Lo dicono i risultati dell’Indagine “Abitudini e stili di vita degli adolescenti” condotta dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) su un campione di 2.107 studenti delle scuole secondarie di primo grado. I dati sono stati presentati agli Stati Generali della Pediatria organizzati presso dalla Sip e dalla Polizia di Stato in occasione della Giornata Mondiale del Bambino e dell’Adolescente.

Le persecuzioni online viaggiano nel 39,4% sui social network, nel 38,9% sulle chat, ma anche via sms (29,8%). Nel 15% si arriva alla pubblicazione di foto o filmati e nel 12,1% dalla creazione di profili falsi su Facebook. Un fenomeno sempre più diffuso ma sempre più sommerso. Oltre la metà delle vittime dice di “difendersi da soli” (60% dei maschi e 49% delle femmine).

Solo il 16,8% delle vittime ha informato un adulto, il 14,2% ne ha parlato con un amico, l’11,7% subisce senza fare niente. Una minima parte, il 3,2% arriva a denunciarlo alla polizia postale.

Il cyberbullismo è un problema di salute pubblica internazionale, ed e’ una delle reali cause di sofferenza psicologica negli adolescenti. L’intervento psicologico pone attenzione alle dinamiche connesse all’uso eccessivo di Internet e soprattutto nei confronti di un fenomeno abbastanza studiato come il “social addicted”.

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Come sviluppare e sostenere l’autostima

Autostima significa “stima di sé”, ed è il concetto che abbiamo di noi stessi, l’insieme dei giudizi che abbiamo su di noi su aspetti come: il carattere, le capacità, l’aspetto fisico, i successi e gli insuccessi.

L’insieme di queste valutazioni determina appunto il nostro livello di autostima che può essere: più o meno alta, 
bassa, positiva, negativa.

Spesso queste valutazioni sono associate a un’idea di valore, perché noi tendiamo a giudicarci in termini quantitativi: 
“Quanto valgo?” – piuttosto che a sforzarsi di conoscerci, capirci, accettarci.

  • Chi ha un’autostima bassa tende a concentrarsi sui suoi difetti e a sminuire i propri pregi. Si sente insicuro e rischia di diventare “dipendente” dal giudizio degli altri. L’insicurezza può creare paure immotivate e la vita quotidiana, il lavoro e le relazioni ne risentono in modo negativo.
  • Chi ha un’autostima esagerata al contrario si concentra sui suoi pregi, tende a sopravvalutare le proprie capacità e, a volte, può sentirsi troppo sicuro di sé o addirittura infallibile.

Come spesso accade la virtù sta in mezzo a questi due poli.

Chi ha un’autostima alta ha un buon giudizio su di sé e lo mantiene anche nelle situazioni sfavorevoli. Mostra una certa stabilità mentale ed emotiva. In genere non si fa condizionare dal giudizio degli altri, affronta le situazioni problematiche senza perdere la fiducia in se stesso.

  •  L’Autostima: avere fiducia in se stessi

L’errore che spesso si compie è pensare che la propria autostima debba andare di pari passo alle proprie capacità, invece dovrebbe esserci a prescindere da quello che siamo capaci di fare, fa parte del “volersi bene”. Dovrebbe quindi essere indipendente dalle capacità e dai risultati.
Le persone con una buona stima di sè, infatti, sono capaci di riconoscere i propri pregi ma anche i propri difetti e i propri limiti. Si accettano così come sono, hanno fiducia in se stessi e nel fatto che si può sempre migliorare.

L’insicurezza data dalla bassa autostima può spingere a fare cose contro il proprio desiderio: Lara sarebbe voluta andare con gli amici, ma non è andata. Sarebbe voluta diventare una scrittrice, ma ha rinunciato.

In altri casi l’insicurezza e la bassa stima di sè stessi portano a fare cose che non vorremmo fare, solo per piacere agli altri ed essere accettati.

Come ritrovare fiducia? Concentrarsi sui propri lati positivi e svilupparli, non farsi abbattere da ciò che non si sa fare, da quello che non si riesce ad essere, accettarsi per come si è, sapere di poter sempre migliorare, ci permette di vivere la vita in modo pieno. Quasi senza accorgercene cose che prima ci spaventavano, non ci toccano più, e ci sentiamo gratificati.