Vivere in epoca terroristica

Come vivere al tempo del terrorismo?

Quanto vale la vita umana sotto l’incubo del terrorismo estremo? Si riesce a sopravvivere? Si riesce a vivere? Prevarrà l’insicurezza? Si riuscirà mai a tornare alla perduta sicurezza?

Per soddisfare queste cruciali e quotidiane domande è necessario cominciare a chiarirsi le idee. Almeno qualcuna. A questo scopo è utile ribadire che la tragicità, sempre più marcata, dell’attuale terrorismo internazionale richiede almeno una duplice chiave di lettura di fondo.

Da un lato l’approccio macroscopico e oggettivo, incentrato sull’analisi delle strutture politiche, economiche e ideologiche, in questo attuale momento storico che vede un terrore di netta matrice islamica fondamentalista, con le fortissime spinte della radicalizzazione, del jihadismo e dell’IS, per cui viene seriamente minacciata la “sicurezza oggettiva” dell’Occidente.

Dall’altro lato, l’approccio microscopico e soggettivo, incentrato sull’analisi delle strutture culturali, emozionali ed etiche, con il conseguente aspro conflitto fra due “universi mentali”, con l’annesso obbligo di tracciare vari profili (sociale, relazionale, cognitivo, affettivo, personologico e psicopatologico) dell’individuo terrorista (e anche della sua vittima), al fine, soprattutto, di ripristinare per l’Occidente quella “sicurezza soggettiva” oggi messa a dura prova.

Manuale Diagnostico psicodinamico

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Il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), uscito negli Stati Uniti nel 2006, è frutto della collaborazione tra diverse associazioni psicoanalitiche americane: l’American Psychoanalytic Association, l’International Psychoanalytical Association, la Division of Psychoanalysis (39) della American Psychological Association, l’American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry, e infine il National Membership Committee on Psychoanalysis in Clinical Social Work.

Il manuale si discosta in modo significativo dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) e dalla classificazione ICD (ICD) in quanto propone un nuovo approccio alla diagnosi: per questi ultimi infatti l’attività diagnostica è concepita esclusivamente in modo categoriale, mentre nel PDM essa acquista un senso dimensionale. Questo cambio di prospettiva porta a una visione più ampia della singolarità del paziente, con un’attenzione non solo alla psicopatologia, ma anche alle sue risorse.

Alla luce del modello biopsicosociale di George Libman Engel (1977), la salute mentale è descritta nel PDM come qualcosa di più della semplice assenza di sintomi psicopatologici, essa è costituita dalla presenza e dall’adeguatezza di tutta la gamma di capacità cognitive, emotive e comportamentali della persona, da una condizione di benessere percepito ed è inoltre valutata tenendo conto del contesto di appartenenza dell’individuo.

La mente relazionale

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L’attuale paradigma psicoanalitico vede un crescente sviluppo dell’indirizzo intersoggettivo a discapito del modello classico della mente e della situazione analitica tradizionale. La relazione analitica ruota attorno al coinvolgimento intersoggettivo di analista e paziente.

All’interno del modello relazionale intersoggettivo che fa da parametro al procedere della relazione psicoanalitica, non vige alcuna divisione di ruoli quali quelli di: maschile-femminile, attivo-passivo, conoscente-conosciuto, tra chi interpreta e chi è interpretato, tra chi dà e chi riceve, in una parola tra soggetto e oggetto. Questo è possibile grazie al fatto che i due della relazione psicoanalitica facendo leva sulla loro capacità riflessiva prendono distanza via via sempre più da sé stessi e dalla situazione contingente nella quale sono entrambi calati e si progettano nel tempo nella libertà.

In questa maniera eros e logos cessano la loro contrapposizione secolare e anzi si fanno alleati uno dell’altro. Infatti gli “equivoci” che si danno all’interno della relazione costituita dalla coppia analista-analizzato e che nel gergo proprio di questa disciplina prendono il nome di transfert e di controtransfert, in ultima analisi vengono a coincidere con la stessa modalità relazionale interdipendente la cui critica radicale non è stata ancora condotta sino in fondo, prova ne sia che nel modello relazionale intersoggettivo non si danno più “equivoci” non avendo più i due partner della relazione intersoggettiva altra aspettativa che quella del dirsi dell’altro nella libertà.

E invece sono proprio questi equivoci ciò che costituiscono l’inconscio quali sintomi dell’interdipendenza stessa. Ciò si spiega abbastanza facilmente se si pone attenzione al fatto che mentre il modello intersoggettivo è quello di una relazione in cui l’unica aspettativa che l’uno ha verso l’altro è solo quella che l’altro ci sia ma in libertà. Non è così nell’interdipendenza, ed è proprio questa diversa aspettativa che fonda e struttura l’inconscio e tutti i sintomi dell’inconscio: transfert e controtransfert.

Il principio di intersoggettività fa del metodo psicoanalitico, quale metodo di trasformazione delle realtà relazionali, quanto di più seriamente critico vi possa essere dell’ordine relazionale strutturato sulla divisione dei ruoli.