Come diventare genitori consapevoli

La società contemporanea mette a dura prova genitori di giovani adolescenti. In realtà si impara a diventare genitori consapevoli, non lo si è per un dono naturale ma perchè ci si impegna nel quotidiano ad affrontare numerose diatrìbe.

La Psicologia contemporanea interviene là dove l’adulto ha perso ogni tipo di speranza e motivazione nei confronti della crescita del proprio figlio.

Dice Paola (una paziente con nome fittizio): ” Non trovo più la forza di giungere ad un compromesso, ha vinto lui (il figlio)! gli faccio fare quello che vuole, sono stufa di dover continuamente negoziare….”

La negoziazione è uno dei termini chiave che sento spesso riproporre da più parti. Sembra che si debba comunque trovare un punto intermedio per giungere ad un accordo e si è dunque perso ogni tipo di meccanismo regolatore delle esigenze del figlio.

Chi educa chi?

Si sono andate perdendo le coordinate basilari per l’accesso ad un percorso educativo, ovvero il genitore tende a fare l’amico,  il figlio (per fortuna) fa ancora il figlio ma su di un piano totalmente diverso rispetto a prima. Lo fa, facendosi carico di quelli che sono i “nuovi genitori”, coloro che per fragilità o immaturità non riescono a “tenere fermo” il loro ruolo di adulti/educatori, nonchè di persone coinvolte in un processo affettivo con i propri figli.

La psicologia clinica si basa dunque sulla comprensione profonda di queste difficoltà e del perchè, ai tempi moderni, si assista ad un meccanismo involutivo piuttosto che evolutivo del processo di attaccamento/accudimento, il quale non ha in realtà un termine.

Difficoltà di apprendimento e….

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Quella dell’apprendimento è un’area importante e variegata della nostra società. Sul piano scolastico e di formazione personale, ritrovarsi all’interno di un percorso “in salita”, modifica la percezione che abbiamo delle esperienze culturali, legate all’apprendimento.

Per questo, ogni volta che si presentano al clinico situazioni di giovani adolescenti con difficoltà dell’apprendimento, dobbiamo chiederci a quale/i risorsa/e possiamo attingere per aiutare il nostro/a giovane interlocutore/trice.

Prima forma di helping è la raccolta di dati anamnestici, seguita da una serie di colloqui conoscitivi che diano al clinico la possibilità di “conoscere”, di attivarsi sul piano fenomenologico, dando ampio spazio alla situazione di vita contingente, in modo da correlarla ad altri fattori, quali la fase evolutiva in cui si trova il giovane, le esperienze di accudimento pregresse con i propri familiari…

Seconda forma di presa in carico, l’utilizzo di questionari che possano indagare, non necessariamente la presenza o meno di un quadro di DSA, quanto aspetti emotivi legati all’apprendimento, alla conoscenza in senso più ampio.

Di fatto, le teorie di matrice psicodinamica, sostengono che alla base di difficoltà di apprendimento, vi possano essere serii blocchi emotivi (dovuti ad esperienze accumulate nelle proprio bagaglio intra-psichico) che non consentono una fluidità mentale in grado di apprendere i nuovi contenuti in modo consono e proficuo.

Per questo meriterebbe pensare di inviare la proprio figlia/o ad un professionista competente sul piano evolutivo e accorto/a nei riguardi di quelli sono i possibili scenari legati ad aspetti di difunzionamento sul piano cognitivo.

 

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Disturbi specifici dell’Apprendimento

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I DSA rappresentano ad oggi uno dei maggiori quadri nosografici di cui i clinici continuano a prendersi “cura”. Siamo costantemente a contatto con realtà difficili relative a giovani pazienti (bambini, pre adolescente, adolescenti, talvolta anche giovani adulti) che ci contattano per avere un ulteriore ragguaglio su quelle che sono le difficoltà più diffuse nell’epoca moderna.

Perchè proprio l’apprendimento viene chiamato in causa?

Nella Psicologia dello Sviluppo, numerosi studiosi tra cui J. Piaget, si sono occupati di sviluppo intellettivo e di apprendimento. Come clinici abbiamo seguito pedissequamente e fedelmente la risonanze teorico-cliniche che tali studi hanno avuto sulla nostra formazione.

Ci troviamo nei nostri studi alle prese con difficoltà emozionali legate al modo di apprendere il “nuovo” o ciò che fa parte di un caleidoscopio di conoscenze astratte e non. Gli adolescenti, talvolta ignari del significato profondo di una etichetta diagnostica, ci interpellano (o meglio i loro genitori) convinti che tutto ciò sia solo una perdita di tempo.

E invece, come clinici pensiamo, all’opposto, che prima si avvia un processo di presa in carico, prima si arriva ad una prevenzione di ulteriori aggravi che possono incidere sulla personalità del giovane paziente.

Perchè più figure professionali insieme allo Psicologo?

Indispensabile dunque monitorare l’intervento con l’ausilio di più figure professionali che agevolino il decorso dell’iter diagnostico. Lo Psicologo e Psicoterapeuta è in grado di occuparsi dell’area diagnostica, ma anche di quella relativa alla prognosi del giovane paziente. Molti adolescenti cominciano un percorso di Psicoterapia per capire a fondo i risvolti che derivano da una assunzione di consapevolezza di un quadro di DSA.

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DSM 5: le nuove frontiere della conoscenza psichica

Il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM) è ed è stato, sin dalla sua nascita, considerato come un valido strumento di diagnosi della malattia mentale.

Anche gli Psicologi, oltre agli Psichiatri, hanno teso a riferirsi, spesse volte, ad un inquadramento diagnostico oggettivabile e standardizzato con l’ausilio di tale strumento.

Attualmente la versione numero V, della quale potete avere maggiori informazioni su www.raffaellocortina.it/dsm-5, evidenzia chiari cambiamenti rispetto alle versioni precedenti. In particolare vengono proposti nuovi modelli e nuove scale di valutazione. Si suggeriscono consigli sulla fase della diagnosi e sulla pianificazione di un trattamento evidence-based. E’ stato eliminato il sistema multiassiale, nonchè rivisto l’approccio basato sul ciclo di vita e le correlazioni con i fattori culturali e di genere.

 

Cosa sono le esperienze traumatiche precoci?

Come Psicologi e Psicoterapeuti ci troviamo spesso a valutare la frequenza e l’ intensità rispetto ad episodi traumatici accaduti in età evolutiva. Molteplici test sono di aiuto nel diagnosticare tali quadri patologici, come ad esempio il Test di Cohen (che valuta, nelle sottoscale, la trascuratezza, il rifiuto, l’inversione di ruolo, l’abuso fisico, la violenza domestica assistita da parte della figura paterna, ecc….). Il fattore “trauma” determina un vissuto di angoscia e di dolore che influisce sui MOI (Modelli operativi interni) del soggetto, determinando uno stile di attaccamento, il più delle volte, di tipo Disorganizzato.

Cosa intendiamo per esperienze traumatiche precoci?

Il più delle volte le persone ricercano aiuto nel tentativo di trovare una soluzione efficace ai loro problemi. Ciò senza porsi, quasi mai, quale può essere o quali possono esseri i fattori o le esperienze sottostanti a tale malessere.

Nell’arco di vita di ogni persona si intersecano una serie di vissuti più o meno consci all’individuo che hanno contribuito a strutturare uno stile di vita, una tipologia del carattere, una modalità (spesso egodistonica) di affrontare relazioni ed esperienze della propria di vita di soggetti adulti.

Il fattore relativo alla precocità con la quale certe esperienze si verificano, non è da sottovalutare. E’ bene premettere che l’individuo comincia a ricordare episodi della propria vita ad un’età che oscilla tra i tre e i quattro anni. Prima di allora è difficile che si possano avere ricordi nitidi e netti.

Il vissuto di ogni soggetto è, quantunque veritiero, soggetto a rielaborazioni proprie che possono talvolta distorcerne la trama, il significato.

Perchè è fondamentale porre in atto una rielaborazione delle proprie esperienze di vita?

Da studi effettuati in doppio cieco si è visto come le esperienze traumatiche precoci in età infantile siano da considerarsi fattori di rischio per lo strutturarsi di gravi patologie in età adulta.

Il concetto di prevenzione primaria ri-capitola ciò che ci auspicheremmo da una presa in carico precoce di persone con vissuti dolorosi e traumatici, proprio perchè prima si interviene, più alta è la percentuale di riuscita in favore di una non patologizzazione in età adulta.

Sebbene, in Italia, e in altri paesi europei, ciò sia ormai del tutto assodato, in una percentuale di casi questi protocolli non vengono messi in opera.

L’intervento dello Psicoterapeuta talvolta è tardivo e, in quei casi, il lavoro risulta più complesso e variegato.

Poniamo, quindi attenzione, ai soggetti in età evolutiva affinchè si possa intervenire per tempo e con strumenti affidabili.

 

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Figlio unico: 7 leggende metropolitane da sfatare

Il figlio unico, pur essendo in aumento, rimane tuttavia accompagnato da svariati e infelici luoghi comuni. Idee che hanno trovato ben poco riscontro nella letteratura scientifica e che forse non aiutano, nel loro modo di porsi e pensare al loro bambino così come a se stesse, le coppie che, per svariati motivi, si fermano al primo figlio. Come fanno notare gli psicologi Edoardo Giusti e Claudio Manucci nel libro “Figli unici. Psicologia dei vantaggi e dei limiti” (Armando editore), non esiste una “sindrome del figlio unico”. Si ritrovano semmai delle caratteristiche psicologiche più ricorrenti. Diversa è la struttura del rapporto, non dell’amore, tra genitori e più figli e genitori e figlio. Ma ogni bimbo è diverso e unico, che abbia fratelli o no. E grande è la variazione tra figli unici così come tra le famiglie dove crescono. I possibili elementi di costruzione dell’individuo, le circostanze che ci rendono ciò che siamo sono molteplici e complesse, in parte anche inafferrabili. In ogni famiglia si creano condizioni, “costellazioni” emotive e relazionali irripetibili che hanno un significato diverso e impattano in modo originale su ognuno. Avere o non avere fratelli è solo uno dei possibili fattori che influiscono sullo sviluppo e sull’immagine di sé.
È comunque necessario sgombrare il figlio unico dai miti che lo sostengono per coglierne la specificità. Vediamone alcuni tra i più comuni:“È viziato e capriccioso”
Attenzioni, tempo, risorse, disponibilità non significano vizi. Non esiste il “troppo affetto”. Esiste l’incapacità di comprendere i reali bisogni del piccolo e di rispondervi in modo adeguato e coerente. Esiste il disagio, la difficoltà di un bimbo e il suo tentativo di predominare su un adulto disattento. Questo indipendentemente dalla presenza di fratelli.“Ha difficoltà a socializzare, non è abituato a stare con gli altri”
Certo, i fratelli offrono condizioni di vita fondamentali e irripetibili. Anche se gran parte del lavoro teorico psicoanalitico si è focalizzato soprattutto sugli aspetti negativi della relazione tra fratelli come la competitività, ci sono chance uniche in questa esperienza. Ma gli “unici” non sono disagiati se hanno possibilità di sperimentarsi in rapporti con i pari. Studi su vasta scala negli Stati Uniti e in Cina hanno dimostrato che hanno tanti amici quanti i loro coetanei con fratelli.“È aggressivo e prepotente”
Secondo alcune ricerche sarebbe invece più cooperativo e meno competitivo, in quanto cresciuto fuori da gelosie e litigi classici della rivalità fraterna. In effetti l’abuso, in senso fisico e verbale, tra fratelli è piuttosto frequente. I bimbi con fratelli sono abituati a condividere e collaborare ma anche a competere e subire. Aggressività e prepotenza sembrano fisiologiche ma influenzano il modo in cui si impara a stare con gli altri. Una ricerca condotta nel Regno Unito nel 2010 ha addirittura correlato inversamente la felicità al numero di fratelli. La metà dei 2500 adolescenti intervistati ha attribuito il motivo della propria infelicità al fatto di essere vittima di bullismo, prepotenza, invasione da parte dei fratelli.

“È un bimbo solo e isolato”
Il figlio unico può sembrare più solo. In un certo senso lo è, ma si può essere soli anche avendo fratelli. Spesso c’è un figlio unico, per motivi diversi, anche in una famiglia numerosa. Non sono i fratelli ad assicurare compagnia, sostegno e vivacità alla nostra vita relazionale. Sono le relazioni qualitativamente appaganti con gli altri, fratelli o non. Solo poi non significa solitario o non saper fare amicizia e andare d’accordo. Sapersi consolare, farsi compagnia, avere a che fare con la propria solitudine costruttiva è per esempio una grande risorsa che più facilmente appartiene all’”unico”.

“Diventa grande troppo in fretta”
Quando l’unico modello arriva dai genitori, può succedere che il bambino copi il loro comportamento, i loro discorsi e i loro modi. Risultando “adultizzato”. È un bambino che ha più bisogno di relazioni paritarie, diverse da quelle asimmetriche con i genitori. In questo va incentivato.

“È più dipendente”
La mancanza di fratelli a cui appoggiarsi può invece renderlo autosufficiente prima. Certo, essere l’unico bimbo significa avere tutto puntato su di sé: attenzioni, cure, aspettative, responsabilità. Un vantaggio, ma anche un carico pesante. Il triangolo padre-madre-bambino può essere rinforzante e stimolante, ma anche fagocitante. E intralciare il processo di autonomia e emancipazione. Si tratta di dinamiche delicate in qualunque famiglia ma probabilmente amplificate nei nuclei a tre.

“Si inventa amici immaginari per compensare la solitudine”
La fantasia degli amici immaginari non appartiene solo ai figli unici, isolati o disagiati. È una creazione positiva abbastanza comune. Tutti i bimbi possono aver bisogno di affrontare solitudine, paura, preoccupazioni con l’aiuto di un compagno creato da loro stessi.

In sintesi, ogni volta che vi trovate a dover gestire conflitti “insormontabili” che riguardano la relazione con vostro figlio/a, chiedetevi come potreste e soprattutto a chi potreste rivolgervi per un aiuto immediato e concreto. Professionisti esperti non faranno altro che accogliere la vostra richiesta impostando insieme a voi un percorso che assicuri un risultato immediato ed efficace.

I tredicenni vittime di cyberbullismo

Ecco cosa accade il piu’ delle volte ad un pre adolescente su social network o sulle chat: insulti e minacce che non sono altro che atti di cyberbullismo, di cui ben il 31% dei tredicenni è stato vittima almeno una volta, mentre il 56% dichiara di avere amici che lo hanno subìto. Ma nell’85% dei casi questi episodi non arrivano a conoscenza degli adulti. Lo dicono i risultati dell’Indagine “Abitudini e stili di vita degli adolescenti” condotta dalla Società Italiana di Pediatria (Sip) su un campione di 2.107 studenti delle scuole secondarie di primo grado. I dati sono stati presentati agli Stati Generali della Pediatria organizzati presso dalla Sip e dalla Polizia di Stato in occasione della Giornata Mondiale del Bambino e dell’Adolescente.

Le persecuzioni online viaggiano nel 39,4% sui social network, nel 38,9% sulle chat, ma anche via sms (29,8%). Nel 15% si arriva alla pubblicazione di foto o filmati e nel 12,1% dalla creazione di profili falsi su Facebook. Un fenomeno sempre più diffuso ma sempre più sommerso. Oltre la metà delle vittime dice di “difendersi da soli” (60% dei maschi e 49% delle femmine).

Solo il 16,8% delle vittime ha informato un adulto, il 14,2% ne ha parlato con un amico, l’11,7% subisce senza fare niente. Una minima parte, il 3,2% arriva a denunciarlo alla polizia postale.

Il cyberbullismo è un problema di salute pubblica internazionale, ed e’ una delle reali cause di sofferenza psicologica negli adolescenti. L’intervento psicologico pone attenzione alle dinamiche connesse all’uso eccessivo di Internet e soprattutto nei confronti di un fenomeno abbastanza studiato come il “social addicted”.

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Identita’ e concetto di sè.

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L’adolescenza (10-18 anni) e l’emerging adulthood (19-29) rappresentano due fasi del ciclo di vita in cui il compito di sviluppo fondamentale e’ rappresentato dalla ristrutturazione del proprio concetto di se’.

Non a caso, in questi periodi, le domande “Chi sono?”, “Cos’e’ che mi definisce?”, ecc…diventano il nodo centrale attorno a cui avviene lo sviluppo individuale.

Prima di esporre alcuni brevi cenni tratti dalla teoria piu’ aggiornata, proviamo a tracciare un profilo di un adolescente-tipo. Potra’ sorprenderci il fatto di trovarci di fronte ad un soggetto del tutto diverso da quello che siamo soliti pensare.

Vediamo insieme 3 punti basilari:

1. E’ errato affermare che l’adolescente ha rapporti burrascosi e conflittuali con i genitori

2. E’ errato pensare che l’adolescenza di per se’ e’ un periodo definibile “critico”

3. E’ errato interpretare ogni richiesta o comportamento dell’adolescente come indizio di una problematica in atto. Ed e’ quindi altamente sconsigliato che un genitori crei falsi allarmismi

Lo studioso Marcia (1966) ha invece individuato quattro stati dell’identita’:

  • acquisizione
  • chiusura
  • moratorium
  • diffusione

 

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Autolesionismo

 

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L’autolesionismo o auto-danno intenzionale (il termine tecnico è “Repetitive Self-Harm Syndrome“, sindrome da autolesionismo ripetuto) viene definito come l’intenzionale, diretto ferimento di un tessuto del corpo ma spesso fatto senza intenzioni suicide. L’atto più comune con cui si presenta l’autolesionismo è il taglio superficiale alla pelle ma esso comprende anche il bruciarsi, infliggersi graffi, colpire una o più parti del corpo, tirarsi i capelli (tricotillomania) e l’ingerire sostanze tossiche o oggetti. Di solito però i comportamenti associati all’abuso di sostanze e disturbi alimentari non sono considerati veri e propri atti di autolesionismo poiché il danno ai tessuti che ne risulta sono collaterali e non volontari.Tuttavia possono esserci dei comportamenti non direttamente collegati con l’autolesionismo. ma che risultano tali poiché hanno l’intenzione di causare danni diretti ai tessuti.

Il suicidio, come già detto prima, non è il fine dell’autolesionismo ma il rapporto tra suicidio e autolesionismo è piuttosto complesso poiché, talvolta, un comportamento autolesionista può essere pericoloso per la vita.[5] Vi è comunque un aumento del rischio di suicidio negli individui che praticano l’autolesionismo; infatti se ne trovano segni evidenti nel 40-60% dei suicidi.Bisogna però tenere presente che collegare l’autolesionista con un potenziale suicida è nella maggior parte dei casi inesatto.

Durante l’infanzia l’autolesionismo è piuttosto raro anche se dal 1980 i casi sono aumentati.Esso è anche indicato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR) come un sintomo del disturbo di personalità borderline. Inoltre esso si manifesta anche in soggetti che soffrono di depressione, sono omossessuali, disturbi d’ansia, abuso di sostanze, disturbo post traumatico da stress, schizofrenia e disturbi alimentari. L’autolesionismo è più comune durante l’adolescenza o la tarda adolescenza; di solito appare tra i 12 e 24 anni. Ma esso si può verificare a qualunque età, anche in soggetti anziani; in questo caso però l’autolesionismo è molto più pericoloso. Il fenomeno non riguarda solo gli esseri umani ma anche animali come uccelli e scimmie.

 

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Anoressia e Bulimia

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L’anoressia (dal greco ἀνορεξία anorexía, comp. di an- priv. e órexis ‘appetito’) è la mancanza o riduzione dell’appetito. Si tratta di un sintomo che accompagna numerose e distinte malattie, ed è dovuto a diverse cause.

Comunemente il termine è spesso usato come sinonimo di anoressia nervosa, ma in realtà esistono molteplici possibili cause di una diminuzione dell’appetito, alcune delle quali potrebbero risultare innocue, mentre altre sono indice di una grave condizione clinica o comportano un rischio significativo.

La bulimia (da greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.

La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

 

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