L’individuazione precoce dell’ Alzheimer

Molto prima che i sintomi della malattia di Alzheimer diventino evidenti ai pazienti e alle loro famiglie, i cambiamenti biologici legati a tale patologia si verificano all’interno del cervello.

Le placche di amiloidi, che sono raggruppamenti di frammenti di proteine, insieme alle proteine note come tau, si formano nel cervello e crescono, arrivando infine a influenzare e intaccare la funzionalità cerebrale.

La proteina chiamata tau presiede all’eliminazione delle sostanze potenzialmente tossiche all’interno dei neuroni. Se non funziona correttamente, alcune proteine dannose restano all’interno della cellula, facendola degenerare e poi morire.

Questi cambiamenti biologici possono essere rilevati all’inizio del corso della malattia di Alzheimer attraverso la tomografia a emissione di positroni (PET) o l’analisi del fluido cerebrospinale.

Recentemente un nuovo studio condotto dal neuropsicologo Duke Han, professore associato di medicina presso la Keck School of Medicine dell’Università della South California suggerisce che i test cognitivi siano anche in grado di rilevare i primi segni di Alzheimer in persone ancora asintomatiche.

Materiale di approfondimento sulla Depressione in età senile

BIBLIOGRAFIA:

Psicologo o Psichiatra, chi fa al caso mio?

 

I professionisti che si occupano di aiutare le persone in queste circostanze sono diversi e ciascuno di loro ha svolto un percorso formativo con peculiarità uniche, che sono proprie della specifica professione. Essi dispongono di conoscenze tecniche diverse attraverso le quali aiutano,  sostengono o curano chi vive un disagio della sfera psicologica, emotiva o psichica.

Sono figure complementari, ciascuna ha cioè una sua area di competenza che può integrarsi a quella di un’altra, ma mai sostituirsi.

Lo Psicologo è un laureato in Psicologia che ha svolto il tirocinio pratico della durata di un anno e ha superato l’esame di stato. Solo dopo questi passaggi il laureato in psicologia è abilitato all’esercizio della professione di Psicologo. Può svolgere la sua attività nelle scuole, nelle aziende o in ambito sportivo. Si può occupare di diagnosi, sostegno e prevenzione o consulenze in situazioni di crisi o di cambiamento, quando però non sia evidente uno stato di psicopatologia. Lo psicologo svolge anche attività di ricerca o di didattica. Un successivo percorso di studi e di preparazione professionale permette a chi è psicologo di diventare Psicoterapeuta ed esercitare quindi la Psicoterapia.

Lo Psichiatra, invece, può essere esclusivamente un laureato in Medicina e Chirurgia, che ha superato l’esame di stato ed è iscritto all’Ordine dei Medici. Può essere specializzato in Psichiatria o avere acquisito la specifica di Psichiatra attraverso un percorso di attività clinica e di formazione valutato e riconosciuto dall’Ordine dei Medici.

Lo psichiatra è l’unica figura professionale che ha la competenza e il titolo per prescrivere i farmaci specifici per curare i Disturbi d’Ansia, la Depressione, il Disturbo Bipolare, la Schizofrenia o altre situazioni cliniche che richiedano una terapia farmacologica.

Essendo un medico, lo psichiatra, può inoltre diagnosticare quelle situazioni in cui i sintomi depressivi o ansiosi sono secondari a problemi tiroidei o di origine cardiaca o altre patologie mediche che possono generare sintomi di tipo psichico.

Lo psichiatra, secondo il suo orientamento (biologico/dinamico) e dell’approccio di cura che ha scelto, potrà curare con farmaci o con la psicoterapia. Ovviamente può anche avere completato una preparazione specifica in ambedue queste discipline. Potrà inoltre avvalersi della collaborazione di un collega psicoterapeuta nel caso non eserciti lui stesso questa professione.

 

 

Come diventare genitori consapevoli

La società contemporanea mette a dura prova genitori di giovani adolescenti. In realtà si impara a diventare genitori consapevoli, non lo si è per un dono naturale ma perchè ci si impegna nel quotidiano ad affrontare numerose diatrìbe.

La Psicologia contemporanea interviene là dove l’adulto ha perso ogni tipo di speranza e motivazione nei confronti della crescita del proprio figlio.

Dice Paola (una paziente con nome fittizio): ” Non trovo più la forza di giungere ad un compromesso, ha vinto lui (il figlio)! gli faccio fare quello che vuole, sono stufa di dover continuamente negoziare….”

La negoziazione è uno dei termini chiave che sento spesso riproporre da più parti. Sembra che si debba comunque trovare un punto intermedio per giungere ad un accordo e si è dunque perso ogni tipo di meccanismo regolatore delle esigenze del figlio.

Chi educa chi?

Si sono andate perdendo le coordinate basilari per l’accesso ad un percorso educativo, ovvero il genitore tende a fare l’amico,  il figlio (per fortuna) fa ancora il figlio ma su di un piano totalmente diverso rispetto a prima. Lo fa, facendosi carico di quelli che sono i “nuovi genitori”, coloro che per fragilità o immaturità non riescono a “tenere fermo” il loro ruolo di adulti/educatori, nonchè di persone coinvolte in un processo affettivo con i propri figli.

La psicologia clinica si basa dunque sulla comprensione profonda di queste difficoltà e del perchè, ai tempi moderni, si assista ad un meccanismo involutivo piuttosto che evolutivo del processo di attaccamento/accudimento, il quale non ha in realtà un termine.

In ogni uomo si nasconde un maltrattante?

In ogni uomo si nasconde un maltrattante?

La psicologia, che ha il pregio di non poter prescindere dagli individui, dalle loro relazioni, dalla loro mente, non può che rispondere: no, non in ogni uomo si annida un maltrattante. Non “tutti” gli esseri umani di genere maschile picchierebbero, umilierebbero o peggio ancora ucciderebbero le loro compagne. C’è un termine infatti che nelle sue diverse declinazioni proprio non appartiene alle teoria e alle prassi psicologiche ed è “tutti”. È impossibile per gli psicologi esplorare un fenomeno umano senza considerare le variabili relazionali, storiche, culturali e simboliche, e la violenza all’interno delle relazioni intime non fa eccezione.

In un’ottica psicologica, la differenza di genere è una variabile fondamentale che fornisce i contenuti e le modalità con cui la violenza può essere espressa e concepita da un uomo violento, ma non è la variabile da cui inequivocabilmente origina la violenza. Ed è questo il motivo per cui possiamo affermare che un essere umano non è violento perché è maschio.

Gli uomini, maschi, non sono “tutti” uguali, come non lo sono le donne e i bambini. Non lo sono in ogni loro espressione e comportamento. Non “tutti” amano allo stesso modo, mangiano allo stesso modo, camminano allo stesso modo, pensano allo stesso modo. Anche qui, ahimè, la violenza non fa eccezione, non “tutti” sono violenti allo stesso modo e non “tutti” sono mossi dalle stesse dinamiche interne.

Può succedere allora che gli autori di violenza siano uomini che non hanno mai avuto comportamenti maltrattanti e/o violenti nei confronti della partner, ma ad un certo punto li mettono in atto per delle circostanze che si verificano. Oppure, può trattarsi di uomini che aggrediscono all’interno di una situazione di conflittualità di coppia molto alta.

Diverso ancora è il caso in cui alcuni uomini agiscono un comportamento maltrattante, che prevede una condotta di sopraffazione sistematica, programmata e unilaterale. Spesso queste persone non possono fare a meno di essere violente nella relazione intima, la quale quindi è violenta sempre, con ogni partner passato e presente, indipendentemente dal mutare delle circostanze.

In quest’ultimo caso il fenomeno si complica, o meglio si aggrava. Siamo in presenza di un modo di funzionare rigido che spesso si definisce in un assetto psicologico patologico chiamato comunemente disturbo di personalità. Da un punto di vista psicologico, un disturbo di personalità può essere pensato come un modo esacerbato, limitante e radicalizzato di sperimentare vissuti su sé stessi, gli altri, e sé stessi in relazione agli altri.

Vivere in epoca terroristica

Come vivere al tempo del terrorismo?

Quanto vale la vita umana sotto l’incubo del terrorismo estremo? Si riesce a sopravvivere? Si riesce a vivere? Prevarrà l’insicurezza? Si riuscirà mai a tornare alla perduta sicurezza?

Per soddisfare queste cruciali e quotidiane domande è necessario cominciare a chiarirsi le idee. Almeno qualcuna. A questo scopo è utile ribadire che la tragicità, sempre più marcata, dell’attuale terrorismo internazionale richiede almeno una duplice chiave di lettura di fondo.

Da un lato l’approccio macroscopico e oggettivo, incentrato sull’analisi delle strutture politiche, economiche e ideologiche, in questo attuale momento storico che vede un terrore di netta matrice islamica fondamentalista, con le fortissime spinte della radicalizzazione, del jihadismo e dell’IS, per cui viene seriamente minacciata la “sicurezza oggettiva” dell’Occidente.

Dall’altro lato, l’approccio microscopico e soggettivo, incentrato sull’analisi delle strutture culturali, emozionali ed etiche, con il conseguente aspro conflitto fra due “universi mentali”, con l’annesso obbligo di tracciare vari profili (sociale, relazionale, cognitivo, affettivo, personologico e psicopatologico) dell’individuo terrorista (e anche della sua vittima), al fine, soprattutto, di ripristinare per l’Occidente quella “sicurezza soggettiva” oggi messa a dura prova.

Studenti universitari con Disturbi specifici dell’Apprendimento

Quali sono gli step necessari e quali i servizi attivati dagli atenei del Lazio per gli studenti con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), sia per iscriversi che per il percorso di studi?

In base all’art.5 comma 4 della legge 170/2010 che cita “agli studenti con DSA siano garantite, durante il percorso di istruzione e di formazione scolastica e universitaria, adeguate forme di verifica e di valutazione, anche per quanto concerne gli esami di Stato e di ammissione all’università nonché gli esami universitari”, gli Atenei sono tenuti a prevedere forme di ammissione, di verifica e servizi specifici per gli studenti con DSA.

Al fine di avere accesso ai servizi e alle misure di supporto per il diritto allo studio è necessario produrre idonea documentazione in corso di validità. Lo studente deve presentare la certificazione di DSA in base alla normativa vigente a livello regionale;  nel caso del Lazio è possibile presentare esclusivamente certificazioni rilasciate dalle strutture del SSN.

In caso lo studente sia in possesso di una diagnosi di DSA emessa quando era minorenne, questa ha una validità di 3 anni; se invece è stata eseguita dopo il compimento del 18° anno di età non è obbligatorio aggiornarla.

Se il Servizio Disabilità/DSA di Ateneo non considera valida la diagnosi potrà invitare lo studente a richiederne una aggiornata. In caso di sospetta presenza di DSA, autosegnalata dallo studente o segnalata da un docente, il Servizio potrà procedere analogamente.

La documentazione che attesta la presenza di un DSA darà poi allo studente la possibilità di accedere a servizi specifici e misure di supporto per la realizzazione del suo diritto allo studio.

Le misure di supporto comprendono gli strumenti compensativi e le misure dispensative, che vengono utilizzati sia durante l’attività didattica, sia durante lo svolgimento delle prove, comprese quelle di ammissione ai corsi di studio.

Gli strumenti compensativi hanno l’obiettivo di avvicinare il più possibile le condizioni in cui lo studente con DSA studia e svolge le prove a quelle di tutti gli altri studenti.

Tra gli strumenti compensativi più efficaci troviamo: il registratore, il PC con correttore ortografico; i testi e materiali didattici in formato digitale, letti attraverso i programmi di sintesi vocale; l’uso di mappe concettuali multimediali o comunque digitali; tabelle e formulari per supportare le carenze di memoria; calcolatrice.

Qualora in sede di esame non sia possibile fornire i materiali in formato digitale, è possibile garantire la presenza di tutor con funzione di lettore.

Le misure dispensative hanno invece l’obiettivo di calibrare il carico di lavoro dello studente, solitamente reso eccessivo dal disturbo.

Tra queste troviamo: la suddivisione della materia d’esame in più prove parziali; sostituire o integrare le prove scritte con prove orali;  in caso l’esame scritto sia indispensabile, proporre un formato adatto alle caratteristiche dello studente (ad esempio scelta multipla o risposta chiusa); ridurre  la quantità di quesiti senza incidere sulla qualità della prova oppure concedere un tempo supplementare per portarla a termine (fino al 30% in più); nella valutazione, dare un peso maggiore ai contenuti e un peso minore alla correttezza formale o ortografica.

Invecchiare in modo attivo

Invecchiamento Attivo: che cos’è?

Il 2012 è L’Anno Europeo dell’Invecchiamento Attivo e della Solidarietà, proclamato dall’Unione Europea.

Il concetto di Invecchiamento Attivo o Invecchiamento in Buona Salute è un concetto pentivo, caro non solo alla Medicina, ma anche agli Psicologi che si occupano di terza e quarta età.

Tutti noi sappiamo che la vita media si è notevolmente allungata grazie alle migliori condizioni generali di vita e anche grazie alla capacità di curare farmacologicamente molte malattie che in passato avrebbero portato alla morte.

In effetti, il concetto di Malattia Cronica o Degenerativa è relativamente recente e appunto riguarda quelle patologie che oggi possono essere controllate a lungo termine, allungando così le aspettative di vita. In passato la diagnosi di queste malattie era più rara ed era invece più frequente la morte a causa dell’impossibilità di fare fronte alle fasi acute e all’aggravamento di queste forme.

Se è sicuramente rassicurante sapere che oggi si può vivere più a lungo, desidero porre l’attenzione sul fatto che ciò che conta è assicurarsi una vecchiaia  che non sia costellata da dolori cronici, da gravi limitazioni fisiche o mentali e dall’assunzione di una quantità impressionante di farmaci che devono controllare ogni sintomo manifestato da un organismo che va fisiologicamente incontro alla fine del suo ciclo di vita.

Quindi, per avere una buona vecchiaia, bisogna porre attenzione al proprio stile di vita con largo anticipo e mettere in atto tutta una serie di comportamenti e di accorgimenti che, speriamo, facciano della terza età un periodo degno di essere vissuto nonostante le sue complessità.

L’invecchiamento è legato innanzitutto al patrimonio genetico di ciascuno di noi anche se  oramai è noto come si possa influire facilitando o inibendo l’espressione  del patrimonio genetico, la scienza che tratta queste influenze è chiamata: Epigenetica.

Quindi proviamo a considerare l’insieme delle condotte di vita che possono influire positivamente rallentando e modulando i processi inevitabili dell’invecchiamento cerebrale e fisico, ricordandoci che il corpo influenza i pensieri e viceversa.

E’ essenziale mantenere vivi gli interessi e le buone e gratificanti relazioni, mettersi nella condizione di ricevere stimoli diversificati che mantengono agili le nostre capacità di elaborarli.  Non chiudersi quindi in una routine ripetitiva, quasi automatica che non farà altro che farci considerare ogni diversificazione da essa come un pericolo o nella migliore delle ipotesi una scocciatura da evitare.

Ogni esperienza nuova ci tiene a contatto con il mondo e i suoi cambiamenti e ci impone almeno di conoscerli, di fare qualche riflessione e magari anche condividerla con chi ci sta vicino, potenziando le capacità ideative e relazionali.

E’ indispensabile rispettare il proprio corpo senza avere la miracolistica aspettativa che non vada accudito e curato e mantenuto in salute per rallentarne l’inevitabile deterioramento. Vuole dire riconoscere i messaggi che il nostro organismo ci invia e dargli il giusto significato, non minimizzare né sottostimare ciò che ci accade, limitandosi soltanto ad  assumere farmaci che facciano scomparire i sintomi senza approfondire i motivi alla base della loro comparsa e attuare comportamenti preventivi.

Ad esempio, il movimento fisico ci permette di rimanere in contatto con un ambiente vitale e stimolante, sia che venga praticato in una centro sportivo o all’aria aperta.

Possiamo quindi dire che una buona vecchiaia si può costruire, almeno in parte.

 

Difficoltà di apprendimento e….

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Quella dell’apprendimento è un’area importante e variegata della nostra società. Sul piano scolastico e di formazione personale, ritrovarsi all’interno di un percorso “in salita”, modifica la percezione che abbiamo delle esperienze culturali, legate all’apprendimento.

Per questo, ogni volta che si presentano al clinico situazioni di giovani adolescenti con difficoltà dell’apprendimento, dobbiamo chiederci a quale/i risorsa/e possiamo attingere per aiutare il nostro/a giovane interlocutore/trice.

Prima forma di helping è la raccolta di dati anamnestici, seguita da una serie di colloqui conoscitivi che diano al clinico la possibilità di “conoscere”, di attivarsi sul piano fenomenologico, dando ampio spazio alla situazione di vita contingente, in modo da correlarla ad altri fattori, quali la fase evolutiva in cui si trova il giovane, le esperienze di accudimento pregresse con i propri familiari…

Seconda forma di presa in carico, l’utilizzo di questionari che possano indagare, non necessariamente la presenza o meno di un quadro di DSA, quanto aspetti emotivi legati all’apprendimento, alla conoscenza in senso più ampio.

Di fatto, le teorie di matrice psicodinamica, sostengono che alla base di difficoltà di apprendimento, vi possano essere serii blocchi emotivi (dovuti ad esperienze accumulate nelle proprio bagaglio intra-psichico) che non consentono una fluidità mentale in grado di apprendere i nuovi contenuti in modo consono e proficuo.

Per questo meriterebbe pensare di inviare la proprio figlia/o ad un professionista competente sul piano evolutivo e accorto/a nei riguardi di quelli sono i possibili scenari legati ad aspetti di difunzionamento sul piano cognitivo.

 

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Ansia e mente instabile

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La relazione stretta che vi è tra stato ansioso della personalità e difficoltà riscontrate dai soggetti nel creare una continuità nell’elaborazione del pensiero, è ormai abbastanza consolidata. Sappiamo infatti che persone con una cronicità in fatto di ansia riescono meno bene degli altri a mantenere un buono stato di vigilanza, soprattutto in situazioni critiche, in cui è necessario mantenere alta l’attenzione.

Non stupisce il fatto che, spesse volte, i clinici si trovino di fronte a persone che lamentano difficoltà di concentrazione, affaticabilità, senso di disorientamento nel portare avanti i compiti. Molto spesso quello che aiuta i pazienti, almeno per quando riguarda la mia esperienza personale, è il fatto di sostenere il paziente pensando che prima di tutto lui/lei stesso/a può per prima gestire il “timone” dell’esperienza simil-panica. Naturalmente il clinico è lì proprio per funzionare da salvacondotto nei confronti del paziente.

Negli USA si parla di Mind Wandering o mente vagante che rende bene l’idea di ciò che ho appena enunciato, ovvero il divagare della mente offuscata che non trova più le coordinate per procedere in modo adeguato. L’ansia, il malessere, la sofferenza, il disagio psichico sono i principali responsabili della mind wandering.

Cosa può fare la Psicoterapia?

L’area collegata ai Disturbi d’Ansia appare variegata ma, all’interno delle varie sfaccettature, il disturbo d’Ansia Generalizzato ad esempio, è uno dei più comuni tra i soggetti che giungono in studi professionali. Oltre alla TCC, l’approccio psicodinamico risulta vincente nella risoluzione del disturbo e offre maggiori garanzie là dove sia necessario un consolidamento dei risultati raggiunti, in quanto approccio più analitico degli altri e più in grado di accedere ad aspetti più profondi della Personalità.

 

[La dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicoterapeuta a Firenze e ad Arezzo , si occupa di Disturbi d’Ansia e di patologie psicosomatiche]

 

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Il Disturbo evitante di Personalità

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Solitamente un soggetto con una personalità adeguatamente strutturata è capace di modificare il proprio stile affettivo, cognitivo o di comportamento in base alle difficoltà o alla situazione che incontra.

Quando questo genera evidenti sofferenze soggettive e relazionali, che si ripetono simili nel tempo, si può ipotizzare l’esistenza di un Disturbo di Personalità.

I Disturbi di Personalità generano difficoltà nelle relazioni con gli amici, i famigliari e con i colleghi di lavoro e queste a loro volta espongono maggiormente queste persone allo sviluppo di Depressione, Disturbi d’AnsiaDisturbi Alimentari. Questi soggetti possono anche essere inclini all’abuso di alcol, di farmaci o di sostanze stupefacenti, allo scopo di lenire le emozioni sgradevoli che si generano nella loro vita.

Il Disturbo Evitante di Personalità è grave e invalidante, se non curato limita notevolmente la vita e l’autonomia della persona che ne soffre ed è spesso associato ad altri disturbi di natura psichiatrica. E’ caratterizzato dall’ estremo timore del giudizio negativo, della critica e dell’esclusione e da un profondo senso d’inferiorità e disistima. Queste persone sentono di essere poco interessanti e di non avere quindi nulla da condividere con l’altro. Faticano a condurre una conversazione per la convinzione di possedere idee di scarso valore, i loro pensieri, desideri e punti di vista non possono essere condivisi ed esposti per l’estremo timore della critica. Sono soggetti che desiderano profondamente il contatto sociale ma provano una intensa ansia nell’esporsi.

Stare in mezzo alle persone genera a questi soggetti uno stato di forte imbarazzo e di ansia sociale, per certi aspetti la sintomatologia è sovrapponibile a quella della Fobia Sociale. Questi pazienti sono convinti che incontreranno solo rifiuto e giudizio negativo e che ciò li esporrà a sentimenti d’imbarazzo e vergogna. In questa situazione d’isolamento le persone affette da questo disturbo tendono a sviluppare interessi che possono essere vissuti da soli, come la  lettura, i lavori manuali o il collezionismo.  Oggi è frequente che stabiliscano relazioni virtuali attraverso il social network, sebbene, nei casi più gravi, anche l’esposizione protetta via internet possa essere troppo ansiogena. Nonostante questi meccanismi di difesa relativamente evoluti, che consentono a questi soggetti di sperimentare sensazioni positive, il senso di deprivazione e di esclusione può determinare vissuti di vuoto, tristezza e di solitudine che sono poi l’innesco per la depressione. Le relazioni con i famigliari più intimi rimangono le uniche fonti di rassicurazione e di contatto e sono spesso improntate a dipendenza.

Quali possono essere le cause del disturbo evitante?

E’ ipotizzabile un substrato genetico, un’inclinazione biologica ad essere particolarmente intimoriti dalle situazioni sconosciute, che non viene gestita in modo adeguato dal contesto famigliare durante l’infanzia e si cronicizza, invece di attenuarsi attraverso l’acquisizione di competenze sociali. Da bambini questi soggetti sono stati poco sostenuti nell’affrontare ed imparare tutte le competenze relazionali necessarie quando, crescendo, ci si deve confrontare con il mondo sociale.

Spesso questi pazienti hanno avuto esperienze infantili caratterizzate da un ambiente poco accogliente e più incline alla critica e al giudizio negativo o anche alla distanza affettiva. I genitori sono stati rigidi ed esigenti e fortemente preoccupati di dare un’immagine sociale di sé e del figlio non criticabile in alcun modo.

E la terapia più adeguata?

La richiesta di trattamento si determina quando i sintomi di ansia sociale diventano troppo forti o compare la depressione da isolamento. Più raramente la richiesta scaturisce da una consapevolezza di un loro modo disfunzionale di affrontare le relazioni interpersonali. Spesso i meccanismi di difesa rispetto al dolore inducono questi pazienti a proiettare le colpe dei loro fallimenti e della loro solitudine sull ’ambiente esterno: “gli altri che non mi capiscono, non mi interessa quello di cui parlano,  mi annoio molto e non voglio essere obbligato a trascorrere il mio tempo con loro”.

La terapia psicologica più indicata è di tipo individuale. Solo in un secondo momento può essere consigliato per questi pazienti partecipare a sedute di gruppo, ad esempio di skill-training o training di assertività, per l’acquisizione di migliori competenze sociali. La terapia dovrebbe avere lo scopo di mettere a contatto queste persone con i motivi che, nella loro storia di vita, hanno determinato il loro disturbo e deve contenere tecniche di ristrutturazione del pensiero e del comportamento. Questi pazienti devono imparare a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei loro confronti, diventando consapevoli del fatto che la disapprovazione o la critica sono solo una delle possibili realtà con le quali si possono confrontare nella relazione.  Sono importanti le tecniche graduali di esposizione sociale, da applicare quando il paziente è in grado di tollerare eventuali possibili frustrazioni o critiche, interpretandole con un assetto cognitivo differente. Ad ogni modo il trattamento del paziente evitante richiede lunghi periodi di psicoterapia, ipotizzabili in qualche anno di cura regolare.

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Disturbi specifici dell’Apprendimento

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I DSA rappresentano ad oggi uno dei maggiori quadri nosografici di cui i clinici continuano a prendersi “cura”. Siamo costantemente a contatto con realtà difficili relative a giovani pazienti (bambini, pre adolescente, adolescenti, talvolta anche giovani adulti) che ci contattano per avere un ulteriore ragguaglio su quelle che sono le difficoltà più diffuse nell’epoca moderna.

Perchè proprio l’apprendimento viene chiamato in causa?

Nella Psicologia dello Sviluppo, numerosi studiosi tra cui J. Piaget, si sono occupati di sviluppo intellettivo e di apprendimento. Come clinici abbiamo seguito pedissequamente e fedelmente la risonanze teorico-cliniche che tali studi hanno avuto sulla nostra formazione.

Ci troviamo nei nostri studi alle prese con difficoltà emozionali legate al modo di apprendere il “nuovo” o ciò che fa parte di un caleidoscopio di conoscenze astratte e non. Gli adolescenti, talvolta ignari del significato profondo di una etichetta diagnostica, ci interpellano (o meglio i loro genitori) convinti che tutto ciò sia solo una perdita di tempo.

E invece, come clinici pensiamo, all’opposto, che prima si avvia un processo di presa in carico, prima si arriva ad una prevenzione di ulteriori aggravi che possono incidere sulla personalità del giovane paziente.

Perchè più figure professionali insieme allo Psicologo?

Indispensabile dunque monitorare l’intervento con l’ausilio di più figure professionali che agevolino il decorso dell’iter diagnostico. Lo Psicologo e Psicoterapeuta è in grado di occuparsi dell’area diagnostica, ma anche di quella relativa alla prognosi del giovane paziente. Molti adolescenti cominciano un percorso di Psicoterapia per capire a fondo i risvolti che derivano da una assunzione di consapevolezza di un quadro di DSA.

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Lo stato ipnotico

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Il termine ipnosi deriva dal greco “hypnos” che vuol dire sonno e che riconduce a uno stato psicosomatico durante il quale l’individuo assume uno condizione di trance, come se fosse (appunto) in una condizione di sonno profondo.

Prima lo studioso Mesmer (1779) e poi Braid (primi anni dell’800) si occuparono di Ipnosi come pratica medica di induzione dello stato onirico. Dopo il susseguirsi di vari esperimenti e studi accurati sulla pratica ipnotica, numerosi clinici si sono cimentati nell’acquisizione di tecniche bio-mediche in grado di garantire loro un successo sul piano dell’applicazione di questa tecnica. Naturalmente non tutti sono riusciti ad apprendere in modo proficuo i parametri di base della tecnica.

Ad oggi, una non proprio alta percentuale di persone si sottopone alla tecnica dell’Ipnosi, pensando di poter in questo modo “guarire” dalle sofferenze trascorse nell’arco della propria vita.

L’ipnosi, studiata anche da Charcot e da Freud, è ad oggi utilizzata in questi campi:

  • Ipnosi per scopi militari.
  • Ipnosi nei programmi spaziali.
  • Ipnosi da palcoscenico.
  • Ipnosi per lo studio di fenomeni paranormali.
  • Ipnosi “illegale”, applicazioni extracliniche per finalità illecite, solitamente truffaldine.

 

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L’Autismo spiegato in alcune brevi note

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L’Autismo è una delle patologie più a lungo studiate e di cui, ancora oggi, non si conoscono in modo certo ed accurato le cause sottostanti. Numerose ricerche hanno, nel tempo, suggerito la concomitanza di cause ambientali e di cause genetiche.

La gran parte dei ragazzi affetti da Autismo riportano, tuttavia, una peculiarità ovvero il fatto di trovarsi in una condizione di “isolamento perpetuo” rispetto alla realtà esterna a loro vicina. L’ipotesi seguita da alcuni scienziati italiani e non, è quella di aver riscontrato, tramite esami specifici, una assenza dei cosiddetti neuroni specchio che invece promuovono un processo di rispecchiamento nell’altro soggetto che sta per compiere o che sta compiendo un’azione.

Altra peculiarità associata all’ambiente familiare del ragazzo autistico è la presenza di una figura di attaccamento che sembra non fornire adeguate cure in grado di soddisfare le richieste del figlio nella fase dello sviluppo. Si è parlato in passato, a proposito di questo, di madri-frigorifero. Più recenti studi, tuttavia, hanno messo in discussione la tesi delle “madri-frigorifero”, considerandola riduttiva e priva di un reale riscontro oggettivo.

Nell’area della Psicoterapia Psicodinamica dell’Adolescenza, il trattamento di ragazzi affetti da autismo, consiste nel facilitare il più possibile una presa di autonomia del ragazzo, nel comunicare con lui/lei in modo spontaneo e rassicurante, nell’incentivare meccanismi di identificazione e di sostegno nei confronti dell’Io del giovane paziente. E’ necessario dunque strutturare un percorso di cura basato sul contenimento di certi tratti comportamentali distorti, avvicinandosi al canale emozionale che può fornire indicazioni preziose sul decorso della terapia.

 

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I cambiamenti ci spaventano?

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Se dovessimo tracciare una linea (rappresentativa del nostro arco di vita) su di un  foglio bianco e ne dovessimo evidenziare momenti positivi e momenti con segno meno, noteremmo certamente una variabilità significativa. La maggior parte delle persone sottoposte a questo esperimento segnala e descrive cambiamenti repentini, all’interno dei quali, molte cose subiscono una inflessione. Sul piano strettamente psicologico occorre fare alcune precisazioni: che cosa spaventa di più, il fatto di dover abbandonare delle certezze o, piuttosto, il senso di estraneità nei confronti del nuovo?

Da numerose indagini effettuate in laboratorio, si è notato come sia certamente il nuovo, il non conosciuto a spaventare maggiormente. La ciclicità di un determinato fenomeno assicura tranquillità e mantiene il livello di Arousal verso il basso. In definitiva, lo Psicologo e Psicoterapeuta interviene in tutti quei casi nei quali la persona ha subito per anni un declino ed una variazione repentina della propria vita, accumulando esperienze negative molteplici. Di fatto la terapia ha la funzione di supporto e di contenimento delle problematiche del soggetto, nonché il ruolo di catalizzatore di tutte le risorse ed energie indispensabili del soggetto per poter procedere nella propria vita.

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Curare le Fobie?

Ad oggi un consistente numero di persone soffre di disturbi fobici e, spesse volte, non sa di soffrirne. Quando parliamo di fobie ci riferiamo a tutta quella area legata ai Disturbi d’Ansia. La fobia non è altro che una paura immotivata che attanaglia l’io della persona costringendo quest’ultimo a vivere una condizione penosa legata ad un disagio esistenziale significativo.

Le condizioni in cui l’ansia si manifesta possono essere molteplici: ci può essere un’ansia definita anticipatoria, un’ansia estrema che sfocia in un attacco di panico. I correlati neurofisiologici ai disturbi d’ansia si evidenziano nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un soggetto con caratteristiche fobico-ansiose. Tra le caratteristiche neurofisiologiche abbiamo: meccanismi di agitazione estrema, aumento della funzione cardiaca, sudorazione eccessiva, senso di soffocamento, ecc….

Come si curano le Fobie?

Nelle famiglie dei soggetti che soffrono di ansia di grado elevato ci è quasi sempre la presenza di un familiare di primo o di secondo grado che ne è a sua volta sofferente. Siamo quindi di fronte ad una componente ereditaria.

La Psicoterapia è  uno strumento efficace per la risoluzione di quadri fobico-ansiosi, per gli attacchi di panico e per disturbi di elevata gravità, come i Disturbi Ossessivi.

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Siete dei “mangiatori emotivi”?

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Non sempre mangiamo semplicemente per soddisfare la fame. Ci rivolgiamo ai prodotti alimentari per ricercare un comfort, alleviare lo stress, o come ricompensa. Purtroppo, il “mangiare emotivo” non risolve i problemi emotivi. Di solito, anzi, fa sentire peggio. Dunque, non solo il problema emotivo originale rimane, ma  ci si sente anche in colpa per eccesso di cibo. Imparare a riconoscere i nostri impulsi riguardo il mangiare emotivo è il primo passo per liberarsi dal desiderio di cibo e dell’eccesso di cibo compulsivo, oltre a condurci a cambiare le abitudini che hanno sabotato le vostre diete in passato.

Capire il “mangiare emotivo”

Se avete tentato più volte di “fare spazio” nel vostro stomaco per il dessert anche se eravate già pieni o una Colomba insieme a del gelato, quando vi sentitavate giù, allora avete sperimentato il cosiddetto mangiare emotivo. Il mangiare emotivo induce il soggetto a procurarsi del cibo per farvi sentire meglio, ovvero un mangiare per riempire bisogni emotivi, piuttosto che per riempire lo stomaco.

Utilizzare il cibo di tanto in tanto come un pick me up, o come ricompensa, o per festeggiare non è necessariamente una cosa negativa. Ma quando si mangia è il tuo di coping emotivo primario ovvero un meccanismo caratterizzato da un impulso ad aprire il frigorifero ogni volta che sei arrabbiata, arrabbiato, solitario, stressato, esausto, o annoiato. Si rimane quindi bloccati in un ciclo malsano in cui il vero sentimento o il problema non viene affrontato.

La fame emotiva non può essere riempita con il cibo. Mangiare può  far sentire bene in un dato momento, ma i sentimenti che hanno innescato il mangiare sono ancora lì. Spesso ti senti peggio di quanto ti sentivi prima a causa delle inutili calorie  che hai consumato.

Sei un mangiatore emotivo? Prova il Test
  • Mangi di più quando si senti stressato?
  • Mangi quando non hai fame o quando sei pieno?
  • Mangi per sentirti meglio (per calmare e lenire te stesso quando sei triste, in difficoltà, annoiato, ansioso, ecc..)
  • Ti premi con il cibo?
  • Mangi regolarmente fino a quando hai “riempito” te stesso?
  • Avere molto cibo a disposizione ti fa sentire al sicuro? Pensi al cibo come ad un amico?
  • Ti senti impotente o fuori controllo intorno al cibo?

Se nelle tue risposte ha prevalso il Sì, allora hai buone probabilità di incorrere nel rischio di utilizzare il cibo come un catalizzatore di ansia, emozioni, stress e disagio. Puoi dunque rivolgerti ad uno specialista del settore.

 

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Incertezze sentimentali….perchè stiamo così male?

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Vi è un nucleo fondante in ogni soggetto rappresentativo di una instabilità emozionale dovuta a cause sentimentali. Motivazioni ed esperienze nelle quali la persona sente di non poter appagare desideri e sentimenti di natura affettiva ed amorosa. La Psicologia psicodinamica ha studiato questo settore in termini di conflitti non risolti. Da un lato l’Io della persona esprime caratteristiche che lo condurrebbe-ro verso l’appagamento di determinati istinti, dall’altro lato, la parte più “in ombra” dell’individuo, fa fatica ed esercitare pressioni al fine di ottenere ciò verso cui prova attrazione e benvolenza.

Nella clinica, il colloquio ha come specificità proprio il fatto di porre il soggetto di fronte ad una situazione-tipo che possa esacerbare proprio quelle attività del pensiero rivolte alla elaborazione di certi conflitti interni, ed esempio: A giugno ho conosciuto una ragazza che fin dall’inizio mi ha attratto per la sua incredibile intelligenza e modi di fare. Inizialmente era nata come una amicizia in cui la sessualità era predominante e devo dire che l’ho vissuta magnificamente. Dopo circa una settimana lei mi ha rivelato che c’era di più oltre il sesso e che voleva sapere cosa ne pensassi al riguardo. Adesso, non so perché, io le ho detto che chiaramente non ero ancora innamorato di lei ma che mi piaceva, altrimenti non avrei mai avuto quel genere di rapporto con lei”.

L’esemplificazione riassume alcune caratteristiche di una situazione che crea una sofferenza interna al soggetto e che necessita di una comprensione e di un accompagnamento.

La sofferenza emotiva mette in moto meccanismi psichici di natura conflittuale che trovano un riscontro effettivo all’interno di un caleidoscopio di sintomi (ansia, sintomi neurovegetativi, depressione, disturbi alimentari).

La cura elettiva è quella che concerne un trattamento psicoterapico in cui l’empatia ad opera del professionista permetta un dispiegamento delle sofferenze del paziente.

 

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Orientamento sessuale: ansia e calo del desiderio sessuale

images14Molti giovani adulti mi pongono problematiche che riguardano difficoltà nella percezione di un proprio orientamento sessuale chiaro e definito. A ciò si aggiungono sintomatologie che spaziano dal disturbo d’ansia fino ad un disturbo somatoforme che sembra aver reciso un contatto reale con il proprio corpo.

Il corpo rappresenta uno spartiacque tra “un dentro ” e “un fuori”. L’Io pelle come è stato definito da Anzieau scaturisce da sensazioni epidermiche che ben si collegano a processi intrapsichici dell’individuo. Nello sviluppo umano accade anche di avvertire sensazioni, desideri, prima ignoti che ci pongono in una situazione nuova.

Cosa si può ottenere da una terapia che indaga su questi fenomeni?

Lo Psicoterapeuta aiuta il paziente che si trova in un processo di transizione che porta sofferenze e disagio significativo, attraverso un percorso di accettazione di quelli che sono i propri desideri nascosti.

Il contenuto inconscio deve essere rievocato alla mente tramite l’uso della parola, la cosiddetta talking cure, strumento per eccellenza di chi lavora in questo campo.

L’orientamento sessuale è da sempre stato oggetto di numerose dissertazioni in letteratura. La scelta di un partner dello stesso sesso o di sesso opoosto deriva da molteplici fattori.

Un orientamento omosessuale non ha bisogno di etichettamenti ma di comprensione e di elaborazione. Alla base di tutto ciò vi è un desiderio sessuale per un soggetto dello stesso sesso. Le Neuroscienze indicano che alla base di questo fenomeno ci siano componenti biologiche, ormonali, ma anche di stampo ambientale, ovvero legate a stereotipi educativi,  a processi psicologici e a dinamiche interne al nucleo familiare, caratterizzate da figure genitoriali che “amplificano” uno sviluppo orientato all’omosessualità, piuttosto che alla eterosessualità. Quand’anche ciò si verifichi, il sistema-ambiente di per sè non può essere l’unico responsabile delle scelte sessuali del figlio/a. Al contempo è necessario che altre variabili (di  tipo biologico ad esempio) entrino in gioco.

 

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Essere Oppositivo Provocatori..

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Il Disturbo oppositivo provocatorio si riferisce ad un modello ricorrente di livelli inadeguati di comportamento evolutivamente negativistico, provocatorio, disobbediente, e ostile verso le figure di autorità. I comportamenti associati al disturbo oppositivo-provocatorio sono, ad esempio, lo sfidare attivamente rifiutando di rispettare le norme e le richieste degli adulti, scoppi di collera frequenti. I genitori di bambini con disturbo oppositivo provocatorio sono più propensi a utilizzare i servizi di salute mentale rispetto a genitori di bambini con altri disturbi del comportamento dirompente.

Nonostante la sua rilevanza clinica, si sa ancora troppo poco circa il disturbo oppositivo provocatorio. Ciò può essere dovuto, in parte, ad una tendenza a visualizzare il disturbo oppositivo semplicemente come una variante del disturbo della condotta.

In effetti, la maggior parte degli studi sui disturbi da comportamento dirompente hanno messo insieme i bambini con disturbo oppositivo provocatorio e quelli con disturbo della condotta in un’unica categoria generica, spesso chiamati “problemi della condotta”. 

Certamente una chiara sovrapposizione è stata stabilita tra disturbo della condotta e disturbo oppositivo provocatorio, e ci sono prove che suggeriscono che il disturbo oppositivo provocatorio precede il disturbo della condotta in una percentuale sostanziale di casi . Tuttavia, la maggior parte dei bambini con disturbo oppositivo provocatorio non ha disturbi della condotta, e molti bambini con disturbo oppositivo provocatorio presentano comportamenti di opposizione in corso senza mai sviluppare un vero e proprio disturbo della condotta . Infatti, le diagnosi di disturbo della condotta nei giovani con disturbo oppositivo provocatorio sono piuttosto rare al di là dei 6 anni di vita.

Una migliore comprensione del disturbo oppositivo provocatorio pertanto richiede l’esame dei correlati clinici della malattia indipendentemente dalla sua associazione con il disturbo della condotta. Tali informazioni possono rafforzare la nostra comprensione del disturbo oppositivo provocatorio come entità nosologica significativa e portare ad approcci terapeutici migliori volti a migliorare il disturbo. A questo fine, lo scopo è quello di determinare il significato clinico del disturbo oppositivo provocatorio da solo (cioè indipendentemente dal disturbo della condotta) esaminando le interazioni familiari, il funzionamento sociale, e la comorbidità psichiatrica con il disturbo oppositivo provocatorio o con il disturbo della condotta in comorbidità.

 

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Curare le nevrosi si può?

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Il termine nevrosi comprende una varietà di disturbi molto comuni inerenti la salute mentale. La nevrosi è in realtà una diagnosi al giorno d’oggi obsoleta che non viene più usata in medicina. I disturbi che una volta erano classificati come facenti parte di una nevrosi sono ora più accuratamente classificati come disturbi nevrotici.

I disturbi che vengono considerati all’interno di una nevrosi o disturbo nevrotico includono il disturbo post-traumatico di stress, i disturbi di somatizzazione, il disturbo d’ansia, gli attacchi di panico, le fobie, i disturbi dissociativi, il disturbo ossessivo compulsivo e il disturbo di regolazione.

I disturbi che sono considerati parte di una nevrosi o disturbo nevrotico includono un’ampia varietà di sintomi o manifestazioni emotive e fisiche. L’ansia e la paura sono sintomi comuni a molti disturbi  considerati, appunto, come nevrosi o disturbo nevrotico. Queste persone non presentano deliri o allucinazioni, che sono i sintomi tipici di un disturbo psicotico.

Tuttavia, i disordini considerati tipici di un disturbo nevrotico possono influenzare negativamente la capacità di una persona di funzionare in modo efficace nelle attività della vita quotidiana, come ad esempio andare al lavoro e a scuola, prendersi cura della famiglia, nonchè prendersi cura dei bisogni fondamentali della propria persona.

Fare una diagnosi degli elementi che fanno parte di un disturbo nevrotico, necessita di un processo di raccolta di informazioni, rispetto anche ad una storia medica completa, compresi i sintomi. 

E ‘possibile che una diagnosi di sintomi che sono considerati essere attinenti ad un disturbo nevrotico venga, in qualche modo, ritardata perché gli elementi in nostro possesso possono essere vaghi e associati ad altre condizioni psicologiche e ambientali.

Il trattamento di una nevrosi varia a seconda della sua gravità  e della condizione ambientale del singolo soggetto e in riferimento anche all’anamnesi e ai processi mentali di una persona, all’età e allo stile di vita.

La prassi odierna è quella di utilizzare la psicoterapia come strumento elettivo per la cura dei disturbi nevrotici, associata in alcuni casi, a una cura farmacologica con ansiolitici e antidepressive di seconda generazione.

 

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Quando l’ansia ci ossessiona

 

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Molto spesso mi trovo davanti a persone con disturbi d’ansia talmente evidenti che non è necessario fare più di tre colloqui di valutazione per rendersene conto.

L’ansia diventa, per queste persone, una vera e propria ossessione. Molti di loro riferiscono: “l’ansia mi divora”. E in effetti è proprio così. Imparare a gestire l’ansia per certe persone è una sfida importante.

Se però ci addentriamo in quelli che sono i più conosciuti disturbi d’ansia, troviamo il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), il quale si caratterizza proprio per la presenza di pensieri ossessivi (ossessioni) e rituali rigidi (compulsioni). Questi ultimi altro non sono che tentativi della persona di ridurre l’angoscia. Il soggetti che soffre di un DOC vive una serie di preoccupazioni inconsce, inclusa quella di una imminente perdita di controllo.

Nella clinica si ricontrano, infatti, casi di persone che si sentono inconsciamente colpevoli di pensieri criminosi che possono perseguitarli sottoforma di immagini o idee persecutorie.

In linea di massima, la psicoterapia psicodinamica per questi soggetti è importante proprio perchè aiuta il soggetto a elaborare vissuti traumatici, di perdita che hanno scatenato una grave angoscia. Alcune ossessioni e compulsioni possono quindi andare incontro a remissione nella maggioranza dei casi.

La persona che soffre di Doc può cadere in preda di un terrore diffuso esplicitato da una sintomatologia che racchiude rituali ossessivi e un andamento compulsivo. La sintomatologia crea un impedimento non di poco conto al soggetto che vede la sua vita andare letteralmente in frantumi. I giovani adolescenti che soffrono di questo disturbo riferiscono di “voler convivere con quei rituali perchè fanno loro compagnia”. L’approccio psicodinamico che, talune volte, può essere affiancato da un supporto farmacologico, lavora proprio sulla rievocazione di ricordi e vissuti dolorosi per il soggetto (perdite, traumi, assenze..). Il processo è costantemente “in progress”, in quanto la terapia è tesa recuperare quelle funzioni dell’Io del paziente che sono state, col passare del tempo, annullate.

E’ un buon proposito, quindi, quello di rivolgersi ad un professionista o ad un centro clinico per la risoluzione del DOC.

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E’ possibile curare la depressione con la Psicoterapia?

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Il termine depressione deriva dal latino depressioonis, der. di deprimĕre «deprimere», part. pass. depressus. Il fatto di deprimere ovvero di portare ad un livello più basso.

La Depressione può essere indentificata come endogena o reattiva, in base alle condizioni che scatenano un quadro di questo tipo.

Molte persone sono impaurite dal ricevere diagnosi di questo tipo. Non accettano, talvolta, di dover “contrastare” una esistenza a cui spesso sono abituati, caratterizzata da una illusoria percezione della realtà esterna. E’ come se non accettassero di doversi confrontare con quello che, fino a qual momento, è stato solo un vivere in modo estraniato ed estraniante.

La Psicoterapia cura la Depressione?

Ancora una volta mi sento di rispondere in modo affermativo. La maggior parte delle psicoterapie, di qualsiasi orientamento si tratti, rispondo bene alla cura della Depressione nella quasi totalità dei casi.

L’approccio psicodinamico ed in particolare alcune forme di terapie come la TDI sono indirizzate alla cura di quadri depressivi anche gravi e con una stabilità che si protrae nel tempo. In alcuni casi è consigliato procedere in parallelo con un collega psichiatra che valuti una cura farmacologica da affiancare alla psicoterapia. La depressione è un disturbo dell’umore che pervade la vita di molti soggetti. Alcune persone arrivano ad una diagnosi in tempi tardivi e ciò rallenta un percorso di cura e di presa in carico.

Programmare un intervento psicoterapico con soggetti con diagnosi di Depressione espone il clinico a numerose ipotesi, tante quante ne richiede la complessità di ogni singolo caso. Nella relazione terapeutica un must è rappresentato dal fatto di creare un habitat consono ad ogni singola situazione, sia essa orientata ad una risoluzione immediata della sofferenza del soggetto, sia nel caso di una situazione di cronicità conclamata. Appare evidente, quindi, la necessità di lavorare nell’ hinc et nunc del trattamento terapeutico su dinamiche transferali che rendano i contenuti della terapia comprensibili ed esplicitabili ad entrambi i protagonisti.

 

La dott.ssa Ilaria Bellavia, Psicoterapeuta a Firenze e ad Arezzo, si occupa di Psicoterapia della Depressione a Firenze presso lo Studio di Psicoterapia in Via Vittorio Emanuele II, 85 o presso il Poliambulatorio specialistico Sapra di Arezzo.

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La separazione: genitori che formano nuove coppie

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Quando posso dire a mio figlio che ho un nuovo compagno?

Generalmente, molte persone mi chiedono aiuto proprio per affrontare fasi come questa: non è semplice comunicare al proprio figlio, in seguito ad una separazione, che stiamo formando o abbiamo appena formato una nuova coppia. La cosa migliore è non accelerare i tempi, non creare forzature ma, piuttosto, trovare naturalmente che le cose si dispieghino “da sole”, all’interno di una comunicazione attenta, sensibile ai bisogni dei figli.

Come posso gestire la gelosia di mio figlio verso il nuovo partner?

Attraverso il canale comunicativo/emozionale della gelosia, il figlio non fa altro che imprimere nel genitore una richiesta di  attenzione, di “voler essere visto”. Il tema della gelosia dei figli nei confronti dei genitori potremmo allinearla ad una forma di “attaccamento non appagato”, un pò come se vostro figlio vi dicesse: ” Ci sono anche io, sono qui per ricevere amore e tenerezza”.

La situazione, all’interno di coppie ri-costituite, si complica ulteriormente in quanto l’altro della coppia non è il genitore biologico. In questi casi, a maggior ragione, il processo di sensibilizzazione del genitore alla tematica dell’attaccamento dei propri figli, risulta cruciale e da non sottovalutare.

Se mio figlio si rifiuta di accettare la presenza del nuovo compagno in casa, cosa devo fare?

In questi casi è importante avviare un percorso di consulenza e di psicoterapia con un professionista che “guidi” dall’esterno questa fase. Evidentemente, alla base di questo rifiuto, ci sono conflitti e malesseri non elaborati da parte del figlio e/o della coppia genitore/figlio.

Come posso fare per aiutare i miei figli a trovare un posto nel nuovo nucleo familiare?

Compiuti una serie di step preliminari, la sensazione sarà quella di “aver scollinato una enorme montagna”. Ebbene, ora è giunto il momento di “ritagliare su misura del figlio” un posto all’interno del nuovo nucleo, tenendo conto dei bisogni di ciascun membro. Teoricamente le cose, in questo stadio, potrebbero risultare “in discesa”, in linea più pratica non sempre è così.

 

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Smettere di fumare

Il video ripropone quello che tutti sappiamo riguardo ai danni che il fumo provoca in molti soggetti, all’interno della popolazione mondiale. (https://it.notizie.yahoo.com/video/il-video-shock-per-smettere-115003064.html)
Ciò non basta però a dissuadere gran parte di loro dal fare a meno di fumare quotidianamente.
La nicotina, sostanza che induce dipendenza, ha un alto potere attrattivo su soggetti che fumano con una certa continuità.

L’intervento del professionista

Alcuni punti-chiave vi aiuteranno a comprendere perchè è utile rivolgersi ad un professionista esperto in tematiche di dipendenza da sostanze e perchè è bene riporre in tale intervento il massimo della fiducia.

  1. Aspetti motivazionali (perchè fuma, quali vantaggi ne trae, quali sensazioni fisiche, olfattive, gustative sono per lei importanti)
  2. La fisiologia del “fumatore” ( cosa sente il suo organismo nella fase pre, peri e post fumo? descriva come si sente)
  3. La Psicologia del fumatore (che persona è? che storia di vita passata ha? che familiarità c’è nella sua famiglia in fatto di dipendenza da nicotina?)
  4. Costi e benefici (utilizziamo una sorta di bilancia sulla quale porre costi e benefici di chi si dichiara “fumatore incallito”)
  5. Punto fondamentale: la terapia attraverso tecniche specifiche di ri-cognizione delle cause che creano la dipendenza da nicotina. Questo è il punto più importante che potete raggiungere solo se vi rivolgerete ad un professionista esperto in questa area.

Come è bene operare in questi casi

In riferimento alla mia esperienza all’interno di comunità per il recupero di soggetti con dipendenza da sostanze, tendo a strutturare l’intervento secondo un protocollo, ormai abbondantemente sperimentato, che si sviluppa secondo determinati parametri .

L’importante è, invece, informarvi sul fatto che il percorso di presa in carico terapeutica ha una riuscita che si aggira intorno all’80% dei casi su una casistica piuttosto ampia.

 

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DSM 5: le nuove frontiere della conoscenza psichica

Il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM) è ed è stato, sin dalla sua nascita, considerato come un valido strumento di diagnosi della malattia mentale.

Anche gli Psicologi, oltre agli Psichiatri, hanno teso a riferirsi, spesse volte, ad un inquadramento diagnostico oggettivabile e standardizzato con l’ausilio di tale strumento.

Attualmente la versione numero V, della quale potete avere maggiori informazioni su www.raffaellocortina.it/dsm-5, evidenzia chiari cambiamenti rispetto alle versioni precedenti. In particolare vengono proposti nuovi modelli e nuove scale di valutazione. Si suggeriscono consigli sulla fase della diagnosi e sulla pianificazione di un trattamento evidence-based. E’ stato eliminato il sistema multiassiale, nonchè rivisto l’approccio basato sul ciclo di vita e le correlazioni con i fattori culturali e di genere.

 

Cosa sono le esperienze traumatiche precoci?

Come Psicologi e Psicoterapeuti ci troviamo spesso a valutare la frequenza e l’ intensità rispetto ad episodi traumatici accaduti in età evolutiva. Molteplici test sono di aiuto nel diagnosticare tali quadri patologici, come ad esempio il Test di Cohen (che valuta, nelle sottoscale, la trascuratezza, il rifiuto, l’inversione di ruolo, l’abuso fisico, la violenza domestica assistita da parte della figura paterna, ecc….). Il fattore “trauma” determina un vissuto di angoscia e di dolore che influisce sui MOI (Modelli operativi interni) del soggetto, determinando uno stile di attaccamento, il più delle volte, di tipo Disorganizzato.

Cosa intendiamo per esperienze traumatiche precoci?

Il più delle volte le persone ricercano aiuto nel tentativo di trovare una soluzione efficace ai loro problemi. Ciò senza porsi, quasi mai, quale può essere o quali possono esseri i fattori o le esperienze sottostanti a tale malessere.

Nell’arco di vita di ogni persona si intersecano una serie di vissuti più o meno consci all’individuo che hanno contribuito a strutturare uno stile di vita, una tipologia del carattere, una modalità (spesso egodistonica) di affrontare relazioni ed esperienze della propria di vita di soggetti adulti.

Il fattore relativo alla precocità con la quale certe esperienze si verificano, non è da sottovalutare. E’ bene premettere che l’individuo comincia a ricordare episodi della propria vita ad un’età che oscilla tra i tre e i quattro anni. Prima di allora è difficile che si possano avere ricordi nitidi e netti.

Il vissuto di ogni soggetto è, quantunque veritiero, soggetto a rielaborazioni proprie che possono talvolta distorcerne la trama, il significato.

Perchè è fondamentale porre in atto una rielaborazione delle proprie esperienze di vita?

Da studi effettuati in doppio cieco si è visto come le esperienze traumatiche precoci in età infantile siano da considerarsi fattori di rischio per lo strutturarsi di gravi patologie in età adulta.

Il concetto di prevenzione primaria ri-capitola ciò che ci auspicheremmo da una presa in carico precoce di persone con vissuti dolorosi e traumatici, proprio perchè prima si interviene, più alta è la percentuale di riuscita in favore di una non patologizzazione in età adulta.

Sebbene, in Italia, e in altri paesi europei, ciò sia ormai del tutto assodato, in una percentuale di casi questi protocolli non vengono messi in opera.

L’intervento dello Psicoterapeuta talvolta è tardivo e, in quei casi, il lavoro risulta più complesso e variegato.

Poniamo, quindi attenzione, ai soggetti in età evolutiva affinchè si possa intervenire per tempo e con strumenti affidabili.

 

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Perche’ tendiamo a proteggerci dall’invidia?

Molti soggetti, di entrambi i sessi ed in particolari condizioni psicologiche, non riescono a riconoscere a se stessi meriti e valutazioni positive. Perche’? Cosa scatta dal punto di vista psicologico dentro di loro? Proviamo a tracciare un percorso logico (o meglio psico-logico) che possa dare spiegazioni esaustive: innanzitutto i livelli di autostima variano da soggetto a soggetto. Possiamo incontrare nei nostri studi soggetti con una carente, se non autosvalutante percezione di se’, ma anche soggetti “ipertrofici” che non accettano di sottoporsi ad alcun tipo di critica, proprio in virtu’ del fatto che sopravvalutano la propria persona, le proprie capacita’, ecc…

Come puo’ intervenire lo Psicoterapeuta?

In primo luogo riducendo i livelli di stress causati, ad esempio, da una scarsa autostima e attivando risorse interne all’individuo che lo rendano consapevole delle proprie difficolta’.

In seconda battuta stimolare l’individuo affinche’ elabori, nel tempo, una “nuova immagine” di se’ scevra da sensi di colpa, svalutazione del se’, ecc…

Perche’ e’ importante affrontare questi livelli di disagio?

Riuscire a rintracciare e a prendere contatto con una soggettivita’ diversa e piu’ funzionale, e’ senz’altro un primo punto cui porre attenzione. Il clinico sa bene quanto questo e’ complesso, fonte di sofferenza e di stati di disagio. Tuttavia e’ necessario, con l’aiuto di un esperto, modulare un intervento proficuo che “normalizzi” la situazione critica in corso in quel dato momento.

 

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Obesita’ e autostima

L’obesita’ e’ una condizione medica generale di sovrappeso estremo in persone giovani e meno giovani, di entrambi i sessi.

Tralasciando volutamente le varie indicazioni, i vari Body Index Mass, ecc…che consentono al medico di formulare diagnosi di Obesita’, e’ opportuno invece porre significato e attenzione alla relazione tra Sovrappeso e Autostima.

Numerosi ricercatori statunitensi sono dell’idea che gli obesi siano soggetti che, primariamente, ingeriscono una enorme quantita’ di cibo. In molti casi, esaminati all’interno di studi medici con o senza la presenza dello Psicologo, si e’ visto come il soggetto affermi di mangiare quotidianamente una enorme quantita’ di cibi, senza riuscire a controllarsi. In area psicopatologica si parla appunto di Binge Eating Disorders.

Lo Psicologo specializzato in Psicoterapia e con esperienza di pazienti provenienti da quadri psicopatologici di questo tipo, ha a disposizione una serie di strumenti che indagano la moltitudine e la variabilita’ personologica del soggetto, in relazione ad aspetti compulsivi legati al cibo.

Un altro costrutto fondamentale e’ quello dell’Autostima, dove il soggetto valuta e apprezza se stesso e gli altri secondo una propria organizzazione mentale e secondo cio’ che effettivamente pensa riguardo a se’ e agli altri.

In una recente ricerca pubblicata sul Los Angeles Times si e’ visto come un ampio campione di soggetti adolescenti e giovani adulti in una condizione di estrema obesita’, traevano benefici da una intensa attivita’ fisica con l’ausilio di una terapia psicodinamica settimanale della durata minima di un anno. L’analista sosteneva la persona elaborando insieme a lui/lei i vissuti legati alla bassa autostima (low self esteem) e monitorava l’andamento delle “abbuffate alimentari” in costante collegamento con un medico nutrizionista.

Dovremmo quindi chiederci come e perche’ il costrutto legato all’autostima funziona da “ago della bilancia” rispetto a disfunzioni alimentari cosi’ dilanganti nella societa’ moderna?

 

 

Come imparare a gestire tempi e modi legati all’attivita’ sessuale

L’atto sessuale in se’ e’ un’esperienza unica sul piano delle sensazioni fisiche. Ogni soggetto ha determinate inclinazioni, modi di vivere l’esperienza nel modo migliore. La ricerca del piacere sembra essere ancora il motivo principale per cui donne e uomini tendono a sperimentare la propria sessualita’. Come Psicologi riteniamo utile, con i nostri pazienti, nei casi di problematiche come Eiaculazione precoce, anorgasmia, ecc…, intervenire con una Psicoterapia che possa analizzare a fondo la personalita’ del soggetto che ci interpella e, soprattutto, le sue aspettative piu’ o meno consce rispetto alla vita sessuale.

Fast sex o slow sex?

Secondo alcuni studiosi, inoltre, l’eiaculazione precoce non sarebbe una malattia, ma una situazione naturale e il controllo volontario dell’eiaculazione e’ il risultato di un apprendimento che avviene con l’addestramento. Secondo Leonore Tiefer, sessuologa della New York University non c’è una normalità in questo campo, così come non c’è una “normalità” nel colore dei capelli. Ci sono persone più veloci ed altre più lente.

Quando e’ realmente un problema

Molte coppie vivono con disagio tuttavia questa modalita’ repentina di giungere alla fine del rapporto. Nei casi maggiormente compromessi e’ necessario parlarne con il partner per trovare una soluzione in tempi brevi. In questo senso, oltre alle tecniche di rilassamento che aiutano a ridurre il carico di stress accumulato, vi sono approcci terapeutici che vanno nella direzione di una comprensione profonda del disagio (spesso di natura emozionale) vissuto dalla persona.

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