Normalità e patologia

Possiamo definire “normale” (dal suo significato etimologico) cio’ che è relativo a una norma. Durante la crescita gli individui acquisiscono, attraverso il processo di socializzazione, conoscenze, valori, regole di comportamento accettati e condivisi dalla società di appartenenza. La deviazione da questi modelli puo’ essere guardata con sospetto o con riprovazione, e puo’ avere come conseguenza l’esclusione del diverso. Occorre dunque essere cauti nel nell’utilizzare categorie come normalità e follia, perchè comportamenti diversi, non conformisti, originali possono essere considerati “non normali”, ma non possono essere etichettati come patologie.

Tuttavia, tutte le patologie psichiche esistono e vanno riconosciute per poter aiutare il soggetto che ne è affetto a ritrovare una modalità di adattamento alla realtà e a superare il profondo disagio che lo affligge.

Freud ha messo in luce come il funzionamento psichico dell’individuo sano non si differenzia fondamentalmente da quello dell’individuo nevrotico: in ogni individuo possiamo ritrovare gli stessi processi psichici, le stesse dinamiche inconsce, la rimozione, le difese. Le differenze non sono qualitative bensì quantitative.

 

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L’Alessitimia

 

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L’alessitimia o alexitimia (dal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione: letteralmente «non avere le parole per le emozioni») in psicologia è un disturbo che consiste in un deficit della consapevolezza emotiva, palesato dall’incapacità di mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri e gli altrui stati emotivi. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé.

Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos all’inizio degli anni settanta, per definire un insieme di caratteristiche di personalità evidenziate in pazienti cosiddetti psicosomatici. Il nome venne divulgato per la prima volta nel 1976 alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.[1]

 Caratteristiche

L’alessitimia si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, e a distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche. I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni, e al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d’introspezione, e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media. I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di essa, preferiscono l’isolamento.

L’alessitimia è stata associata a uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.

Altro processo psichico frequente nei soggetti con tratti di personalità alessitimici è l’incapacità di mentalizzare e simbolizzare l’emozione. L’emozione viene vissuta per via somatica (direttamente sul corpo e senza elaborazione mentale), e non interpretata cognitivamente, né concettualizzata per immagini mentali o parole che la sintetizzino e contengano. L’emozione è, per il soggetto alessitimico, la mera percezione fisica, disregolata e presimbolica, dei correlati psicofisiologici dell’attivazione emotiva.

La diagnosi

Il test attualmente più diffuso e affidabile per la diagnosi dell’alessitimia è la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale), una scala psicometrica,[2][3] di autovalutazione a 20 domande (item), creata nel 1985 (come TAS-26, con 26 item) e revisionata poi nel 1992 (con riduzione a 20 item), per identificare la presenza delle tre caratteristiche ritenute alla base del disturbo:

  • la difficoltà nell’identificare i sentimenti;
  • la difficoltà nel descrivere i sentimenti altrui;
  • il pensiero orientato quasi solo all’esterno, e raramente verso i propri stessi processi endopsichici.

Per la valutazione delle caratteristiche alessitimiche, esistono altri sistemi di misurazione: inaugurata da Ruesch tra il 1948 e il 1957, fu l’osservazione sui pazienti, da cui derivò che loro producevano solo fantasie primitive e stereotipate. Murray, nel 1935, utilizza il TAT. Si tratta di 31 tavole rappresentanti foto, immagini, quadri, dal significato ambiguo, di cui 11 tavole vengono utilizzate per tutti i soggetti, e 20 sono specifiche per categorie di genere sessuale ed età. Sulle tavole vi sono rappresentati uno o più personaggi immersi in situazioni di vita quotidiana, e l’immagine è strutturata in diversi gradi. La tecnica utilizzata è basata sulla proiezione la cui caratteristica è lo stimolo poco strutturato (v. Test psicologico proiettivo). Il test è individuale e il soggetto si trova seduto di spalle allo psicologo; in questo modo sono favorite le libere associazioni. Il soggetto deve costruire una storia intorno alla figura presentata, con un passato, un presente, un futuro, una conclusione e, infine, le considerazioni personali; ciò favorisce l’identificazione del soggetto con il personaggio principale, attribuendogli sentimenti e bisogni che fanno parte del suo vissuto, e sono espressione del suo mondo pulsionale (inconscio).

Il SAT9 (Objectively Scored Archetypal Test) è una tecnica proiettiva di disegno, utilizzata per valutare una caratteristica centrale dell’alessitimia: la funzione simbolica e la capacità del soggetto di creare delle fantasie. Consta di una lista di 9 oggetti o simboli (una spada, una cascata, un rifugio, un mostro, un qualcosa di ciclico, un personaggio, l’acqua, un animale, il fuoco) che vengono sottoposti all’individuo a cui viene chiesto di fare un disegno utilizzando questi 9 simboli e di scrivere una breve storia che spieghi il disegno. Con l’aumentare del grado di alessitimia, i disegni perderanno di originalità, nella forma e nel contenuto, poiché il soggetto risulta avere un deficit della funzione simbolica e incapace di difendersi dall’ansia provocata da certi simboli. È logico aspettarsi che i disegni creativi e le storie poetiche saranno create più facilmente da soggetti non alessitimici.

La Psicoterapia psicodinamica

 

 

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Con Psicoterapia Psicodinamica ci si riferisce a una forma di psicoterapia basata principalmente sulla concezione e sulle metodologie della Psicoanalisi e più in generale della Psicologia dinamica, ma che si sviluppa con incontri meno frequenti e con una durata considerevolmente ridotta rispetto al vero e proprio trattamento psicoanalitico. Il Setting nella Psicoterapia Psicodinamica è quindi in parte differente, e la tecnica utilizzata è più eclettica.

La frequenza tipica delle sedute è di una o due sedute per settimana, e la durata del trattamento può essere fissata a priori oppure mantenuta aperta per un periodo di valutazione iniziale. Sono stati elaborati differenti modelli di Psicoterapia dinamica breve, per il trattamento di sintomi focali, ma in genere l’indicazione per la Psicoterapia Psicodinamica prevede accanto al trattamento dei sintomi un intervento più ampio finalizzato allo sviluppo delle risorse personali. Pertanto la durata del trattamento, seppur limitata, è solitamente più ampia, meno focale e maggiormente espressiva.

L’essenza della Psicoterapia Psicodinamica consiste nell’esplorazione dei diversi aspetti del Sé che non sono completamente conosciuti, e delle influenze che ne derivano in special modo nelle relazioni attuali e negli eventuali sintomi psicopatologici. Inoltre, questi aspetti vengono conosciuti sulla base della loro implicita influenza nella relazione terapeutica. La tecnica psicodinamica contemporanea è in una certa misura differente da quella formulata da Sigmund Freud cento anni fa.

In letteratura è possibile individuare sette focus intorno a cui si sviluppa la psicoterapia psicodinamica:

1) Il focus sugli affetti e sull’espressione delle emozioni;
2) L’esplorazione dei tentativi di gestione dei pensieri e delle emozioni disturbanti (difese);
3) L’identificazione dei temi ricorrenti e dei pattern caratteristici;
4) La discussione dell’esperienza passata (dal punto di vista dello sviluppo);
5) Il focus sulle relazioni interpersonali;
6) Il focus sulla relazione terapeutica;
7) L’esplorazione delle fantasie e della vita immaginativa.

Psicologia giuridica

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La psicologia giuridica studia sotto il profilo psicologico (gli aspetti intellettivi, caratterologici ed attitudinali della psiche umana) la persona in rapporto alla posizione giuridica ed al ruolo rivestito nella famiglia, nella scuola, nel mondo del lavoro e delle professioni e nella società. La psicologia giuridica studia quindi principalmente il vissuto personale (profilo psicologico) delle persone coinvolte in procedimenti giudiziari, al fine di raccogliere dati comportamentali e sottoporli al vaglio dell’autorità giudiziaria incaricata del processo civile o penale.

L’ambito concerne lo studio di:

  • fattori della personalità (intelligenza, carattere, attitudini, bisogni, tendenze, motivazioni, stimoli, socializzazione);
  • condizioni della personalità (fragilità psichica, deficit intellettivo, stress psicosomatico, affaticamento mentale, morbilità psichica, pericolosità sociale);
  • aspetti psicologici conseguenti a separazione, divorzio, adozione nazionale e internazionale, affido etero-familiare del minore, maltrattamento di minori e abuso sessuale, violenza di gruppo, turbamento mentale e psicofisico della vittima, pedofilia e sette;
  • minori a rischio di devianza, principali fattori delle “carriere criminali”, bullismo, “branco”, dipendenze e sfruttamento;
  • aspetti psicologici della responsabilità penale dei minori e degli adulti;
  • comportamento del “testimone”, effetti dello stato di reclusione;
  • valutazione/misurazione del danno psichico;
  • osservazione e descrizione psicologica del comportamento deviato e della colpa;
  • consulenza tecnica e perizia psicologica, in ambito civile e penale, per il Tribunale.

 

Autolesionismo

 

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L’autolesionismo o auto-danno intenzionale (il termine tecnico è “Repetitive Self-Harm Syndrome“, sindrome da autolesionismo ripetuto) viene definito come l’intenzionale, diretto ferimento di un tessuto del corpo ma spesso fatto senza intenzioni suicide. L’atto più comune con cui si presenta l’autolesionismo è il taglio superficiale alla pelle ma esso comprende anche il bruciarsi, infliggersi graffi, colpire una o più parti del corpo, tirarsi i capelli (tricotillomania) e l’ingerire sostanze tossiche o oggetti. Di solito però i comportamenti associati all’abuso di sostanze e disturbi alimentari non sono considerati veri e propri atti di autolesionismo poiché il danno ai tessuti che ne risulta sono collaterali e non volontari.Tuttavia possono esserci dei comportamenti non direttamente collegati con l’autolesionismo. ma che risultano tali poiché hanno l’intenzione di causare danni diretti ai tessuti.

Il suicidio, come già detto prima, non è il fine dell’autolesionismo ma il rapporto tra suicidio e autolesionismo è piuttosto complesso poiché, talvolta, un comportamento autolesionista può essere pericoloso per la vita.[5] Vi è comunque un aumento del rischio di suicidio negli individui che praticano l’autolesionismo; infatti se ne trovano segni evidenti nel 40-60% dei suicidi.Bisogna però tenere presente che collegare l’autolesionista con un potenziale suicida è nella maggior parte dei casi inesatto.

Durante l’infanzia l’autolesionismo è piuttosto raro anche se dal 1980 i casi sono aumentati.Esso è anche indicato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR) come un sintomo del disturbo di personalità borderline. Inoltre esso si manifesta anche in soggetti che soffrono di depressione, sono omossessuali, disturbi d’ansia, abuso di sostanze, disturbo post traumatico da stress, schizofrenia e disturbi alimentari. L’autolesionismo è più comune durante l’adolescenza o la tarda adolescenza; di solito appare tra i 12 e 24 anni. Ma esso si può verificare a qualunque età, anche in soggetti anziani; in questo caso però l’autolesionismo è molto più pericoloso. Il fenomeno non riguarda solo gli esseri umani ma anche animali come uccelli e scimmie.

 

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Manuale Diagnostico psicodinamico

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Il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), uscito negli Stati Uniti nel 2006, è frutto della collaborazione tra diverse associazioni psicoanalitiche americane: l’American Psychoanalytic Association, l’International Psychoanalytical Association, la Division of Psychoanalysis (39) della American Psychological Association, l’American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry, e infine il National Membership Committee on Psychoanalysis in Clinical Social Work.

Il manuale si discosta in modo significativo dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) e dalla classificazione ICD (ICD) in quanto propone un nuovo approccio alla diagnosi: per questi ultimi infatti l’attività diagnostica è concepita esclusivamente in modo categoriale, mentre nel PDM essa acquista un senso dimensionale. Questo cambio di prospettiva porta a una visione più ampia della singolarità del paziente, con un’attenzione non solo alla psicopatologia, ma anche alle sue risorse.

Alla luce del modello biopsicosociale di George Libman Engel (1977), la salute mentale è descritta nel PDM come qualcosa di più della semplice assenza di sintomi psicopatologici, essa è costituita dalla presenza e dall’adeguatezza di tutta la gamma di capacità cognitive, emotive e comportamentali della persona, da una condizione di benessere percepito ed è inoltre valutata tenendo conto del contesto di appartenenza dell’individuo.

Attacchi di Panico

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Gli attacchi di panico – classificati ed inserito come “panic attack/s (PA/s)” o “panic disorder (PD)” nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) – sono una classe di disturbi d’ansia, a loro volta i più comuni disturbi psichiatrici, che costituiscono un fenomeno sintomatologico complesso e piuttosto diffuso (si calcola che 10 milioni di italiani abbiano subito uno o più attacchi di panico).

Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un’incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Tuttavia, spesso non vengono riconosciuti e di conseguenza non vengono curati. La maggior parte delle persone guarisce senza terapia specifica, mentre una rilevante minoranza sviluppa invece un disturbo da recidiva di attacchi di panico.

L’attacco di panico comporta l’insorgenza improvvisa di almeno 4 dei 13 sintomi sotto elencati :

  • Tremori fini o a grandi scosse
  • Dolore o fastidio al petto
  • Sudorazione
  • Sensazione di soffocamento
  • Respiro corto o sensazione di asfissia
  • Sensazioni di sbandamento, di instabilità, di svenimento
  • Palpitazioni o tachicardia
  • Paura di morire
  • Sensazioni di torpore o di formicolio
  • Paura di impazzire o di perdere il controllo
  • Nausea o disturbi addominali
  • Sensazioni di irrealtà, di stranezza, di distacco dall’ambiente
  • Vampate o brividi

Anoressia e Bulimia

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L’anoressia (dal greco ἀνορεξία anorexía, comp. di an- priv. e órexis ‘appetito’) è la mancanza o riduzione dell’appetito. Si tratta di un sintomo che accompagna numerose e distinte malattie, ed è dovuto a diverse cause.

Comunemente il termine è spesso usato come sinonimo di anoressia nervosa, ma in realtà esistono molteplici possibili cause di una diminuzione dell’appetito, alcune delle quali potrebbero risultare innocue, mentre altre sono indice di una grave condizione clinica o comportano un rischio significativo.

La bulimia (da greco, boulimía, composto di (bôus) “bue” e (limós) “fame”; propr. ‘fame da bue’) è un disturbo del comportamento alimentare.

La bulimia nervosa è, insieme all’anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell’alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo eccessiva per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, non ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico).

 

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La mente relazionale

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L’attuale paradigma psicoanalitico vede un crescente sviluppo dell’indirizzo intersoggettivo a discapito del modello classico della mente e della situazione analitica tradizionale. La relazione analitica ruota attorno al coinvolgimento intersoggettivo di analista e paziente.

All’interno del modello relazionale intersoggettivo che fa da parametro al procedere della relazione psicoanalitica, non vige alcuna divisione di ruoli quali quelli di: maschile-femminile, attivo-passivo, conoscente-conosciuto, tra chi interpreta e chi è interpretato, tra chi dà e chi riceve, in una parola tra soggetto e oggetto. Questo è possibile grazie al fatto che i due della relazione psicoanalitica facendo leva sulla loro capacità riflessiva prendono distanza via via sempre più da sé stessi e dalla situazione contingente nella quale sono entrambi calati e si progettano nel tempo nella libertà.

In questa maniera eros e logos cessano la loro contrapposizione secolare e anzi si fanno alleati uno dell’altro. Infatti gli “equivoci” che si danno all’interno della relazione costituita dalla coppia analista-analizzato e che nel gergo proprio di questa disciplina prendono il nome di transfert e di controtransfert, in ultima analisi vengono a coincidere con la stessa modalità relazionale interdipendente la cui critica radicale non è stata ancora condotta sino in fondo, prova ne sia che nel modello relazionale intersoggettivo non si danno più “equivoci” non avendo più i due partner della relazione intersoggettiva altra aspettativa che quella del dirsi dell’altro nella libertà.

E invece sono proprio questi equivoci ciò che costituiscono l’inconscio quali sintomi dell’interdipendenza stessa. Ciò si spiega abbastanza facilmente se si pone attenzione al fatto che mentre il modello intersoggettivo è quello di una relazione in cui l’unica aspettativa che l’uno ha verso l’altro è solo quella che l’altro ci sia ma in libertà. Non è così nell’interdipendenza, ed è proprio questa diversa aspettativa che fonda e struttura l’inconscio e tutti i sintomi dell’inconscio: transfert e controtransfert.

Il principio di intersoggettività fa del metodo psicoanalitico, quale metodo di trasformazione delle realtà relazionali, quanto di più seriamente critico vi possa essere dell’ordine relazionale strutturato sulla divisione dei ruoli.